I casi di colera del 1865 e del 1886 a Manduria

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Fra i fattori che contribuirono al contenimento della crescita demografica nell’Italia meridionale nella seconda metà del  XIX secolo, oltre all’emigrazione, vi fu il colera.

La malattia che aveva avuto le sue origini in Asia, raggiunse il nostro continente all’incirca nel 1830 e fece il suo ingresso in Italia nelle regioni settentrionali, con i primi casi registrati a Genova e nel Lombardo-Veneto.

In Europa si stima che abbia causato quasi due milioni di decessi e la sua diffusione andò via via scemando nell’ultimo decennio di quel secolo (1880-1890), proprio nel periodo in cui alcuni scienziati (Heinrich H.R. Koch e Louis Pasteur) ne individuarono il batterio causa della malattia.

A Manduria, come in altri centri pugliesi, il morbo fece la sua comparsa la prima volta nel 1865 e, la seconda, nel 1886, sempre d’estate, per poi scomparire con l’avvicinarsi dell’autunno.  

La prima epidemia sembra che abbia avuto il suo epicentro proprio nella nostra cittadina, dove sarebbe stata introdotta da un tale Giuseppe Piccione che l’aveva contratta fuori, secondo alcuni mentre lavorava in una nave turca all’ancora nel porto di Brindisi.1

 

Secondo altri e, in questo caso, sulla base di documentazione attendibile, il contagio sarebbe avvenuto mentre si trovava a passare per Ancona, di ritorno da Bologna dove aveva prestato servizio militare come soldato.2

L’infezione, fortemente virulenta e mortifera, durò dal 24 Luglio al 10 Ottobre 1865, causò oltre 400 decessi e fu seguita con particolare interesse dall’opinione pubblica nazionale ed estera, trovando ampia eco sulla stampa.

Finanche in Francia la vicenda fu vista con attenzione, come risulta da un articolo del quotidiano Le Temps del 2 Settembre 1865, che riporta la notizia: «A Manduria (Terre d’Otrante) la maladie a pris un developpement subìt et extraordinaire; le 27 il a eu 80 cas, 31 deces».

Accanto figurano i bollettini sanitari relativi alle altre città italiane colpite dal morbo: Ancona (da cui il Giuseppe Piccione appunto proveniva), San Severo, Sannicandro, Apricena, Torre Maggiore, Osimo.3

La seconda, invece, ebbe inizio in centri vicini (Latiano e poi Francavilla Fontana) dove causò numerosissime vittime e, almeno inizialmente, sembrò non interessare Manduria. 

Ma il 19 Giugno 1886 il colera comparve nella frazione di Uggiano Montefusco e fu subito fronteggiato con apposite misure sanitarie, quali l’isolamento degli ammalati, la cura a domicilio, le disinfezioni degli ambienti e l’allestimento di un vero e proprio cordone a protezione del capoluogo, che prevedeva, tra l’altro, una quarantena di otto giorni prima del rientro per il personale addetto al servizio sanitario della frazione e la disinfezione in appositi locali, posti fuori del borgo di S.Angelo, per i medici che tornavano in città.

Ciononostante, il morbo giunse a Manduria il 28 dello stesso mese e durò fino al 15 Agosto, facendo registrare 617 casi di infezione con il numero, indubbiamente più contenuto rispetto all’epidemia precedente ed a quella che aveva interessato i centri vicini, di 236 morti (il 38% delle persone colpite).

In entrambi i casi, però, la latitanza delle autorità amministrative locali, istituzionalmente preposte alla gestione dell’emergenza, costituì l’elemento denominatore comune.

A Manduria infatti, come in altri centri pugliesi colpiti dall’epidemia colerica, si sarebbe verificata secondo alcuni giornali dell’epoca, tanto nel 1865 quanto nel 1886, la “fuga” in massa dell’amministrazione comunale, con i componenti della Giunta Municipale (Sindaco alla testa) che si sarebbero rifugiati nelle loro residenze di campagna, seguiti dalla maggior parte della popolazione che ne ebbe la possibilità.

