Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Ancora su Murat, Pizzo, D’Ayala e L’Iride

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«Ci sono certe città sconosciute dove, improvvisamente, arrivano tali, inaspettate, clamorose e terribili catastrofi, che il loro nome acquista improvvisamente fama europea… tale è il destino di Pizzo».1

L’origine delle disgrazie di Mariano D’Ayala va attribuita alla pubblicazione di un breve articolo dal titolo Un viaggio da Napoli al Pizzo, comparso su L’Iride- strenna pel capo d’Anno e pe’ giorni onomastici, stampato in Napoli nel 1842.

In quell’articolo D’Ayala fa il resoconto del suo viaggio sulla nave a vapore “Duca di Calabria”, diretta a Messina.

Salpato da Napoli in una luminosa giornata di Ottobre (giorno undici), dopo un breve scalo a Paola, il vapore proseguì la navigazione alla volta di Pizzo.

All’approssimarsi di quella cittadina D’Ayala fu pervaso da un profondo senso di commozione «… ma d’indi innanzi insino al Pizzo una tristezza ti accompagna di solitudine, viemaggiormante intensa sulla metà dell’ottobre, allora che un animoso soldato, dopo di aver corse molte e molte miglia del Mediterraneo sopra picciol legno denominato bove nelle marine calabresi, colà disbarcato, rimase vittima della sua imprudenza e della fiducia soverchia nella gioia dé giorni avventurosi.»

Erano trascorsi appena 27 anni dal tragico 13 ottobre 1815 che segnò la fine dell’esistenza terrena di Gioacchino Murat ordinata dal Borbone.

In quei giorni di ottobre del ’15 il cielo era terso e frenetica l’attività delle numerosissime postazioni del telegrafo ad aste che come un tam tam, attraverso il susseguirsi delle numerosissime postazioni costiere, mettevano in comunicazione Napoli e il Pizzo.

D’Ayala, nel suo scritto, rievoca gli ultimi avvenimenti di quella breve vita e si sofferma sul comportamento dalla plebaglia al momento della cattura «…fra ingiurie, dileggi, guanciate, colpi e scherni fin di luride donnicciuole, vinto dal dolore, ei cadde quasi come corpo morto cade, lacero, sudicio, estenuato e fuor d’ogni senso. Nel qualmentre un brutto ceffo di fabbro gli strappa insolentemente dal berretto diciotto grossi brillanti, rimasi poscia in altrui potere.»

 

Sbarcato a Pizzo, «e muovendo verso la pendice, m’andava io disingannando; perocché non quale mel credeva è poi squallido ed ignobile questo paese: le case troppo dappresso l’una all’altra non ti fan mica supporre potervi abitare sette in ottomila cittadini… E mi fu caro conoscere molte ospitali famigliole, e fra esse quelle di onesto e forte marinaio, Pasquale Greco, morto ora fa qualche anno senza gloria, senza titoli e senza rimorso.

Al quale bastò l’animo di opporsi all’insultante inferocita popolaglia, quando sopraffatto colà il baldanzoso guerriero, non essa voleva in niun conto rispettarne né pure la sventura. Riposi l’anima tua benedetta, o buon Greco, e mandino a te una eterna requie i buoni ed i giusti, cioè gli uomini nemici del sangue e dell’ingiustizia».

Apriti cielo! Come osava quell’insegnante del Collegio Militare violare la “Damnatio memoriae” di quegli avvenimenti e soprattutto di mostrare pietà per l’oltraggiato nemico?

Il Re, scrive Harold Acron ne Gli ultimi Borboni di Napoli, venne a conoscenza di quello scritto per pura combinazione, in quanto una delle principesse era rimasta scandalizzata per la sensualità di un altro articolo sullo stesso volume, Versione dal greco, firmato da un altro insegnante della Nunziatella, Basilio Poti.

La breve storia racconta del giovane Caricle, malato d’amore per la concubina del padre che questi, quale “rimedio necessario e salutare, e non adulterio”, gli cedette per farlo guarire.

