La rifeudalizzazione borbonica dal 1815 al 1860

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La vocazione feudale del regime borbonico è stata costante nella sua parabola storica.

Quel regime di monarchia assoluta e clericale, poliziesca e assassina, di ‘cosidddtta giustizia’ arbitraria e con carceri tra le più orrende d’Europa, tra castelli baronali, ed ergastolari immondi e disumani, ha sempre trovato congeniale alla sua profonda natura tirannica il regime feudale, tanto che sia Carlo III, sia l’inetto figlio Ferdinando IV lo hanno mantenuto fino al 1806, quando la nuova fuga ignominiosa in Sicilia dopo quella di fine 1798, permise l’avvento del governo più moderno di Giuseppe Napoleone, che tra i primi atti abolì il regime feudale con la legge del 2 agosto 1806.

Per dieci anni fino al 1815, si poté avviare la prima grande modernizzazione del Mezzogiorno in una costruttiva alleanza tra nuovo governo e classe dirigente meridionale di altissimo livello, collaboratrice nei posti nodali di Giuseppe Napoleone prima e di Gioacchino Murat dopo.

Quando tornarono i Borbone nel 1815, bloccati nel loro desiderio di vendetta e di restaurazione anche formale del loro caro regime feudale come nel 1799, (restaurato fino al 1806) dagli stessi governanti, pur assoluti, ma più moderati e saggi, che erano riuniti a Vienna, non poterono farlo legalmente, ma di fatto restaurarono un clima sostanzialmente feudale a favore degli aristocratici e del clero, dei padroni locali ad essi fedeli e di essi nostalgici.

Pur se era abolito nella legislazione, l’arbitro feudale del dominio e del privilegio dominó la vita centrale e locale del regime sia sotto Francesco I, che sotto Ferdinando II, e proseguì con Francesco II, fino alla epopea dei Mille di Garibaldi e dell’Esercito Meridionale, vittorioso nella decisiva battaglia del Volturno del 1 ottobre 1860.

La nuova miracolosa Italia, una, libera, costituzionale, si trovò di fronte uno mostro storico sociale ancora storicamente in piedi, a differenza di altri stati italiani: una società rifeudalizzata di fatto sia nel Mezzogiorno, sia in Sicilia specialmente (che non aveva conosciuto il decennio citato di modernizzazione 1806-1815) dal 1815 al 1860, dove il servilismo e sua eccellenza, l’arbitro e la corruzione, l’illegalità, la criminalità, il brigantaggio, l’analfabetismo e la superstizione erano la norma di fatto.

 

Ciò aveva creato un problema complesso e intricato (fino ad oggi) a livello antropologico e civile, che fu individuato dai grandi difensori del Mezzogiorno in Parlamento e nel paese dal 1861 fino ad oggi, come ‘la questione meridionale’.

Non si trattava di arretratezza economica e sociale soltanto come in altre zone del Paese, ma di fatto di un mondo per tanti aspetti ancora medievale, rifeudalizzato di fatto tra 1815 e 1860, che aveva attenuato, se non svuotato, lo slancio del decennio 1806-1815.

Modernizzare in modo stabile e definitivo il Mezzogiorno e la Sicilia era, è stata un’impresa titanica, data la complessa situazione originaria. Per tanti aspetti la cara Italia una e libera è riuscita a farlo, pur se ancora tanto resta da fare, sbrogliando una delle matasse storiche più intricate della storia europea.

 

 

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