In città restarono soltanto le fasce di popolazione più povere e disagiate, ma il morbo, sia pure in misura minore, si manifesto anche nelle campagne.

Le operazioni di soccorso furono, quindi, affidate a comitati di cittadini volontari e a dipendenti pubblici, anche comunali, la cui direzione fu assunta da un amministratore o funzionario delegato dal Sindaco.

Dell’epidemia del 1865 esiste un resoconto abbastanza dettagliato di tali avvenimenti,  pubblicato sul giornale  “Il Cittadino Leccese” del 2 Settembre di quell’anno.

Sul foglio, dopo il bollettino sanitario giornaliero che indica il numero dei casi d’infezione ed i decessi  verificatisi in quei giorni (16 morti il 31 Agosto, 13 il 1° Settembre e altri 13 il 2), è riportata la seguente notizia:

«A Manduria tutti sono fuggiti meno gli infelici, i quali non possedendo nelle campagne un ricovero qualunque, privi d’ogni risorsa, sono rimasti nelle proprie case, ed ora sono travagliati dal morbo, che di giorno in giorno li và decimando, e dalla fame. Sotto i colpi di sì terribile flagello, qual’è il colera non si può fare meglio che fuggire; ma almeno i ricchi proprietari, gli amministratori della cosa pubblica i membri della Congregazione di Carità avrebbero dovuto pensare, che fuggendo, rimanevano in paese i più sventurati, i quali se il destino condannava a morir di colera, i loro concittadini non potevano, senza colpa gravissima, condannarli a mendicare un pezzo di neve, un limone, una minestra di riso e, ciò che più monta, un pane! Il 27 agosto corse un grido per Manduria: chi si può salvare si salvi e due terzi della popolazione fuggirono un terzo rimase abbandonato, senza aiuti di sorta, in preda alla più desolante disperazione».4

Sempre nell’articolo viene data notizia dell’arrivo in città, per coadiuvare il personale sanitario locale, di due medici provenienti da Firenze (all’epoca capitale del neo costituito Regno d’Italia) e di altri due da Napoli con al seguito due farmacisti.

Segue nel foglio la pubblicazione di una serie di interessanti istruzioni, impartite a livello nazionale dal Consiglio Superiore di Sanità, inviate per il tramite del Ministro dell’interno ai Prefetti ed aventi ad oggetto «Pratiche per l’espurgo dei luoghi e degli oggetti che hanno servito ai colerosi».

In esse figurano innanzitutto le misure per la «disinfezione delle stanze e dei locali»,a seguire quelle per la «disinfezione delle robbe e degli oggetti dei colerosi o esistenti nei locali ove essi dimorarono»,per la«esportazione degli oggetti che possono credersi infetti per aver servito a colerosi»e infine le«cautele pel trasporto e l’inumazione dei morti di colera». 

Di particolare interesse, nonostante l’argomento non si caratterizzi per una particolare leggerezza, le ultime che prevedono: 1. Che la salma sia trasporta nel luogo di inumazione ricoperta di un lenzuolo bagnato di acqua clorurata nelle proporzioni indicate; 2. Che il seppellimento avvenga in una sezione speciale ed appartata del cimitero o, preferibilmente (come avverrà a Manduria per la successiva epidemia del 1886) in un cimitero speciale molto lontano dal paese; 3. Che il campo o terreno utilizzato per le sepolture non sia rinvangato o riutilizzato prima di 15 anni; 4. Che la inumazione avvenga ad almeno due metri di profondità e che sia circondata da uno strato di calce viva «della spessezza almeno di sei a dieci centimetri».

E’ previsto infine che tutte le operazioni di espurgazione e disinfezione siano dirette da una locale commissione di sanità della quale deve far parte almeno «un chimico od un farmacista».

