Storia di un sindacalista stabiese

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Venne al mondo un sabato, alle quattro del mattino, a Scanzano, nella casa al primo piano di via Santa Caterina, 17. Era l’anno in cui in Italia iniziarono le prime, timide trasmissioni televisive, la scatola magica destinata a trasformarsi nel nuovo focolare che avrebbe inchiodato sulla poltrona le famiglie di ogni ceto e classe sociale e portato alla chiusura di tante sale cinematografiche.  

Nacque in quel borgo di origine romana, sul colle del Solaro, allora ancora non offeso dal cemento delle Nuove Terme Stabiane, dall’albergo e dagli altri manufatti, ma fertile terreno coltivato dai contadini che si erano liberati degli antichi latifondisti negli anni successivi al primo conflitto mondiale. 

Era il terzo di otto figli, il padre operaio in una fabbrica di legnami, la Rosa Rosa Legnami, e la madre casalinga. Frequentò le scuole elementari al Cicerone, nell’istituto appena inaugurato, le medie alla, Francesco Di Capua, la ragioneria alla Luigi Sturzo e l’Università alla Federico II, dove si laureò in Sociologia.

 

Racconta una leggenda familiare che tra gli otto figli era il più fortunato, o almeno era questa l’aurea di cui era circondato. Nato con la camicia, si raccontava, ma non si è mai saputo il motivo. Secondo la madre questo derivava dal fatto che appena nato era stato preso tra le braccia della bisnonna Nunzia, vedova da 36 anni.

E lei ora, in quel fatidico anno della nascita del terzo pronipote, di anni già ne contava 77.  Gliene restavano da vivere ancora tredici. Stando alla tradizione nascere con la camicia si rifà all’evento assai raro, uno su 80mila, di neonato che viene al mondo totalmente avvolto nel sacco amniotico e poiché il ventre materno è simbolo di protezione ne consegue che la fortuna continuerà ad accompagnarlo per il resto della vita!

In realtà anche altri avevano goduto del privilegio di quell’abbraccio fortunato, ma la Dea bendata non si era posata con lo sguardo su di loro. Il primo segno di quella fortuna prese le forme del posto di lavoro in fabbrica per il padre, fino a quel giorno un precario che si era arrangiato con mille lavoretti, l’ultimo presso il lido Bikini di Vico Equense, inaugurato un paio di anni prima da Franco Scarselli, dove svolgeva il ruolo di tuttofare: guardiano, operaio, bagnino e chissà che altro. Ma Gennaro aveva 25 anni e tanta voglia di garantire pane e latte quotidiano alla sua famiglia. Forse la leggenda nasce proprio da quel primo segno!

La famiglia lasciò ben presto Scanzano dando inizio ad una giostra infinita di case in cui andò ad abitare, perseguitata dalle fobie della madre, Donna Carmela, che credeva nel malocchio e vedeva spiriti dappertutto e lì incontrava in lucertole che si avvicinavano ai figli nelle culle facendoli morire (Carmela ebbe tredici figli e di questi cinque vissero poco o nulla), là rumori di fantasmi che facevano ascoltare i loro passi, in quell’altra occhi di bambole che prendevano vita con il loro sguardo sfuggente.

Non esitò, qualche volta, a recarsi presso note fattucchiere locali che le predissero fatti accaduti e tragedie da evitare, per togliere fatture ricevute da qualche familiare, preoccupazioni economiche o problemi di salute. Vero a falso ciò che ascoltò? A noi non è dato sapere!

Così andarono ad abitare in via Prima de Turris, poi in via Cassiodoro, in via Napoli, in via Catello Fusco, in via Galeno, al Parco Imperiale ed infine in via Bonito, dove finalmente donna Carmela trovò la sua pace e con lei l’intera famiglia. Gli anni passano, incontrò Filomena ed arrivò il matrimonio del nostro protagonista con due figli, Gennaro e Carmela ed infine, con i primi capelli grigi arrivarono pure i nipoti, ancora una volta, rispettando la tradizione, una bella coppia, con Raffaele e Chiara.