Il Poti, per quell’impudico articolo, venne ammonito. D’Ayala invece fu allontanato dalla Nunziatella, perdendo la docenza di balistica e geometria descrittiva.

La storia degli ultimi giorni di Murat è arcinota essendo avvalorata da documenti coevi e da infinite ricerche storiche successive, trovando spazio, di recente, anche nelle colonne del Nuovo Monitore.

Similmente nota è la reazione scomposta e feroce della popolazione di Pizzo in occasione della cattura di Murat, definita «momento di furore» da Francesco Alcalà y Cebrian (lettera al Duca del’Infantado a Madrid del 10 Ottobre).

«Ecco Gioacchino Murat alle ore 18 d’Italia in mano ad un branco di furiosi aggressori, al numero più di duemila persone tutte della plebaglia consideri chi legge quali dileggi non soffrì: fischi, ingiurie, sputi in faccia, strappandogli i capelli ed il mostaccio da F.B., colpi di fucili, bastoni e schiaffi, finanche da donnicciole e ridotto in modo che la pietà di gente pulita F. A. accorse a ricoprirlo con nuove vesti perché lasciato lacero cencioso ed in parte ignudo.»2

«Allora la Popolazione si pose in arme, sicché Murat con i suoi precipitandosi per dirupi fuggivano verso la spiaggia per guadagnare una Lancia, che era a terra, ma i loro sforzi furono vani. Il fuoco degli abitanti gli inseguì, ammazzarono il Capitano Garnier del seguito di Murat, e otto altri furono feriti. Murat con tutti i suoi si difesero con pistole, e sciabole, ma furono sopraffatti dal Popolo, e tutti maltrattati a colpi di bastone, e pugni, da’ quali non fu escluso il detto Murat; finalmente furono arrestati, e condotti nel Forte di Pizzo». 3

«… ecco Gioacchino Murat all’ore 18 d’Italia in mano ad un furioso branco di aggressori al numero di due mila, tutti della plebe. Consideri chi legge, quali delle ingiurie soffrì: fischi, sputi in faccia, strappamenti di capelli, di barba, e di mustaccio (F.B.) colpi di fucile, bastoni, schiaffi, anche da donnicciole, e ridotto in modo, che la pietà di gente pulita (F.A.) accorse per ricoprirlo con nuove vesti, e tele, perché lasciato lacero e mezzo ignudo.»4

Gli avvenimenti relativi agli ultimi giorni di Murat sono molto noti. Meno investigati rimangono, invece, i privilegi e i vantaggi economici di cui ha beneficiato l’intera collettività di Pizzo quale compenso stabilito da Re Ferdinando per la cattura dell’ex Re di Napoli.

A caldo, dopo soli tre giorni dalla fucilazione di Murat, il Re emise il primo provvedimento di concessione di privilegi cui seguirono, a breve giro, ulteriori disposizioni.

Decreto Reale 18 Ottobre 1815, n. 155

“Decreto con cui sono conceduti de’ privilegi al comune di Pizzo ed a’ suoi amministratori in premio di segnalato merito di recente acquisito”.

Ferdinando IV per la Grazia di Dio Re delle Due Sicilie, ec.

Considerando che mentre tutto il regno di Napoli, cessata l'occupazione militare, riposava sotto il nostro legittimo dominio, e mentre le nostre cure paterne erano rivolte a far obliare a’ nostri popoli i mali sofferti; il disbarco eseguito sulla costa della Calabria ulteriore da Gioacchino Murat a mano armata, altro disegno non avea, come le di lui operazioni e de' suoi seguaci han dimostrato, che di eccitare i nostri popoli alla rivolta contro alla nostra autorità reale, e di accendere ne' nostri Stati la guerra civile;