Non è dato sapere in qual misura queste pratiche siano state effettivamente osservate nella nostra cittadina in occasione della prima epidemia colerica. Sennonché esse coincidono in larga parte con la descrizione, che a me suonava all’epoca esagerata ed incredibile, che mi veniva fatta in famiglia dalla mia nonna paterna (nata nel 1887 e deceduta nel 1991 alla rispettabile età di 104 anni), quando mi raccontava di come il di lei padre Dinoi Florenzo avesse perduto entrambi i genitori nel volgere di qualche giorno di distanza l’uno dall’altro.5

Di quella prima epidemia è conservata una relazione sanitaria manoscritta, redatta dai medici Ambrogio Rizzo e Alessandro Ponno,6 e ancora Leonardo Tarentini riporta la notizia che, successivamente, «…si fece il secondo camposanto accanto al primo occupato già dai cadaveri di tutti i colerosi del 1865». 

Si tratta dell’ampliamento, realizzato su progetto del 1866 dell’agrimensore Alessandro Zecca, del primo cimitero esterno attiguo all’ex convento dei Cappuccini (oggi convento S.Antonio) aperto nel 1839 e chiuso nel 1892-93 quando entrò in funzione l’attuale.

Numerose furono le manifestazioni di solidarietà che si concretizzarono attraverso aiuti anche economici da parte di vari enti, comitati ed associazioni in ambito nazionale. Il Tarentini ci fa sapere che furono prodighi in aiuti alcuni centri vicini tra cui soprattutto Sava. Mentre, nel citato numero de Il Cittadino Leccese è riportata la notizia di soccorsi prestati dal sindaco di Erchie a manduriani che dimoravano nelle masseria “Monte” e in altre più vicine a quel centro.

Nell’archivio storico del Comune di Mesagne ho rinvenuto una deliberazione di Giunta Municipale (la n. del 1 Settembre 1865) con cui si dispone una libera sottoscrizione in favore dei colerosi di Manduria (L’oggetto della delibera è: Discussione sulla necessità  di deliberare a favore dei cittadini della vicina Manduria, colpita dal terribile colera morbus ).7

La seconda epidemia invece trovò, nonostante il “disimpegno” di molti amministratori locali, una migliore organizzazione dei soccorsi e delle misure sanitarie. Quest’incombenza difficile e rischiosa fu assunta da alcuni funzionari comunali, tra cui il consigliere comunale Orazio Filantropo Schiavoni (ex capitano del regio esercito e medaglia d’argento alla 3^ Guerra di indipendenza, meglio noto presso il popolo con il nome di ton Filandru) e, in via del tutto volontaria e gratuita, da alcuni cittadini coraggiosi.

Soltanto grazie a loro fu possibile evitare che l’epidemia producesse quegli effetti più devastanti che ebbe nei vicini centri di Latiano e Francavilla Fontana.

Si costituì infatti un comitato di volontari che fu posto sotto la direzione ed il coordinamento del citato consigliere comunale Orazio Filantropo Schiavoni (che agiva su delega degli amministratori assenti). Detto comitato affiancò le commissioni mediche e sanitarie ufficiali che agivano sempre sotto la direzione del consigliere delegato.

Ad esso parteciparono alcuni giovani esponenti della classe dirigente cittadina, tra i quali Carmelo Schiavoni (figlio del noto senatore del regno, Nicola) accorso appositamente da Roma dove aveva appena completato gli studi, il giovane intellettuale e poeta Giuseppe Gigli, il dotto sacerdote (anch’egli giovanissimo) don Leonardo Tarentini (già citato come autore di noti studi di storia locale), le religiose della locale casa delle Figlie della Carità di S.Vincenzo de’ Paoli, annessa all’ospedale cittadino, e molti altri ancora.

A costoro fu affidato il difficile compito di supplire alle lacune dell’amministrazione pubblica, e vi riuscirono.

Innanzitutto, furono attuate con maggiore scrupolo le misure di disinfezione delle persone colpite dal morbo e degli ambienti privati e pubblici (case e strade). Fu istituito un lazzaretto nei locali dell’ex convento dei Cappuccini, che furono messi prontamente a disposizione dall’allora proprietario sen. Giacomo Lacaita. Fu organizzato il seppellimento delle vittime del colera in uno speciale cimitero appositamente allestito in contrada “Pigna”, a notevole distanza dell’abitato, in aperta campagna.

