Cosa ci insegna la storia della medicina?

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Spesso, quando ci si imbatte in un libro antico di medicina, per i non addetti ai lavori, questo sembra un oggetto di poca importanza, o, almeno, un qualcosa da cui si possono estrapolare delle stampe per metterle in mostra.
Ma proprio dalla storia della medicina, dalle sue scoperte e dalla sua evoluzione che, a mio avviso, si possono trarre delle notizie e degli insegnamenti che probabilmente potranno essere il motore della nostra attività di medico.
Parlare di storia della Medicina, in pratica, non significa ricordare un susseguirsi di scoperte, ma esprime il percorrere di una storia fatta di uomini; di uomini comuni, che con i loro vizi e virtù, hanno contribuito sia all’evoluzione del pensiero medico-scientifico, sia a quella storia, che noi tutti conosciamo, costituita da giorni di sofferenze, di guerre e perché no, anche di gioia. In pratica,  si tratta dell’ evoluzione di una società, di una nazione.

Basti pensare quanta storia medica e sociale potremmo ricavare studiando gli Ospedali di Napoli. Infatti, una lettura di questo tipo potrebbe dare, attraverso un’altra angolazione, una chiave diversa di interpretazione di un determinato evento.

 

Or bene, se da un lato potrebbe verificarsi quanto detto, dall’altro, da parte del medico, lo studio della Storia delle Medicina, comporta, a mio avviso, anche il ricordo del proprio maestro. Ma ricordare quest’ultimo, non basta!. Bisogna allevare dei ragazzi che a loro volta continueranno quello che il passato ci ha donato.

Rievocare il maestro, pertanto, non significa solo perpetuare il ricordo dell’amico, del padre, di colui che ci ha iniziato all’attività medica, ma significa un continuum di una percorso scientifico che dura da più di cinquecento anni.
Ho avuto la fortuna di incontrare, nella mia carriera professionale, molti maestri che mi hanno permesso di vedere cose che non si vedono, di pensare a situazioni che non si pensano. Insomma mi hanno donato un  dictat fondamentale per un medico: "observatio deinde ratio", di ippocratica osservanza, che, in pratica significa, prima l’osservazione e poi il ragionamento.
Questo motto è stato  coniato dall’illustre clinico Antonio Cardarelli; è una  massima che insieme ai suoi insegnamenti rende il pensiero medico sempre più attuale! Tali parole ci consentono di affermare, prendendo spunto dalle parole del maestro, che  “A letto dell’ammalato non c’è che la nostra osservazione. E a questi noi dobbiamo procedere con coscienza”.
Ma queste parole forse non sono le stesse che  Domenico Cirillo introdusse ne I Discorsi Accademici?
La risposta è si!. In conclusione rispondendo al quesito iniziale, posso dire che la Storia della Medicina ci insegna questo: avere sempre la centralità del paziente in ogni suo aspetto e di conseguenza “il miglior medico non è colui che non sbaglia mai, che non esiste, ma solo colui che sbaglia meno, ma quando si sbaglia è necessario parlare dell’errore commesso perché in tal modo si evita di ricadervi e in tal modo e si aiuta a non commetterli”.

 

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