L’incendio del Balkan e gli scontri di Trieste del 13 luglio 1920

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Gli incidenti di Trieste del 13 luglio 1920, che ebbero quale loro culmine gli scontri e l’incendio del cosiddetto Hotel Balkan, in cui si trovava la sede della società Narodni dom («casa del popolo») slava, sono stati sovente presentati da una certa pubblicistica retorica quale l’inizio materiale e simbolico degli scontri interetnici ed assieme delle “violenze fasciste” contro gli slavi.

Questa interpretazione postula un immaginario microcosmo di pace ed armonia fra le diverse etnie della Venezia Giulia e della Dalmazia sotto l’impero asburgico, che sarebbe stato brutalmente interrotto prima dalla guerra (concepita quale “aggressione” dell’Italia all’Austria), poi da un conflitto civile scatenato dai “fascisti”. Questa ricostruzione è oggettivamente erronea (talora, in alcuni autori proprio mistificatoria), sia nel medio periodo, sia nel breve, e persino nella dinamica stessa degli eventi del 13 luglio.

Allungando anche solo di poco lo sguardo prospettico, è incontestabile rintracciare per tutto il periodo 1866-1914 (anzi in verità già da prima) una fortissima pressione contro gli italiani d’Austria, stretti fra la morsa dell’azione dello stato centrale e dei nazionalisti slavi, ambedue ostili ed intenzionati a cancellare l’identità nazionale italiana.

 

Questo indirizzo politico ostile agli italiani, sudditi dell’impero ancora dopo il 1866, si manifestò in Venezia Giulia ed in Dalmazia (oltre che nel Trentino) con un insieme articolato di misure ed iniziative: favoritismo verso l’immigrazione di slavi; espulsioni di massa di italiani, di cui 35.000 furono cacciati nel solo periodo compreso fra il 1903 ed il 1913 dal cosiddetto Litorale, ripartizione amministrativa imperiale comprendente le terre giuliane; modifiche arbitrarie dell’onomastica (quindi dei cognomi) e della toponomastica (dei nomi dei luoghi), ambedue slavizzati forzatamente; nomina di vescovi e sacerdoti slavi, per di più accesi nazionalisti, in terre italiane e slavizzazione della stessa liturgia.

Discriminazioni a favore degli slavi nelle assunzioni e promozioni nel pubblico impiego, la burocrazia e la polizia; chiusura di istituti scolastici italiani (che quasi scomparvero dalla Dalmazia) o loro strangolamento economico; brogli elettorali e gerrymandering; scioglimento forzato di associazioni e giornali italiani etc. Fra le conseguenze vi fu un drastico calo del popolamento italiano.1

In un periodo più breve, i fatti del Balkan si inseriscono nel contesto compreso, indicativamente, fra la fine della Grande Guerra e la stabilizzazione dei nuovi assetti politici e statali. In questo lasso di tempo le popolazioni italiane della Venezia Giulia e specialmente della Dalmazia dovettero subire una gran quantità di aggressioni da parte dei nazionalisti slavi. Quando il Regio Esercito giunse nella regione giuliana, trovò già attive ed esistenti unità paramilitari slave, riunite nell’associazione “Sokol” (esistente, per inciso, già sotto l’Austria imperiale e responsabile di atti come, ad esempio, la devastazione di Sussak in odio agli italiani).

Lo scioglimento di questi reparti non impedì il costituirsi, ovvero la sopravvivenza, di unità clandestine, appoggiate dal nascente stato jugoslavo e la cui azione, anche terroristica, imperversò per tutti gli anni ’20 e ’30 nelle terre di confine. Fra queste, ad esempio, esisteva la Soca (vocabolo sloveno che designa l’Isonzo): «Ne è presidente sindaco di Lubiana, dott. Dinko Puc. Ogni anno commemora l’anniversario dell’incendio del Narodni Dom di Trieste,che si era rivelato centro organizzativo ai servizio di Belgrado».2  

Il governo jugoslavo tentò altresì d’interferire nell’amministrazione del territorio dalmata sotto controllo provvisorio dell’Italia, con una serie di ingerenze e soprusi. Si boicottò così il ripristino della linea ferroviaria Spalato-Sebenico-Perković-Knin, evitando di compiere le riparazioni necessarie e trasferendone il personale. Inoltre si cercò, già nel novembre del 1918 quindi a pochi giorni dalla firma dell’armistizio fra Italia ed Austria, di costringere tutto il personale pubblico della Dalmazia a giurare fedeltà al regno di Jugoslavia, nonostante esso non avesse ancora alcun riconoscimento internazionale. Gli italiani che si rifiutarono furono rimossi dall’incarico.