 Nel contempo, a differenza di quanto era accaduto per l’epidemia del 1865 (l’esperienza di allora aveva insegnato molto), fu allestita grazie all’iniziativa ed all’entusiasmo del giovane Carmelo Schiavoni, una cucina economica per i cittadini più poveri, rimasti in città senza lavoro a causa del colera e della fuga in campagna della popolazione. A tutti i bisognosi fu così garantito il pasto quotidiano.

La notizia dell’allestimento della cucina economica, ospitata addirittura nella casa del sen. Schiavoni (padre di Carmelo) di Via XX Settembre, è riportata sulla testata  giornalistica settimanale “La sentinella” del 26 Luglio 1886, pubblicata a Taranto, in cui è presente il seguente resoconto:

«Gli altri servizi, quelli già iniziati, continuano bene. Il Prefetto ha mandato da parte del Governo Lire 100 per le cucine che sono il vero sollievo del paese. E l’avvocato Carmelo Schiavoni continua sempre indefessamente ad essere il vivandiere dei poveri. Ormai si distribuiscono quattrocento razioni al giorno; e con un abile congegno, utilizzando le conoscenze personali del tipo odioso del commesso dell’esattore fondiario, si è arrivati al punto di fare arrivare i soccorsi dove sono necessari».8

Sempre nel giornale si parla degli altri operatori tra cui, per citarne solo alcuni, il poeta Giuseppe Gigli che «ha appeso al muro la cetra – ed è un altro di quelli che spingono la barca con molta efficacia», e, soprattutto, le suore della Congregazione della Carità, dirette dalla superiora suor Maria Clotilde Farnerari, che «Sono sei – sei sante. Oserei dire che se qui si parla di miseria e non di sciagura, lo si deve a loro. Loro prestano il servizio al lazzaretto, loro all’ospedale, loro alle cucine economiche, loro infine soccorrono a domicilio gli ammalati che ne hanno bisogno».

Più avanti si parla della poco esemplare condotta delle autorità locali (comunque, se può essere di consolazione al lettore, va detto che il caso di Manduria non è il solo: notizie analoghe si leggono in un articolo analogo riguardante, nello stesso numero del giornale, Francavilla, ed ho rinvenuto altrove per centri più lontani, anche del Nord Italia),  con l’eccezione del già menzionato Orazio Filantropo Schiavoni il quale avrebbe preso su di sé il peso non lieve dell’organizzazione dei soccorsi.

«Il punto sul quale il progresso era desiderabile, e finora non si è avuto, é quello che riguarda la condizione sciagurata di questo Municipio, diventato deserto ostello.

 Ci è in paese solo un consigliere, Orazio Schiavoni, che con infaticabile energia sostiene sulle sue spalle il peso dell’amministrazione intera, oltre all’accudire a tutto quant’altro interessa il paese».

L’autore ha anche qualche parola di critico elogio per il clero locale:

«I preti fanno un servizio buono, per quanto, secondo me, inutile e forse dannoso».

Si tratta in realtà di un giudizio non meritato, probabilmente ispirato dal clima di anticlericalismo del tempo, dato che, oltre alle religiose di cui si è detto innanzi, anche il sac. Tarentini, fu in prima linea nell’assistenza ai colerosi, e non si limitò a fornire una semplice assistenza spirituale.

Ad alcuni degli eroici organizzatori dei soccorsi, con decreto 24 Giugno 1888 di Re Umberto I furono, su segnalazione dell’amministrazione municipale dell’epoca, conferite medaglie ed attestazioni di benemerenza per la salute pubblica, in particolar modo per la Provincia di Lecce figurano, decorati con la medaglia d’argento, i nostri concittadini Orazio Filantropo Schiavoni consigliere comunale, Suor Maria Farnarari (sic!) superiora delle suore di Carità, Tarentini Giovanni ff. sindaco, e, a chiare lettere, «Tarentini don Leonardo parroco».