Ma siamo già arrivati alla fine della storia, quando abbiamo ancora da raccontare!

Qui necessita un flashback!!  Il ragazzo crebbe in una famiglia di sani principi e nonostante la cultura non fosse di casa (il padre era analfabeta e la madre si era fermata alla terza elementare), fin dai tempi delle scuole elementari fu attratto dalla lettura, fino a chiedere che per la Befana (all’epoca i doni arrivavano solo il 6 gennaio) gli fosse regalato un libro di avventura. E così fu.

Il primo libro fu una raccolta di favole riccamente illustrato, poi arrivarono Emilio Salgari e Giulio Verne e una serie infinita di altri libri di avventura, dai ragazzi della via Pal, al Richiamo della foresta. E i fumetti di Diabolik, Tex Willer, Capitan Miki, il Grande Blek, Kinowa, Kriminal, Satanik e così via.  Adolescente provò a scrivere i suoi primi, innocenti raccontini, poesiole su quadernoni che poi andarono perduti durante uno dei tanti, continui cambi di casa.

Infine arrivarono le letture importanti, quelle di Cesare Pavese, Vasco Pratolini, Elio Vittorini, Carlo Cassola. Indimenticabili i romanzi, Ragazzo Negro di Richard Wright, Addio alle armi e Per chi suona la campana, di Ernest Hemingway, Fontamara di Ignazio Silone, Il resto di niente, di Ennio Flaiano, La fattoria degli animali di George Orwell e tanti altri classici, un elenco troppo lungo per poterli citare tutti.

Non mancarono i grandi romanzieri francesi, inglesi americani e russi in particolare, che aiutarono il ragazzo a formarsi. Libri e musica, quella di Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Rino Gaetano, Ivano Fossati, Franco Battiato, il sassofono di Fausto Papetti e le indimenticabili, deliziose copertine dei suoi 33 giri.

Ma non disdegnò Adriano Celentano, il Massimo Ranieri della delicata, Io e te, canzone legata ad un primo, indimenticato amore; il Claudio Baglioni di Questo piccolo grande amore, la Tornerò dei Santo California, e la Miele e Tu can nun chiagne, rivisitata dai Giardino dei Semplici, canzoni legate a storie della prima giovinezza, ad amori vissuti e finiti. Non disdegnò la buona musica napoletana, quella classica e immortale, senza tempo.

Poi arrivò il 3 novembre 1971, gli scontri in villa comunale tra disoccupati e polizia, la carica forsennata dei celerini, i mezzi blindati che sparavano getti di acqua gelata sulla folla, le gimcane dei reparti mobili, la gente terrorizzata che si buttava a mare per evitare le cariche e gli sfollagente, infine, quando le acque si calmarono, non mancarono fermi ed arresti.

Decise che era tempo di cambiare aria, se ne andò a Torino, partendo una sera di gennaio del 1972. L’ex capitale d’Italia lo accolse nel gelo di quell’inverno, s’incamminò senza avere un riferimento, un amico che lo attendeva, una casa in cui riscaldarsi. Visse quindici mesi perigliosi, lavorando come venditore porta a porta, successivamente in un ristorante nei pressi di Porta Nuova, gestito da un toscano di Lucca, Gino Palandri.

Conobbe tanta gente, alcune strane, altre pericolose e un gruppo di giovani che si richiamavano al marxismo di Amedeo Bordiga, extraparlamentari che sognavano la rivoluzione, qualcuno provò a farla.

Tornò a casa nell’aprile del 1973, rivide i vecchi amici di sempre, tra i tanti i fratelli Giannone, Michele e Gennaro, ma soprattutto il cugino Antonio Luongo, con il quale aveva da sempre condiviso pensieri, parole e azioni.

Memorabili le serate in villa comunale, a parlare di Anna, del suo unico grande, perduto amore, le lagrime, la rabbia e i secchi d’acqua piovuti addosso dagli abitanti esasperati dei piani superiori dei palazzi, sotto i quali ci si era fermati a chiacchierare.