Lo scomparso impero, avvalendosi delle prerogative concessegli dal concordato con la Santa Sede, aveva sistematicamente imposto vescovi slavi nelle sedi episcopali giuliane e dalmate, che a  loro volta avevano portato con sé sacerdoti slavi.

Proprio questi ecclesiastici erano stati per tutto il secolo  XIX i maggiori fautori e propagandisti dei nascenti nazionalismi sloveno e croato. Fu così che nel 1918 le autorità italiane dovettero confrontarsi con presuli che utilizzavano le loro cariche per ostacolare il loro operato. Ad esempio, monsignor Karlin, vescovo di Trieste, arrivò a servirsi della solenne messa natalizia del 1918, svoltasi nella cattedrale, per tenere un sermone in cui di fatto condannava la presenza dello stato italiano in Venezia Giulia.

Egli in diverse circostanze espresse in modo particolarmente duro il suo giudizio sul popolo italiano e sfruttò il suo controllo dell’episcopato per impedire che giungessero nella città tergestina sacerdoti dall’Italia. Karlin non fu il solo vescovo ad agire direttamente e pubblicamente contro lo stato  italiano, poiché, ad esempio, anche monsignor Skarpa, pastore episcopale di Sebenico, agì in tale direzione, proibendo l’impiego dell’italiano nella predicazione e vietando ai cappellani militari del Regio Esercito d’insegnare nelle scuole religiose e d’impartire i sacramenti ai civili. Può dare un’idea della radicalità di questo atteggiamento ostile ricordare che i capi del nazionalismo croato cercarono di dissuadere la popolazione dall’accettare gli aiuti alimentari distribuiti gratuitamente dall’esercito italiano per rimediare alla malnutrizione degli abitanti ridotti alla fame.3

La regione dalmata, occupata dal nascente regno di Jugoslavia, che doveva all’Italia la sua stessa esistenza (fu la marina da guerra italiana a salvare l’esercito serbo in piena ed a consentirgli di continuare la guerra, quindi allo stato serbo si rivendicare una posizione fra i vincitori del conflitto), cadde sotto una “cappa di piombo” oppressiva per gli italiani, moltissimi dei quali furono così costretti a fuggire.

Scriveva fra gli altri Antonio Bucevich, viceconsole italiano a Curzola: «Le nuove condizioni create dall’occupazione iugoslava  sono tali che per molti italiani la vita non è possibile, né sopportabile in questi luoghi. Il boicottaggio, gl’insulti e le minaccie continue contro gl’italiani che hanno manifestato nel passato la loro italianità sono cose di ogni giorno».4

Alcuni dati possono fornire un’idea dell’entità del flusso: si calcola che dalla sola, piccola isola di Curzola partirono in meno di due anni 354 profughi, saliti a 566 entro il maggio del 1921; dalla sola Sebenico cercarono riparo in Italia circa 380 esuli.

La quantità di profughi che scappavano in Italia, per minacce, violenze subite, boicottaggio economico e lavorativo etc., fu tale che lo stato italiano dovette provvedere a piroscafi, alloggi, talora modesti  sussidi etc. per aiutare i connazionali dalmati. Luciano Monzali, autore di saggi ottimamente documentati ed equilibrati sulla storia della Dalmazia, afferma che il periodo posteriore alla prima guerra mondiale «fu anche l’epoca del più grave declino sociale e demografico delle collettività italiane in Dalmazia», indicando la causa di questo proprio nell’ostilità degli slavi e del  regno di Jugoslavia verso gli italiani.5

L’aggressività violenta contro gli italiani si manifestò sin da subito dopo la fine della guerra, o per meglio dire proseguì senza soluzione di continuità, esistendo da oltre mezzo secolo come minimo. Ad esempio, il 9 novembre del 1918 alcuni italiani di Spalato esposero il tricolore nazionale sulle loro case, provocando la reazione esagitata della guardia nazionale jugoslava, che fece irruzione nelle abitazioni sfondando le porte, picchiando gli inquilini e minacciandoli con le pistole, devastando i locali.

