La fine della Grande Guerra. Un anniversario particolare

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L’anniversario del Quattro Novembre 1918, giornata in cui cade l’anniversario della vittoria italiana nella Grande Guerra, possiede un valore particolare, anzi unico.

Primo, per l’Italia la guerra mondiale rappresentò un’altra tappa del suo processo d’unificazione politica, in uno sforzo durato in pratica un secolo.

Non si può dire che il conflitto avesse portato alla coincidenza fra confini storici e geografici da una parte, quelli giuridici dall’altra, poiché mancavano all’appello ancora la Dalmazia, Nizza, la Corsica, il Ticino e Malta, pure un grosso passo in avanti era stato compiuto con la riunificazione del Trentino (includendo in questo anche la regione oggi detta Alto Adige, ma che sino al 1801 era stata inclusa nel Tridentinum, ovvero Tridentino, ossia Trentino, tre sinonimi per designare la medesima terra) e della Venezia Giulia. Nella prospettiva italiana, la prima guerra mondiale correttamente potrebbe essere definita anche IV guerra d’indipendenza.1

Secondo, essa ha portato alla distruzione di un nemico plurisecolare dell’Italia, quell’impero d’Asburgo che sin dal secolo XIV invadeva, colonizzava, snazionalizzava terre italiane e che fino all’ultimo, dal kaiser Carlo in giù, continuò a concepire il popolo italiano quale suo avversario ereditario e naturale ed ad agire di conseguenza.

 

«Tutto il mio esercito definisce la guerra contro l'Italia la nostra guerra. Ciascun ufficiale nutre in petto fin dai suoi giovani anni l'ardente desiderio trasmessogli dai padri, di combattere contro il nemico ancestrale.» (26 agosto 1916, arciduca Carlo d’Asburgo, poi imperatore Carlo I, al Kaiser germanico Guglielmo II). Un nemico ancestrale era finalmente stato abbattuto, dopo una lunga sua catena di invasioni, guerre, occupazioni ed altro.2

Terzo, la vittoria ha impedito la cancellazione dell’etnia italiana nel Trentino e nella  Venezia Giulia, come era negli intenti della corte di Vienna e dei nazionalisti germanici e slavi.

Le molte misure rivolte a de-italianizzare le regioni irredente, applicate dal 1866 sino quasi alla fine della guerra, avevano portato già nell’Ottocento alla quasi scomparsa della comunità italiana in Dalmazia, vecchia  di 2000 anni e che aveva rappresentato nei secoli la classe intellettuale, politica ed economica dell’area.

Ormai anche trentini e giuliani erano minacciati d’estinzione culturale causa la graduale erosione della loro società. Soltanto la sconfitta della Duplice Monarchia ha impedito che il progetto coltivato per mezzo secolo dalla casta italofoba che governava il Reich giungesse a compimento.3

Quarto, il ruolo delle FFAA italiane fu sicuramente decisivo nel conflitto mondiale, come si può provare con sicurezza sulla base della dinamica degli eventi bellici, delle perdite inflitte, dell’importanza centrale dell’Italia nella distruzione dello stato asburgico.

Ciò è stato ammesso dagli stessi comandanti dell’esercito imperiale austriaco, molti dei quali nelle proprie memorie riconobbero che l’intervento italiano era stato certamente determinante nella sconfitta e nel crollo dell’Austria-Ungheria.

Fra coloro che lo ammisero vi fu persino il capo di stato maggiore imperiale Conrad von Hoetzendorf, malgrado fosse un italofobo. Senza l’intervento italiano, con ogni probabilità Austria e Germania avrebbero quantomeno almeno sconfitto la Francia.

Basti dire che nel 1918 il fronte francese sfiorò diverse volte il collasso, prima che arrivassero le truppe americane. È facile immaginare che cosa sarebbe accaduto se l’esercito austriaco avesse potuto gettare tutto il suo peso contro una barriera che reggeva a stento, anziché essere bloccato e logorato sul fronte italiano.

D’altronde, il crollo stesso della Russia sarebbe avvenuto ben prima senza l’intervento dell’Italia, che vincolava ormai la maggior parte delle truppe austriache sul proprio fronte, col risultato che l’offensiva germanica contro la Francia avrebbe potuto iniziare forse già nel 1917, prima dell’intervento degli USA. Piaccia o meno, il regno d’Italia è stato determinante per l’esito della prima guerra mondiale, il che dovrebbe dimostrare quanto siano erronei innumerevoli luoghi comuni sulla cosiddetta Italietta codarda, corrotta, stracciona etc. In realtà lo stato italiano era una grande potenza politica e militare.4

Quinto, la Grande Guerra per antonomasia è stata per l’Italia il conflitto in assoluto più sanguinoso (700.000 morti, ben più della seconda guerra mondiale, ivi incluse tutte le perdite civili di ogni tipo, con deportazioni, rappresaglie e più ancora i bombardamenti degli “Alleati”) e quello che ha coinvolto maggiormente il popolo nella sua totalità, sia come numero di combattenti, sia per la partecipazione indiretta dei civili nell’economia di guerra ed altro.

Nessun altro conflitto nella tre volte millenaria storia italiana, neppure nell’antica Roma, ha avuto un coinvolgimento tale del paese. Anche se la nazione italiana possiede caratteri spiccati di “comunità culturale” per l’antichità, la durata, l’omogeneità e peculiarità della sua cultura, pure il lungo periodo di frammentazione politica seguito fra la caduta di Roma ed il XIX secolo ha ostacolato la sua formazione anche quale “comunità di destino”.