Ai due si unì Marcello Baselice e ci furono altre lunghe estenuanti discussioni politiche, sul comunismo e sul primo fascismo, sul Mussolini socialista, sul significato di Capitalismo inteso come sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e sul Socialismo, inteso come socializzazione dei mezzi di produzione.

Intanto aveva ripreso gli studi interrotti, mentre insieme ci si decise di iscriversi al circolo giovanile del Pci, Che Guevara; e ci furono le lunghe serate trascorse nelle stanze fumose del Partito al Corso Vittorio Emanuele, le letture fondamentali, da Stato e Rivoluzione di Lenin, al Manifesto del Partito Comunista, fino al libro primo de Il Capitale di Carlo Marx, l’impegnativo, Storia della rivoluzione russa di Lev Trockij e le altre opere di Marx e di Engels, e l’immancabile, per quei tempi, Porci con le ali, giocoso libro cult scritto da Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera; le manifestazioni, i ciclostilati,   l’incontro con la Gioventù sovietica, la scuola di Partito, le riunioni a Botteghe Oscure e infine quel giorno al Montil, era il 29 agosto 1981, quando all’Amministrazione comunale venne in mente di patrocinare un concerto della banda musicale della VI flotta americana.

Sui temi della pace e del disarmo i giovani della Federazione giovanile comunista organizzarono allora una manifestazione cui subito aderirono la Lega Obiettori di Coscienze del Centro salesiano, l’Arci, l’Uisp, i Consigli di fabbrica, le organizzazioni sindacali e alcuni collettivi studenteschi. Il corteo partì intorno alle 19, dalla sede del Circolo dei giovani comunisti, Che Guevara, al Corso Vittorio Emanuele, sfilando per il lungomare, gridando slogan e distribuendo volantini.

Si fermarono all’altezza della Banchina di Zi Catiello, intonando canti, ballando e facendo partecipi i passanti delle motivazioni politiche di quello strano spettacolo improvvisato. Intorno alle 21 entrarono pacificamente nel teatro Montil, dove si teneva il concerto, muniti di regolare biglietto e tenuti d’occhio dalla polizia.

Verso le 21,30, contemporaneamente all’inizio dello spettacolo, fu lasciata vibrare nell’aria, in segno di pace, una colomba accuratamente tenuta nascosta fino a quel momento agli stessi agenti di pubblica sicurezza, che pure non li aveva persi di vista un momento. Il volo della colomba fu accompagnato da grida di giubilo e dagli slogan dei manifestanti, in delirio per la riuscita delle loro intenzioni.

Per la polizia tutto questo sembrava rappresentare un segnale. Come nel film di fantascienza americano girato nel 1996, Mars Attacks, con Denny De Vito dove, paradossalmente, il volo di una colomba fatta librare da un pacifista in segno di pace tra i due popoli scatena la reazione violenta dei marziani, provocando un’inutile, spaventoso massacro. Allo stesso modo, senza nessuna logica apparente fu ordinata la carica, brutale, violenta, gratuita.

Al giovane consigliere comunale del Pci, Carmine Longobardi e alla parlamentare Ersilia Salvato non servì a niente chiedere la fine dell’aggressione, di quel sistematico pestaggio contro giovani disarmati. Ricordando la peggiore celere degli anni di Scelba e Tambroni, la polizia non guardava in faccia a nessuno, facendo subire ai due politici la stessa sorte, arrivando a picchiare chiunque ci si trovasse di fronte, senza pietà e senza riguardo per alcuno.

La Cgil uscì il giorno dopo, domenica 30, con un volantino di condanna e altrettanto fecero le organizzazioni di sinistra, inscenando una manifestazione in villa comunale con Andrea Geremicca. Due giorni dopo un Consiglio comunale straordinario vide i rappresentanti democristiani minimizzare l’accaduto, chiedendo anzi, scusa alle forze dell’ordine per quanto era accaduto tra le vivaci proteste dell’opposizione.1

Furono gli anni delle feste organizzate a turno nelle case dei genitori, dell’affitto di un appartamentino in via Rispoli, da pagare facendo la colletta, dove portare le ragazze da sedurre, col fazzoletto esposto alla finestra quando era occupato, del Circolo aperto nella stessa strada, denominato, La Grotta, dove ci si vedeva ogni sera, fumando, suonando, ballando, chiacchierando del più e del meno e dove ci si portava la ragazza con cui fare l’amore. 

