Mazzinianesimo, rappresentatività e moralità nel pensiero di Bartolomeo Scorpio

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Bartolomeo Scorpio, oltre ad essere uno dei più ardenti sostenitori del “Comitato per l’Italia Irredenta”  di fine Ottocento, fu anche autore di testi che provocarono dibattiti politici,giuridici e socio-economici.

L’opera più importante fu Dello Stato nella storia, nella dottrina , nelle funzioni (1902), un testo voluminoso di ben 1109 pagine, in cui l’autore affrontò le tematiche politiche, sociali ed economiche del periodo, con riferimento ai vari momenti storici di confronto e scontro delle ideologie del liberalismo, della democrazia, del principio rappresentativo, del socialismo utopista e marxista e dell’anarchismo.

Tra tutte le forme di organizzazione istituzionale, Scorpio rilevò primariamente la bontà dell’ideale mazziniano.

Nella sua analisi, il riscatto delle plebi non veniva demandato a una dimensione ultraterrena, ma doveva realizzarsi nel presente, evidenziando la modernità del pensiero di Giuseppe Mazzini nel momento in cui aveva scritto: «… appajono alcune linee che accennano non in astratto alla redenzione delle plebi, […] ma tracciano i mezzi, specialmente nelle forze operaje consociate e nella proposta di un fondo nazionale sacro al riscatto della terra».

 

L’insistente appello di Scorpio era, però, più determinato rispetto al pensiero di Mazzini, in relazione alla questione sociale come complemento della questione politica.

Si deve tener presente che Scorpio, nel corso del suo impegno politico in Terra di Lavoro, aveva sotto gli occhi la dura realtà del Mezzogiorno che di per sé costituiva un atto di accusa nei confronti dell’azione di governo della Destra Storica, ma anche di parte della stessa Sinistra Storica inadempiente nella proposta di necessarie riforme.

Per Scorpio  «occorreva trasformare e cioè compiere rivoluzione profonda non sulla superficie, ma nel contenuto ultimo delle istituzioni civili».

In questa ottica affrontava la questione meridionale, la cui soluzione, secondo la sua analisi, dipendeva dall’avvio di un processo di democratizzazione del paese attraverso una serie di riforme socio-economiche che dovevano muovere soprattutto da una presa d’atto delle condizioni sociali dei contadini, degli operai, dei quali aveva conoscenza diretta, e che lo avevano indirizzato verso l’impegno politico attivo.

In relazione al “mazzinianesimo”, Scorpio evidenziava quanto nel Mazzini l’ispirazione culturale non derivasse da modelli  francesi dal momento che il suo pensiero politico si era arricchito di nuovi suggerimenti che affondavano le radici nella storia sociale e costituzionale britannica.

Questo processo di maturazione ideologica si concretizzava  nei Pensieri sulla democrazia, che segnarono un momento intellettuale culminante del suo pensiero politico. Il progetto mazziniano, per Scorpio, si configurava quale modello di democrazia rappresentativa progressista, esprimendo tutta la sua forza innovativa nella prima metà del XIX secolo.

Al fine di diffondere la consapevolezza della necessità di una democratizzazione dello Stato, Scorpio, come Mazzini, aveva chiaro il ruolo predominante  svolto dalla stampa nella formazione dell’opinione pubblica e credeva pertanto fermamente nella necessità di garantirne la libertà.

«La stampa periodica è una potenza, anzi è la sola potenza dei tempi moderni […] interprete tra il popolo e il potere […] tra l’intelletto sociale e la sua attuazione», aveva scritto Mazzini nel1836 su la “Jeune Suisse”  e lo stesso Scorpio ricordava come i giornali mazziniani, cioè fondati, diretti o ispirati a Mazzini fossero ben ventitré.