Il decreto reale, firmato da Re Umberto I e controfirmato dall’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Francesco Crispi, è pubblicato sul n.177 del 27 Luglio 1888 della Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia.9

Pertanto, la notizia riportata in un precedente studio, secondo cui il sac. Don Leonardo Tarentini, parroco della parrocchia filiana di S.Maria di Costantinopoli, insieme all’arciprete di Uggiano, don Vincenzo Becci, non sarebbero stati insigniti dell’onorificenza è, a mio avviso, esatta per il secondo, ma non per il primo.10

Di suor Maria Farnerari sul numero de La Provincia di Lecce del 30 Aprile 1899 figura un articolo che ne annuncia la morte.

L’articolo a firma G.G. (quasi sicuramente Giuseppe Gigli) è il seguente:

«Pochi giorni fa moriva in Manduria, suor Maria Farnerari, superiora delle Figlie della Carità addette all’ospedale di quella piccola città».

Prosegue l’articolo con parole ridivenute attuali, stante l’oblio in cui ella è caduta:

«Un nome modesto e come si vede sconosciuto a tutti coloro che leggeranno queste parole: io voglio però ricordarla, e voglio dire di lei, perché ella fu buona e fu un’eroina: una di quelle che rifuggono le lodi, e compiono silenziosamente, tranquillamente il proprio dovere, quasi senza saperlo. Ricordo.

 Nell’agosto 1886 infieriva il cholera nella nostra Provincia, e Latiano prima, Francavilla Fontana poi, ne erano desolate. Ben presto anche Manduria ne fu colpita. I ricchi presero il volo, per le campagne la maggior parte, altri per Napoli. La cosa pubblica fu assunta da Orazio Schiavoni, solo ma animoso. (…) Il morbo infieriva, e bisognava pur pensare ad una popolazione di quasi 10 mila anime, e che si trovava esposta non solo alla morte, ma più specialmente alla miseria, alla fame.

Suor Maria Farnerari mostrò allora che cosa potesse la carità e l’abnegazione, e compì colle sue compagne, altre quattro piccole modeste suore, tanti sacrifici, tanti atti di valore, tanti eroismi e sacrifici, e atti di valore ed eroismi tranquilli, quasi segreti, nella maggior parte rimasti sconosciuti, quanti difficilmente possono essere immaginati.

Andava ella, e con lei le sue compagne, dall’ospedale dei malati comuni al lazzaretto dei colerosi, dalla casa comunale dove si distribuivano soccorsi e medicine alle abitazioni dei colpiti dal morbo, dalle cucine economiche al cimitero: andava ella, e con lei le sue compagne, confortando, curando, assistendo, o intente alle cucine, o dove erano cadaveri da vestire e da trasportare, o dove erano chiamate da un moribondo, da una famiglia orbata del padre o della madre, o dove l’inedia minacciava più che il cholera.

E suor Maria Farnerari, e con lei le sue compagne, vegliavano giorno e notte sulla sciagura che aveva colpito il piccolo paese, e non muovevano un lamento, e non si dolevano delle atroci sofferenze che sopportavano in silenzio ed erano paghe del sacrificio che ogni giorno compivano per gli infelici. Così per due mesi».

Segue il racconto di un’aneddoto legato alla  decorazione d’argento conferita alla religiosa, dalla cui vendita ella avrebbe voluto trarre l’occorrente per soccorrere una famiglia bisognosa: alla risposta data dall’autore che trattavasi di un valore modesto (cinque o più lire) Suor Maria avrebbe manifestato la propria delusione, dicendo che aveva pensato di poter ricavare di più.

Alla suora, che riposa nel cimitero cittadino, furono in occasione della morte, tributati particolari onori:

«La mia piccola città le ha resi funerali solenni e pietosi. Io da lontano ho voluto ricordare l’umile, l’indimenticabile suora, ed ho voluto trarre per un momento dall’oblio il nome di un’eroina!».11

L’ìnvito a non dimenticare dovrebbe valere ancora, ed adrebbe esteso agli altri benemeriti operatori ed alle tante vittime del morbo che riposano nel cimitero della Pigna.