Intanto era entrato in fabbrica, un antica azienda di legnami, Rosa Rosa Legno Sud, la stessa in cui lavorava il padre e che da anni si era trasferita da Castellammare di Stabia a Napoli, in via Argine. Un luogo della perdizione dove non esistevano diritti, solo doveri e dove ogni settimana si licenziava qualcuno perché poco servile o poco abituato alla dura fatica del facchinaggio.

Abituato com’era agli operai del Partito, gente politicizzata e sindacalizzata, vere e proprie avanguardie, alcune con una storia mitica alle spalle come Salvatore Cascone, Luigi Alfano, Vincenzo Somma, Luigi D’Auria, Liberato De Filippo, Giuseppe Valestra, Umberto Bardiglia e tanti altri di cui, purtroppo, se ne è perso il ricordo, il nostro non si capacitava di come potessero esistere operai asserviti al padrone.

Con questo retroterra politico maturato, il nostro giovane poteva mai sopportare quello scempio? Così non passò molto tempo che su uno dei muri di cinta apparve una scritta con la vernice rossa: W il grande Partito Comunista Italiano! Apriti cielo!

Furono chiamati a rapporto i caporali, si aprì un’inchiesta, un’indagine su chi poteva aver mai scritto quella frase sovversiva, la prima nella centenaria storia della fabbrica, dove l’ultima sciopero risaliva al 1911.

Il colpevole non venne fuori ma i sospetti si puntarono immediatamente sul nostro giovane eroe, la cui fortuna fu di essere il figlio di uno dei capetti che facevano il bello e il cattivo tempo. Intanto qualcosa cominciava a muoversi, prime trame di una possibile organizzazione sindacale cominciavano a maturare, soprattutto fra le ultime leve e così con i fratelli Di Tuoro, Lucio e Carmine, e pochi altri, il giovane comunista si ritrovò nel Consiglio di Fabbrica alla testa di oltre cento impauriti operai.

Il primo sciopero si ebbe perché la direzione aziendale, pochi giorni dopo la nomina sindacale, rifiutò un permesso al nostro giovane virgulto per andare a sostenere l’esame per la patente. Inutile dire che la risposta fu lo sciopero. Straordinario perché compatto, leggendario perché riuscì tra le mille paure di gente che non era abituato a ribellarsi, pur non mancando qualche sospetto:

«Perché proprio a lui non hanno concesso il permesso, a lui che è figlio di un capo. Non sarà una provocazione?»

Lo sciopero riuscì, i sospetti svanirono sotto l’incalzare delle conquiste sindacali, dalle tute, alle scarpe antiinfortunistiche, dalla mensa, ai miglioramenti salariali, al rispetto dell’orario di lavoro. In breve tempo il Consiglio di Fabbrica divenne un punto di riferimento non soltanto per i lavoratori della Rosa Rosa Legno Sud, ma anche per i tanti che lavorano nelle altre fabbriche dello stesso settore.

Furono anni epici, gli anni del terrorismo rosso, del rapimento e assassinio di Moro, dell’uccisione di Guido Rossa, della morte di Berlinguer. In fabbrica si scioperava e si partecipava alle manifestazioni indette dal sindacato. Inutile dire che in fabbrica erano tutti iscritti alla Cgil, nella categoria della Fillea, la Federazione del Legno e degli edili.

Nella famiglia del nostro giovane sindacalista si conobbero giorni, settimane di fuoco, si parlò di tradimento, di pugnalata alle spalle. Finì come doveva finire: con il padre si interruppero i rapporti, un convivere gelido nella stessa casa e in fabbrica, si evitò ogni possibile incontrarsi.

Passarono gli anni, vennero i tempi della crisi, dell’occupazione di fabbrica, della sua chiusura. L’intero settore del legno crollò portando al fallimento, una dopo l’altra di tutte le fabbriche. Solo poche sopravvissero al disastro del mondo che cambiava.