Le bandiere furono strappate e bruciate sulla pubblica piazza, mentre una nave da guerra, ex austriaca ed ora jugoslava, ammoniva con un megafono gli italiani avvertendoli che avrebbe aperto il fuoco se il tricolore fosse stato ancora tenuto  innalzato.6

Non basta ancora, perché anche l’antefatto immediato degli incidenti di Trieste del 13 luglio 1920 vide, ancora una volta, un attacco dei nazionalisti slavi. L’11 luglio dello stesso anno difatti si erano avuti i “fatti di Spalato”, la cui migliore ricostruzione è quella esemplare della ricercatrice storica Valentina Petaros basata sull’analisi comparata delle fonti originali ritrovate.7

In quello che già era un clima incandescente, furono diffuse nella popolazione slava spalatina voci incontrollate contro i marinai italiani, che ingigantivano e deformavano un episodio del tutto insignificante. I militari furono così assaliti a mano armata e di sorpresa. Due di loro, il comandante Tommaso Gulli ed il motorista Aldo Rossi, morirono in conseguenza dell’aggressione, mentre altri due furono feriti.

L’annuncio dell’assassinio di militari italiani provocò in Italia manifestazioni di protesta e fu da una di esse, organizzata proprio a Trieste, il 13 luglio, da cui partirono gli incidenti culminati nell’incendio del “Balkan”. La consequenzialità storica fra l’eccidio spalatino ed i fatti di Trieste del 13 luglio è quindi assolutamente incontestabile.

Da ultimo, ma non per ultimo, in quella convulsa giornata di disordini del 13 luglio a Trieste, che cosa accadde realmente? Le ricostruzioni della dinamica degli accadimenti sono diverse e le fonti risultano talora contrastanti, ma questo è abbastanza comune in storia. Alcuni punti fermi possono però ritenersi assodati.

Primo, l’assalto al cosiddetto “Balkan” avvenne per reazione all’assassinio di un italiano, Giovanni Nini, cuoco di 18 anni di una trattoria, che fu ucciso con tre pugnalate in piazza Unità. Furono assaliti però anche altri tre italiani: Giuseppe Ussai, colpito da due coltellate, e Mario Frassalich, raggiunto da un colpo  di coltello, ambedue feriti sempre in piazza Unità; infine il tenente di fanteria Luigi Cassiano, che ricevette una pugnalata.

Le circostanze esatte della lesione mortale inferta a Nini rimangono ignote, sebbene secondo una versione sarebbe stato colpito da uno slavo che tentava di uccidere un ufficiale italiano. In ogni caso, il fatto che quattro italiani fossero stati presi a coltellate dimostra che vi erano agitatori o terroristi slavi armati ed operanti in gruppo.8

Secondo, quando la folla in tumulto si avvicinò all’albergo, dalle sue finestre partirono colpi di pistola e lanci di bombe a mano, prima ancora che i dimostranti potessero fare alcunché. Molti testimoni, fra cui molti ufficiali dell’esercito che firmarono dichiarazioni giurate rilasciate ai superiori, riferirono di aver visto ignoti, certamente slavi comunque considerato che agivano dalla “Narodni dom”, sparare e gettare bombe.9

Terzo i soli feriti dalle bombe a mano, tutti italiani,  furono 7, fra cui un funzionario di polizia (il commissario di P.S. Ernesto Valentino; Cesare Almeissovich; Aurelio  Domini; Silvio Fulignot; Paolo Gianporcaro; Romano Squargi; Pietro Zalateo), mentre un ottavo colpito, il tenente Luigi Casciana,  morì in ospedale.10

Questo prova al di là di ogni dubbio che dal “Balkan” furono scagliate bombe.

Quarto, l’incendio che distrusse la “casa del popolo” slava e provocò indirettamente la morte di Ugo Roblek, gettatosi dall’alto per sfuggire alle fiamme, fu, se non provocato, alimentato ed incrementato da un deposito d’armi, clandestino ed illegale, creato dagli slavi, presumibilmente gli stessi che spararono e lanciarono bombe sulla folla.

Furono difatti uditi distintamente scoppi ed esplosioni, una delle quali si ebbe il giorno seguente quando l’incendio pareva prossimo allo spegnimento. Inoltre mentre gli incendi ad altri edifici assaliti durante i disordini furono agevolmente spenti dai pompieri nel giro di alcuni minuti, quello del “Balkan” fu indomabile e proseguì appunto sino al giorno successivo.11

La dinamica degli incidenti è ricostruita anche in una relazione del vicecommissario regio Francesco Crispo Moncada, inviato al Presidente del Consiglio il 14 luglio, conservato nell’archivio storico del Ministero degli Interni. Si possono qui riportare alcune parti essenziali. Crispo Moncada riferisce che «... Iniziatasi con comizio in Piazza Unità manifestazione svolgevasi ordinatamente. Mentre parlava avv. Giunta... rimaneva ucciso cittadino italiano da colpo di pugnale infertogli proditoriamente nella piazza stessa da slavo che riuscì a dileguarsi. Notizia comunicata al pubblico da oratore produsse vivissimo fermento ed esasperazione.