Di questo cimitero, muta testimonianza dei tragici fatti, il Municipio riuscì appena a realizzare la recinzione esterna (oggi in gran parte diroccata, e bisognosa di interventi). Non fu mai realizzata la prevista Cappella, pensata per dare più degna e cristiana sepoltura alle circa 236 vittime del colera che ivi sono seppellite.

Credo che con l’auspicato intervento di restauro e di conservazione del sito, si potrebbe (perché no?) pensare di portare a compimento il progetto iniziale con la realizzazione di una piccola cappella.

Le tombe di suor Maria Farnerari e di Carmelo Schiavoni meriterebbero invece una maggiore cura, ad iniziare dall’inchiostratura delle lapidi contenenti epigrafi che il tempo ha ormai reso illeggibile.

  

Note

 

1) Tarentini sac. Leonardo, Cenni storici di Manduria antica, Casalnuovo e Manduria restituita, Tip. Spagnolo – Taranto, 1901.

2) Schiavoni Carmelo, Il cholera a Manduria – Cronaca e maldicenza, 1886, ristampata a cura di Fulvio Filo Schiavoni, Filo Editore – Manduria, 1997.

3) Le Temps, 2 Settembre 1865. fonte Gallica.Bnf – Bibliotheque nationale de France.

4) Il cittadino leccese: giornale della provincia politico letterario (1865:A. 5, set., 2, fasc.23) Biblioteca provinciale Nicola Bernardini – Lecce. Fonte ICCU – Intrnetculturale.

5) Testimonianza orale di Dinoi Immacolata, vedova Capogrosso, classe 1887, la quale riferiva che il proprio avo paterno, fattore dimorante nella masseria Pozzi di Manduria, di ritorno da Lecce, dove si era recato per la cura di affari riguardanti la masseria da lui gestita, avrebbe trovato in fin di vita la moglie e, a sua volta, si sarebbe ammalato anche lui di colera, morendo a qualche giorno di distanza. Il piccolo Dinoi Florenzo, futuro padre di Immacolata sarebbe pertanto rimasto orfano di entrambi i genitori.

6) F. Filo Schiavoni, op. cit.

7) Archivio storico del Comune di Mesagne. Fonte: archiviostorico.comune.mesagne.br.it.

8) La sentinella : giornale politico, amministrativo, letterario (1886:A. 1, lug., 26, fasc. 6) Biblioteca civica Pietro Acclavio – Taranto, fonte ICCU Internetculturale.

9) Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, n.177 del 27 Luglio 1888.

10) G.Sirsi introduzione alla ristampa de Il cholera a Manduria – Cronaca e maldicenza, di C. Schiavoni, Filo Editore – Manduria, 1997.

11) La provincia di Lecce (1899:A. 4, apr., 30, fasc. 18), Biblioteca provinciale Nicola Bernardini – Lecce, fonte ICCU Internetculturale.

12) La tomba di Suor Maria Clotilde Farnerari e di altre religiose dell’ordine è sita nella parte monumentale dell’attuale cimitero di Manduria, sul lato sinistro di quella del Sen. Nicola Schiavoni (che prospetta il piazzale della tomba dell’arciprete Lugi Neglia): è la seconda della prima fila a partire dal basso. Quella di Carmelo Schiavoni è sita nell’ultimo piazzale alle spalle della sepoltura del dott. Michele Greco.

13) Le immagini riproducono: 1. la litografia con S.Gregorio Magno in processione fatta stampare Nella occasione del colera del 1865 a devozione di Saverio di Maggio (tratta da una recente ristampa a cura del Comitato della festa patronale – Chiesa Madre di Manduria). 2. la prima pagina de Il Cittadino Leccese del 2 Settembre 1865, riportante in apertura il Bullettino sanitario di Manduria. 3. e 4. la prima pagina e la quarta della Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n.177 del 27 Luglio 1888, con le decorazioni conferite per i soccorsi ai colerosi in Provincia di Lecce, tra cui figurano quelle attribuite ai nostri quattro concittadini.

 

 

 

 

 

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