Considerando che il popolo del comune del Pizzo, nella di cui rada il disbarco è stato eseguito, non solamente ha saputo resistere alla seduzione, all'audacia, alle minacce ed alle armi impiegate in questa improvvisa incursione; ma di più animato da quella inviolabile fedeltà che Noi ci attendevano in simile circostanza da' nostri buoni e leali sudditi, e mosso da generoso zelo contra il perturbatore della pace pubblica, ha prontamente imprigionato Gioacchino Murat ed i suoi seguaci;

Volendo premiare questo esempio di fedeltà verso di Noi, e di zelo per la patria, e tra mandare a’ posteri la memoria di questo avvenimento, che ha preservato la nazione napolitana e l'Italia da un cumulo di disastri;

Abbiamo Decretato e Decretiamo quanto siegue:

Art. 1. Il comune del Pizzo porterà per l’avvenire il titolo di Città Fedelissima.

2. Gli attuali sindaco, eletti e decurioni della nostra fedelissima città del Pizzo, e tutti coloro che per l’avvenire occuperanno nella medesima queste cariche, sono autorizzati ad insignirsi, durante il tempo dell’esercizio di esse loro cariche, di una medaglia d’oro, che sarà da Noi fatta coniare. L’emblema della medaglia, e il modo da farne uso, saranno determinati con un regolamento particolare, che sarà presentato alla nostra approvazione dal nostro Segretario di Stato ministro di grazia e giustizia.

3. Restano per sempre abolite le gabelle civiche, che oggi si pagano nella nostra fedelissima città del Pizzo sugli oggetti di consumazione: né per l’avvenire se ne potranno nella medesima imporre delle altre.

Noi dal nostro real tesoro faremo provvedere annualmente a tutti i bisogni a’ quali sono e potrebbero essere in seguito destinate le dette gabelle, facendo somministrare a tale oggetto alla detta fedelissima città una somma annuale che non sarà mai minore dell’attual prodotto di esse gabelle di consumazione, calcolato nello stato discusso di questo anno per ducati 3164.

4. In ogni anno sarà dispensata gratuitamente agli abitanti della nostra fedelissima città del Pizzo quella quantità di sale che sarà necessaria a’ loro usi, e che sarà calcolata a ragione di rotola sei a testa, secondo il regolamento particolare che ne sarà formato dal nostro Segretario di Stato Ministro delle Finanze.

5. La Chiesa della nostra fedelissima città del Pizzo sarà compiuta a spese del nostro real tesoro.

6. Nella marina della nostra fedelissima città del Pizzo sarà eretto un monumento che rammenti alla posterità i privilegj da Noi conceduti col presente decreto, e l’onorevol motivo della nostra concessione. Il nostro Ministro dell’interno ci presenterà un modello di questo monumento.

7. Ci riserbiamo di dare de’ particolari segni della nostra reale soddisfazione alle persone che si saranno particolarmente distinte in questa circostanza, dietro le sicure notizie che ci perverranno dalla autorità superiori.

8. Copia conforme del presente decreto sarà consegnato alla deputazione a Noi inviata dalla nostra fedelissima città del Pizzo, per essere conservata ne’ Suoi archivi.

9. I nostri Ministri Segretarj di Stato, ciascuno per la parte che a lui spetta, sono incaricati della esecuzione del presente decreto.

Firmato, Ferdinando

Da parte del Re il Ministro Segretario di Stato Firmato, Tommaso di Somma

 

Regolamento del 18 ottobre 1815

Regolamento del Segretario di Stato Ministro di grazia e giustizia in esecuzione dell’articolo 2 dell’antecedente decreto de’ 19 ottobre 1815.

Il regolamento descrive le fattezze delle medaglie d’oro da coniare e il modo di esibirle da parte dei destinatari.

Decreto Reale del 12 Aprile 1816, n. 337

Decreto con cui sono conceduti de’ premj a molti individui per distinti servigj renduti nell’ultimo rischio di rivolta tentata in Calabria.

Ferdinando IV per la Grazia di Dio Re delle Due Sicilie, ec.