Anche in questo caso si riuscì a contrattare l’uscita indolore degli operai. Oggi sul terreno di quella fabbrica sorge un grosso Centro commerciale, a sua volta in profonda crisi.

Intanto il nostro giovane era stato eletto nel direttivo provinciale della Fillea Cgil, poi nel Coordinamento regionale del legno a seguito della gravissima crisi che attraversò il settore all’indomani del terribile terremoto del 23 novembre 1980.

Cominciò a farsi conoscere ed apprezzare nelle varie riunioni e nei vari Congressi ai quali partecipò, fino a quando non fu contattato dalla sua organizzazione sindacale per fargli vivere una nuova esperienza non già come delegato ma come dirigente e inviato a Castellammare al fianco di Antonio Silvestri, responsabile del comprensorio Vesuviano Esterno.

Questa denominazione, puramente sindacale, racchiudeva una realtà territoriale composta da ventuno comuni in cui abitavano oltre duecentomila persone, e vi erano insediati importantissimi siti industriali, oggi tutti scomparsi.

I confini andavano da Massalubrense a Torre del Greco, incuneandosi fino a Poggiomarino. Capoluogo del comprensorio sindacale era Castellammare di Stabia, con la sua importante Camera Confederale del Lavoro situata al Viale Europa, 160, anch’essa oggi ridotta a puro sportello di servizi.   

Pochi mesi, macinando chilometri e maturando esperienza nelle fabbriche di Torre Annunziata, dalla Scac, all’Imec, fino all’Italtubi, andando a Sorrento negli opifici dell’intarsio, nei cantieri edili del depuratore del Sarno, della galleria di Seiano, del Canale Conte di Sarno, nel cantiere della SS 268, nelle imprese edili storiche della Elettrostabia e della Cedelt, nelle fabbrichette di legnami di Poggiomarino, infine arrivò, prima del previsto, a soli trent’anni, la nomina a Segretario Generale comprensoriale, mentre Antonio veniva spostato a San Giovanni a Teduccio in qualità di responsabile confederale della Zona sindacale.

Non furono anni facili. Coadiuvato prima da Giuseppe Energico, antico edile di Ercolano e poi da Pasquale Nigro, energico ex operaio della Fincantieri, le Fillea crebbe affrontando temi difficili e terreni impervi, tra minacce velate e non.

Non era facile entrare nei cantieri, specialmente dove vigeva il subappalto e tra i più pericolosi vi erano quelli del gas, della metanizzazione e dei cavi telefonici. A nulla servivano le denunce, inutili gli allarmi, gli articoli sui giornali. Anzi, in tanti si affrettavano a consigliargli prudenza. Anche troppa!

Erano gli anni della Ricostruzione post terremoto, gli anni difficili della guerra di camorra tra Cutolo e Nuova Famiglia, dove i morti non si contarono. Ancora peggio la guerra che seguì, quella tra gli Imparato e i d’Alessandro, con oltre cento assassinati, qualcuno innocente, ucciso per sbaglio, o forse no.

Ciononostante si firmò, primi nel Mezzogiorno, una intesa nel gennaio 1989 con il comune di Castellammare di Stabia sulla trasparenza negli appalti pubblici, facendolo approvare dallo stesso consiglio comunale. Seguirono quelli di Torre Annunziata e di Torre del Greco.  Nel febbraio del 1988 con l’USL 35 il sindacato unitario del comprensorio stabiese aveva sottoscritto un innovativo accordo sulla sicurezza sul lavoro nei cantieri edili e su corsi di formazione sulle norme di prevenzione degli infortuni.

All’inizio degli anni Novanta cominciò l’avventura del contratto d’area torrese stabiese con Giovanni Zeno, Segretario Generale della Camera Confederale del Lavoro del Comprensorio sindacale Vesuviano Esterno. Anni duri, anni stupendi, anni di lotta operaia con le quali si scrisse la storia sindacale del territorio stabiese torrese.

