Il “non luogo a procedere” sulla Risiera di San Sabba

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“Tutta la Storia umana è un raschiamento della coscienza e soprattutto della coscienza di ciò che sparisce”. Lo si legge nello straordinario romanzo di Claudio Magris, Non luogo a procedere, dedicato in larga parte alla vicenda, per molti aspetti ancora misconosciuta, della Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio in Italia.

Qui, in una vecchia fabbrica alla periferia di Trieste, durante l’occupazione nazista fu attivo un forno crematorio dove furono gasati con il Zyklon B migliaia di partigiani italiani e jugoslavi, ebrei e antifascisti. Una “prova generale dell’inferno”.

Tra i misteri della Risiera di San Sabba, c’è quella della figura del professore triestino senza nome (ispirato a un uomo realmente esistito, Diego de Henriquez), che colleziona ossessivamente reperti della guerra e che, fra l’altro, ricopiò su preziosi taccuini le scritte dei deportati sulle pareti della Risiera e sui muri delle celle, che poi furono cancellate da qualcuno con una mano di calce.

 

Scritte in dialetto, in italiano e in sloveno, che oltre a costituire testimonianze delle ultime ore dei prigionieri, potevano svelare i nomi delle spie che li avevano denunciati e fatti condannare a morte.

Alla morte del professore, bruciato – come accadde nella realtà -  in uno strano incendio che distrugge  anche buona parte del suo tesoro di reperti bellici, la sua assistente Luisa, figlia di un’ebrea e di un americano nero, porta avanti il suo progetto di fondare un  Museo della Guerra.

Nel romanzo di Magris, che squarcia il cono d’ombra di quegli anni a Trieste, troviamo carnefici, delatori, collaboratori del nazismo e indifferenti, ma anche resistenti ed eroi. Figure inventate e figure vere, come il podestà Enrico Paolo Salem, il vescovo Santin e don Edoardo Marzani, torturato a San Sabba, scampato alla morte, che diede il segnale dell’insurrezione facendo suonare tutte le campane della città.

Un grande libro, coinvolgente ed emozionante, che con l’arma potente dell’alta letteratura riapre la riflessione sulla Risiera di San Sabba e sulla rete fitta dei colpevoli e dei complici della persecuzione, su cui nel dopoguerra calò un vergognoso silenzio. Un caso di giustizia mancata e un buco nero della Memoria ancora da indagare.

 

Mario Avagliano

 

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