Pertanto Scorpio, alla militanza politica,affiancava quella giornalistica e diresse lo “Spartaco” e la “Spira”, ritenendoli strumenti ineludibili di crescita civile, funzionale per una capillare azione educativa nei confronti di tutto il popolo. La lotta al sistema e l’opera divulgativa demandata alla stampa nella formazione delle coscienze costituirono, dunque, l’elemento unificante della militanza giornalistica di entrambi i pensatori.

Con gli articoli pubblicati in Inghilterra tra il ‘46 e il ’47 sul “People’s Journal”, resi noti nel nostro paese alcuni anni più tardi, Mazzini fornì uno dei contributi più lucidi e moderni nel dibattito europeo sulla democrazia.

I Pensieri sulla democrazia in Europa si rivelano un testo di viva attualità e di lungimirante capacità di analisi politica. Il primo articolo introduttivo, apparso il 28 agosto 1846 e riguardante la valenza della” Democracy”, assunse un significato esplicativo.

Al riguardo, Bartolomeo Scorpio evidenziava che l’autore aveva esordito sottolineando quanto la democrazia fosse inscindibilmente legata al moto di ascesa delle classi popolari desiderose di prendere parte alla vita politica del proprio paese; questa «tendenza democratica» non mirava, tuttavia, a sostituire una classe sociale con un’altra, come era negli intenti del socialismo marxista, ma nel raggiungere l’elevazione delle  «classi sofferenti» soprattutto tramite il significato civile dell’esperienza associazionistica.

La funzione dell’associazione era proprio quella di realizzare l’uguaglianza, eliminando gli ostacoli che si frapponevano ad essa.

Nel quinto articolo sui Pensieri, pubblicato il 6 febbraio 1847, Mazzini denunciava gli errori di tutti i socialisti e di tutti i creatori di utopie, compreso Fourier, perché attribuivano a se stessi e ai propri compagni la direzione della società,  costituendo una gerarchia di “uomini devoti” senza considerare le forze propulsive della base.

Riprendendo le posizioni di Mazzini, ben evidenziate il 17 aprile 1847, in relazione al comunismo, Scorpio denunciava la violazione di quell’ineludibile strumento di crescita della società, vale a dire la libertà che poteva realizzarsi solo attraverso le libere associazioni, facendo emergere il carattere rappresentativo della sua idea di democrazia.

Si possono evidenziare le chiare influenze non solo del suo maestro Giovanni Bovio, ma anche di Agostino Bertani.

Un altro scritto di Bartolomeo Scorpio, che assunse maggiore rilevanza fu, Disordini Amministrativi del 1898 che si inseriva nel dibattito politico - istituzionale tra democrazia e sistema elettorale.

Sulla questione Scorpio non mancò di  scontrarsi con altri teorici del socialismo radicale di fine secolo, criticando il sistema elettorale di allora visto in contrarietà col parlamentarismo.

La riforma elettorale del 1882 aveva esteso il diritto di voto ad una certa parte della classe operaia, concentrata in prevalenza nel Nord.

L’aver considerato l’alfabetismo una delle premesse fondamentali per poter usufruire del diritto, non era tanto una preoccupazione delle destre e dei clericali, ma soprattutto della Sinistra Storica, in quanto l’estensione del voto ai contadini analfabeti, avrebbe favorito le destre e i clericali, data la propensione, soprattutto nelle regioni meridionali, degli stessi contadini a votare per la conservazione clerico -reazionaria.

Tuttavia la legge successiva del 1888 estese il diritto di voto amministrativo a tutti i cittadini di sesso maschile alfabeti che potessero pagare almeno cinque lire di imposte dirette. Ciò permise ad operai ed artigiani delle grandi città di poter esprimere la propria preferenza politica. La cosa preoccupò la borghesia medio-alta che vedeva nel partito clericale reazionario e nella sinistra radicale parimenti un pericolo.

In questo contesto storico si  accese il dibattito delle idee a cui Bartolomeo Scorpio apportò il suo contributo ideologico nei  Disordini amministrativi.