Le moltissime guerre del periodo compreso fra la fine della romanità e la fondazione del regno d’Italia sono state conflitti di singoli stati  regionali, fra cui molte guerre civili. A prescindere da ogni giudizio soggettivo sulla Grande Guerra, essa ha indubbiamente forgiato il popolo italiano anche quale “comunità di destino”.5

Il IV novembre pertanto dovrebbe essere considerato come una delle maggiori feste nazionali, accanto ad altre date dall’alto valore simbolico, quali il giorno in cui si commemora la fondazione di Roma (21 aprile) da cui inizia la storia d’Italia, oppure anche la data di morte di Dante padre della lingua e letteratura italiane (14 settembre), od ancora la proclamazione del regno d’Italia (17 marzo), con cui rinacque dopo 1500 anni uno stato nazionale italiano.

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 Bibliografia

 

I punti sopra accennati toccano argomenti su cui  si è scritto moltissimo, cosicché è indispensabile limitarsi ad alcuni testi di particolare rilievo fra gli innumerevoli esistenti.

1 Anche se non riguardano direttamente il conflitto, è impossibile non citare per il suo inquadramento in rapporto al Risorgimento due classici della storiografia italiana, con posizioni diverse eppure complementari di due grandi storici: L’Italia in cammino di Gioacchino Volpe, Roma 1927 e Storia d’Italia dal 1871 al 1915 di Benedetto Croce, Bari 1928. Uno sguardo d’insieme sulla concezione diffusa della guerra mondiale come 4° guerra d’indipendenza è proposto seppure in forma critica in Claudio Gigante, Rappresentazione e memoria: la "quarta" guerra d'indipendenza, Firenze 2017. Proprio in questo 2018 è uscito il saggio di Andrea Ungari, La Guerra del Re. Monarchia, sistema politico e Forze armate nella Grande guerra (Luni Editrice, Milano 2018), in cui la figura di Vittorio Emanuele III e le sue decisioni politiche sono interpretate in rapporto alle sue convinzioni personali ispirate alla tradizione risorgimentale

2 Una disanima spassionata dello sprezzante e razzistico atteggiamento della classe politica asburgica verso gli italiani nel secolo  XIX si trova in Alan Sked, The Survival of the Habsburg Empire. Radetkzy, the Imperial Army and the Class War 1848, London-New York 1979. Sulla definizione dell’Italia quale «ureigenster Krieg», all’incirca “eterno nemico personale”, cfr. Alessandro Barbero, Caporetto, Roma-Bari 2017. La frase di Carlo d’Asburgo sull’Italia è tratta da Camillo Pavan, Caporetto: storia, testimonianze, itinerari, Treviso 1997]

3 Su questi argomenti la bibliografia da citare sarebbe sterminata, per cui siano sufficienti alcuni riferimenti utili quali introduzione: Carlo Battisti, Sulla germanizzazione alto atesina, in Rassegna critica, XXX, Napoli, 1921, pp. 249-264; Ernesto Sestan, Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale, Udine 1947; Girolamo Praga, Storia di Dalmazia, Varese 1981; sul piano per la germanizzazione forzata e violenta del Trentino Gerard Pircher, Militar, Verwaltung, und Politik in Tirol in Estern Welkkrieg, Innsbruck 1995; Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia. Dal Risorgimento alla Grande Guerra, Firenze 2011.

4 Si può consultare al riguardo la bibliografia ragionata riportata in Piero Pieri, L'Italia nella prima guerra mondiale (1915-1918), Torino 1965. Anche Lawrence Sondhaus, Franz Conrad von Hötzendorf. Architect of the apocalypse. Boston 2000; Basil Liddell Hart, La Prima Guerra Mondiale 1914-1918, Milano 1968.

5 Sulle conseguenze delle divisioni politiche fra italiani è inevitabile un riferimento al capolavoro di Piero Pieri, fondatore della storiografia militare italiana, Il Rinascimento e la crisi militare italiana, Torino, Einaudi, 1952-1970, che dimostra come la perdita dell’indipendenza della penisola nel secolo XVI e l’inizio dell’egemonia spagnola non furono dovute ad una inferiorità militare, inesistente, ma alle contrapposizioni croniche fra i diversi stati italiani. Riguardo all’amplissimo dibattito sulle nazioni, le loro origini, i caratteri formativi etc., bastino qui tre riferimenti:

Per l’inquadramento dell’idea di nazione ed assieme della distinzione fra patriottismo e nazionalismo, ci si può rifare ad uno dei maggiori studi d’un grande storico, Federico Chabod, L'idea di nazione, Bari 1967; sulle origini remote della nazione italiana, risalenti sino all’evo antico, Anthony D. Smith, Le origini culturali delle nazioni Gerarchia, alleanza, repubblica, pubblicato in Italia dalla casa editrice “Il Mulino” di Bologna nel 2010 ed anche Massimo Pallottino, Storia della prima Italia, Milano 1984. Sulla nazione italiana nell’Alto Medioevo, il rimando è dovuto all’opera principale di Ernesto Sestan Stato e nazione nell'alto Medioevo: ricerche sulle origini nazionali in Francia, Italia, Germania, Napoli 1952.

 

 

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