Visto il nostro real decreto de’ 18 d'ottobre del passato anno 1815, col quale dopo aver premiata la nostra fedelissima città del Pizzo per aver preservato il regno dalla rivolta e dalla guerra civile che Gioacchino Murat co’ suoi seguaci avea cercato di eccitare, ci riserbammo nell'articolo 7 di dare de' particolari segni della nostra reale soddisfazione agl'individui che si erano particolarmente distinti in quella circostanza, in seguito delle notizie sicure che attendevamo dalle autorità superiori;

Trovandoci oggi nel grado di adempiere, su gl'informi che ci sono stati presentati, la nostra reale promessa;

Visto il rapporto del nostro Segretario di Stato Ministro di grazia e giustizia;

Abbiamo decretato e Decretiamo quanto siegue:

Art. 1. Conferiamo al maresciallo di campo Nunziante il titolo di marchese per se e suoi discendenti, ed una pensione di annui ducati mille e cinquecento, sua vita durante.

Concediamo al colonnello D. Gregorio Trentacapilli la dignità di cavaliere commendatore del real ordine di S. Ferdinando e del merito, ed una pensione vitalizia di annui ducati mille.

Nominiamo il barone D. Cesare Malecrinis, D. Raffaele Trentacapilli e D. Giorgio Pellegrino cavalieri di grazia del real Ordine Costantiniano; e concediamo a ciascuno di essi una pensione vitalizia di annui ducati trecento.

Nominiamo del pari cavalieri di grazia del real Ordine Costantiniano D. Francesco Alcalà e D. Giovanni la Camera procuratore regio presso la corte criminale di Monteleone.

Conferiamo il beneficio di regio padronato, sotto il titolo dell'Annunziata di Bagaldi al canonico D. Gio: Batista Malecrinis, nominandolo anche cavaliere di grazia del real Ordine Costantiniano; ed il beneficio di regio padronato sotto il titolo dello Spirito Santo di Riace al canonico D. Antonio Jannaci.

Concediamo una pensione vitalizia di annui ducati cencinquanta a D. Giuseppe Pirrone; una pensione di anni ducati contoventi vitalizia a Foca Callipo; una pensione vitalizia di annui ducati cento per ciascuno a D. Francesco Alemanni a D. Francesco Salomone, a D. Antonio Jannaci ad a fratelli Rocco, Domenico e Fortunato Sardanelli; una pensione vitalizia di annui ducati settantadue per ciascuno a Mariano Polia, Giuseppe Callipo, Filippo la Tesca , Domenico di Leo, Niccola Vinci , Gennaro Feroleto, Domenico Feroleto , Francescantonio Perri di Niccola, Emmanuele Tozza, Antonio Tavalla, Agazio Vitrano, Pasquale Agliotta, Diego, Vincenzio e Geronimo Ventura.

Concediamo una piazza franca nel real liceo di Reggio ad un figlio di D. Maurizio de Sanctis.

E finalmente concediamo al canonico Jannaci, a D. Giuseppe Pirrone, D. Francesco Alemanni, D. Francesco Salomone, D. Antonio Jannaci, Foca Callipo, a fratelli Rocco, Domenico e Fortunato Sardanelli, a Mariano Polia, Giuseppe Callipo, Filippo la Tesca, Domenico di Leo, Niccola Vinci, Gennaro Feroleto, Domenico Feroleto, Francescantonio Perri di Niccola, Emmanuele Tozza, Antonio Tavalla, Agazio Vitrano, Pasquale Agliotta, Diego, Vincenzio e Geronimo Ventura, di poter portare alla bottoniera con fettuccia di color rosso borbonico una medaglia di argento simile a quella di oro coniata pel sindaco, eletti e decurioni pro tempore del Pizzo.

2. Tutte le pensioni concedute nell'articolo precedente s'intendono cominciate a decorrere dal giorno 8 di ottobre dello scorso anno i 1815.

3 I nostri Segretarj di Stato Ministri di grazia e giustizia e degli affari ecclesiastici, delle finanze e dell'interno, ed il nostro Segretario di Stato di casa reale, ognuno per la parte che lo riguarda, sono incaricati della esecuzione del presente decreto.