L’autore si pose contro il parlamentarismo, non in relazione  al diritto di voto, ma all’eleggibilità dei candidati al Parlamento, servendosi di una metafora che poneva l’accento sulle competenze che necessitavano per essere eletti.

«Altro è condurre le pietre per innalzare l’edificio, altro è possedere la mente architettrice della sua struttura; occorrono garanzie, grandi studi, prove certa, vita illibata, ed in mancanza di una capacità alta e dimostrata, una garanzia seria e leale».

Per Scorpio nella formazione delle liste bisognava porre delle condizioni riguardo alla limitazione dell’eleggibilità.

Essendo eleggibile ogni elettore, secondo Scorpio bisognava precluderne la possibilità in presenza di condanne penali determinate,  di perdita del censo e quando l’elettore eleggibile fosse dipendente di altri enti che lo ponessero in conflitto di interessi.

In sintesi Scorpio auspicava che la prassi burocratica per la presentazione delle liste procedesse all’insegna della legalità e della trasparenza e dava pertanto indicazioni anche sulle garanzie di libertà di voto, suggerendo moderne modalità di espressione.

La parte finale di Disordini Amministrativi  si concentrava sulla delicata questione delle indennità ai candidati eletti.

Scorpio intuiva che bisognava affrontare un problema serio, la “questione morale”, ovvero il discernere tra candidati interessati e allettati solo dall’indennità e coloro che invece erano motivati da una politica intesa quale servizio.

Qui traspare un’altra noto di modernità del pensiero di Bartolomeo Scorpio che già presagiva  i “disordini” che avrebbero  comportato al parlamentarismo la “discesa in campo” di persone di dubbia moralità, facendo divenire la buona politica solo un affare di personalismo, di clientele e di trasformismo.

Scorpio considerava giusto retribuire con un’indennità i candidati eletti che vivevano di lavoro affinché esso non costituisse un impedimento al pubblico impegno, ma nel contempo esprimeva una chiara preoccupazione per quei candidati propensi solo alla conquista dell’indennità.

All’interno dello stesso movimento socialista il dibattito sulla questione era molto sentito. Il vivere di lavoro proprio assicurava che non ci fossero candidati avventurieri interessati solo ad appropriarsi di denaro pubblico, ma nel contempo si poneva il problema di come garantire l’eleggibilità a quella classe proletaria che si intendeva rappresentare. La posizione di Bartolomeo Scorpio era quella di assicurare in primis la moralità pubblica in politica.

Per salvaguardare la morale pubblica, Scorpio fornì risposte concrete a chi sosteneva che la storia aveva già ampiamente dimostrato quanto fosse insufficiente la sola cultura perché non garantiva la democrazia della cultura stessa, la sua umanizzazione, e conseguentemente la sua superiorità reale ed effettiva rispetto ad altre culture ai fini del progresso dell’umanità,.

Poiché il sapere poteva anche essere usato per fini antidemocratici, contro gli interessi della stragrande maggioranza degli uomini, soprattutto quando era patrimonio di pochi “eletti”, Bartolomeo Scorpio ribadiva sempre e comunque la superiorità della politica come missione, facendo leva sulla forte valenza della moralità pubblica.

Nel confronto con il socialista Domenico Santoro, Scorpio si mostrò interessato a che la politica non fosse preda di persone di dubbia moralità e scrisse:

«Vengono al potere i rappresentanti di tutte le classi, ma abbiano la dimostrata e documentata coscienza della loro missione. Passino aristocratici, democratici, proletari, ma niuno sia dispensato di mostrare mente eletta e mani pure, ed impossibilità di sporcarsele, nei limiti di una società formata da uomini e non da angeli, che vivono solo in un mondo iperuranico. Detto ciò faccio vive istanze all’amico Santoro che concorra con propositi paratici a purificare questa sozzura d’ambiente che ne circonda; e il tempo dirà chi di noi ha ragione».

Oggi possiamo dire che quelle di Scorpio furono parole profetiche, ma anche molto utopistiche.

 

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