Non mancarono le difficoltà, le incomprensioni, le aggressioni, ma non venne mai meno l’onestà, seppure da parte di alcuni non mancarono fughe in avanti, furberie, ambizioni mal soffocate, lotte di potere, uso e abuso del ruolo e delle funzioni. I punti più alti della lotta furono la nascita della TESS, Torre e Stabia Sviluppo, il 4 febbraio 1994, la firma del Protocollo d’Intesa sottoscritto a Palazzo Chigi con il primo governo Berlusconi, il 19 dicembre 1994, ultimo atto prima delle sue dimissioni ed infine la firma del Contratto d’Area il 7 aprile 1998 con Enrico Micheli, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio del governo di Romano Prodi.2

Fu un giorno di festa, nessuna poteva immaginare quanto sarebbe stata illusoria, seppure non mancarono dubbi e perplessità.

Furono, nonostante tutto, anni di lotta unitaria dell’insieme del sindacato. Con Giovanni Zeno, prematuramente scomparso nel 1996, vanno ricordati il torrese Matteo Vitagliano, responsabile della Cisl e lo stabiese Catello Agretti, responsabile della Uil. Entrambi ancora nella trincea sindacale seppure ormai privi del mordente di quegli anni. Stanchi e sfiduciati. Furono gli anni dei Ragazzi del Viale Europa, un gruppo omogeneo di sindacalisti, giovani e meno giovani, uniti da un vincolo che non potremmo chiamare amicizia, ma sicuramente gli somigliava molto.3

E come non ricordare il sindaco di Castellammare, Catello Polito, la senatrice Ersilia Salvato, i deputati Salvatore Vozza e Gianfranco Nappi, il senatore Enrico Pelella, anche lui prematuramente scomparso.

Venne meno la politica, le istituzioni non furono all’altezza del programma, degli impegni assunti e gli imprenditori scesi dal Nord si mostrarono predatori, capaci solo di arraffare quanto più denaro pubblico potevano, costruendo cattedrali di sabbia, lasciandosi alle spalle, dopo pochi anni, debiti e ruderi. Venne meno anche il sindacato, sempre più irriconoscibile, avvitato in sé stesso annebbiato dalla sua autorappresentazione e ormai avviato verso un inesorabile declino.

Nella seconda metà degli anni Ottanta lo colse la passione per la storia locale del Movimento Operaio, sulla scia del saggio di Antonio Barone: Piazza Spartaco e il periodico, Matropolis divenne il luogo delle sue prime ricostruzioni storiche.

Altri giornali furono, il quindicinale, La Voce della Provincia e il mensile, Lo Strillone, entrambi di Torre Annunziata. Poi seguirono le prime pubblicazioni corpose, i primi libri con pochi lettori, ma meglio di niente!

Vi sono uomini per tutte le stagioni, altri no, questi ultimi capiscono che il loro tempo è passato, che bisogna lasciare il passo agli altri. E questo fece il nostro sindacalista, non più giovane, ormai cinquantenne.

Altre mete lo attendevano, altre strade lavorative. Gli rimase l’hobby della ricerca e della scrittura, a pagarne le spese furono, Libero Ricercatore e Nuovo Monitore Napoletano, che nella loro magnanimità pubblicano le sue piccole storie di vita vissuta, quelle di un mondo ormai scomparso per sempre. Ma tutto ciò ai nostri lettori interesserà sicuramente meno

 

Note

1 Cronache, n. 4, settembre 1981: Al Montil ingiustificato intervento delle forze dell’ordine

2  La Repubblica dell’8 aprile 1998: Contratto d’Area Torrese Stabiese, ieri la firma, di Ottaviano Ragone, l’Unità del 7 aprile 1998: Torrese-Stabiese, firma oggi, cfr. anche La Voce della Provincia: Giorni di festa. Attenti ai facili entusiasmi di Raffaele Scala

3 I ragazzi del Viale Europa, dalla strada in cui si trova la Camera Confederale del Lavoro, al secondo piano del Viale Europa, 160. Di questo gruppo facevano parte, tra gli altri, Giovanni Zeno, Pasquale Nigro, Alfonso Natale, Antonio Aprea, Giovanni Di Lauro, Catello Di Maio e l’indimenticabile Alfonso Selleri.

 

 

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