Firmato, Ferdinando.

Da parte del Re Il Ministro Segretario di Stato Firmato, Tommaso Di Somma.

Ulteriori disposizioni sulla consegna delle medaglie e sul modo di fregiarsene sono contenute nel Regolamento del Segretario di Stato ministro di grazia e giustizia del 4 giugno 1816 e nella Ministeriale del 5 giugno 1816 diretta dal ministro degli affari interni all’intendente di Monteleone.

Con rescritto del 16 agosto 1818 vennero accordate altre quattro medaglie d’oro a compimento del numero dei decurioni del Pizzo.

 

Una vera e propria manna era piovuta dal cielo borbonico sui pizzitani, alias napitini, abitanti di Pizzo, che li rese per lungo tempo invisi alle popolazioni dei comuni vicini, invidiosi e gelosi di tanta munificenza reale durata per 45 anni, dal 1815 alla campagna garibaldina del 1860.

Nel catalogo delle opere di Belle Arti esposte nel palazzo del Real Museo Borbonico il 4 0ttobre 1830, figurava un quadro di Michele Foggia, professore onorario dell’istituto di Belle Arti, dal titolo La Vergine salvatrice con l’annotazione, nel catalogo: «Quadro grande destinato per la Chiesa del Pizzo».

La tela, di m 3,30 x 2,45, allocata oggi nella Chiesa di San Michele in Pizzo, fu regalata alla città da Re Ferdinando per la parte attiva che ebbero i pizzitani negli avvenimenti dell’Ottobre 1816.

La rappresentazione, desolante e lugubre, colpì l’immaginario di Mariano D’Ayala, che ebbe modo di osservarla nel suo viaggio al Pizzo, e così la descrive:  «La Vergine … in atto di volarsene in cielo e con le mani dispiegate fra cori di angeli malinconici; aggiungendo a mandritta verso il lembo inferiore del quadro il Vesuvio fumigante in seconda linea, ed il castello napitico in prima, su cui librasi un rapace avvoltoio, il quale stringe fra denti stizzosamente una biscia».

Una chiara allusione all’aquila borbonica che uccide il serpente Murat con l’intervento accompagnato da compiacimento estatico della  «Madonna Salvatrice».

Rimane la stonatura che a Pizzo la tragedia murattiana, che dovrebbe essere onorata come un lutto cittadino, con pubblico atto di contrizione, ad ogni occorrenza viene trasformata in allegra kermesse con tanto di costumi d’epoca, sfilate, mostre, inviti e partecipazione delle solite autorità.

I nomi degli insigniti delle onorificenze reali, poi, anziché essere relegati nel limbo della storia, dovrebbero comparire nell’albo del disonore della città di Pizzo e perpetuamente additati al pubblico disprezzo.

 

«È meglio andare in una casa in lutto, che andare in una casa in festa;

Poiché là è la fine di ogni uomo, e colui che vive vi porrà mente.

La tristezza vale più del riso; poiché quando il viso è afflitto,

Il cuore diventa migliore.»5

 

 

 

Note

1. Tradotto da: Impressions de voyage par Alexandre Dumas,  Le capitaine Arena, Paris, 1854, pag. 183.

2. A. Orefice, Gli ultimi giorni di Gioacchino Murat. La cronaca da un manoscritto del 1838 , Nuovo Monitore Napoletano, 11 Sett. 2013.

3. Cenno istorico sulla presa di Murat, redatto da Re Ferdinando , Archivio Borbone, fascio 623, fogli 1-6 – in Ass. Cult. G. Murat Onlus di Pizzo.

4. L’arresto e il supplizio di Gioacchino Murat, narrazione del Canonico T. A. Masdea suo confessore, in G. Romano, Ricordi murattiani, Pavia, 1890.

5. La Bibbia, Ecclesiaste, 7:2-3.

 

Mariano D'Ayala Un viaggio da Napoli al Pizzo. PDF

 

 

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