Folla eccitatissima sbandossi improvvisamente in varie direzioni. Parte dimostranti si diresse correndo piazza Oberdan sostando dinanzi al fabbricato Hotel Balkan sede del Circolo slavo consueto centro di riunione e di propaganda antiitaliana emettendo grida ostili. Dalle finestre di detto fabbricato vennero esplosi vari colpi di rivoltella e lanciate bombe a mano rimanendo ferite due guardie regie e vicecommissario di pubblica sicurezza...».

Il rapporto continua descrivendo la reazione dei militari all’azione dei terroristi slavi e l’incendio incontrollabile a causa degli  esplosivi: «... durante incendio furono sentiti alcuni scoppi attribuiti a bombe e munizioni che hanno ostacolato opera spegnimento...». Crispo Moncada concludeva infine comunicando gli «arresti di facinorosi», fra cui alcuni sospettati di essere parte del gruppo terroristico che aveva sparato e lanciato bombe.12

Il famigerato “incendio del Balkan” fu quindi l’esito di aggressioni con il coltello subite da italiani sulla pubblica piazza durante un comizio di protesta per l’eccidio di Spalato, seguito dal  lancio di bombe e mano e dall’esplosione di colpi di pistola sempre contro italiani. Da queste ripetute aggressioni, che fecero due morti e moltissimi feriti, scaturì infine l’assalto al Narodni Dom in cui era asserragliati i terroristi panslavisti. Dulcis in fundo, l’incendio che distrusse la “casa del popolo” fu dovuto agli esplosivi in essa accumulati, con ogni verosimiglianza dall’organizzazione clandestina terroristica.

Questo episodio inoltre deve essere posto nel contesto della cacciata degli  italiani dalla Dalmazia in corso in quegli anni, che determinò la fuga di molte migliaia di persone, e direttamente in rapporto all’uccisione di due militari italiani a Spalato.

Considerandolo su di un arco temporale maggiore, esso è una circostanza della plurisecolare ostilità dei nazionalisti slavi verso gli italiani, che aveva preso a manifestarsi in modo aggressivo (con persecuzioni contro gli italiani ed il tentativo sistematico di cancellarne l’identità culturale) e non di rado violento già da metà del secolo XIX.

È quantomeno sorprendente che talora si sia potuto sostenere che l’incendio del Narodni Dom «rappresentò la prima grande frattura tra gli Italiani della Venezia Giulia e le popolazioni "allogene", sloveni e croati», quando in realtà si aveva alle spalle più di mezzo secolo di persecuzioni a discapito della popolazione italiana e mentre in quello stesso 1920 le stesse proseguivano in Dalmazia.13

A prescindere da tutte le molte misure di snazionalizzazione, contro gli italiani si erano già avuti fatti oggettivamente più gravi dell’incendio della “casa del popolo” slovena, quali il massacro dei portici di Chiozza (avvenuto anch’esso un 13 luglio, ma 52 anni prima del “Balkan”,  nel 1868), i disordini di Trieste del settembre del 1898, i tumulti del 23 maggio 1915 sempre nella città giuliana, oltre ad assassini per odio etnico, incendi di scuole ed istituti culturali, aggressioni, devastazioni di case e proprietà ed altro ancora, in uno stillicidio di atti  di violenza politica.14

Non vi è dubbio quindi su chi sia stato l’aggressore e chi l’aggredito, non soltanto quel 13 luglio 1920 a Trieste.

 

 

Bibliografia

1 La bibliografia su tutto questo sarebbe sterminata, cosicché ci si limita a fornire alcune indicazioni essenziali: cosicché ci si limita qui ad alcune indicazioni: A. Ara, La questione dell’Università italiana in Austria, in «Rassegna storica del Risorgimento» LX, 1973; B. Benussi, L’Istria nei suoi due millenni di storia, Venezia-Rovigno, 1997; B. Coceani, Un giornale contro un Impero. L’azione irredentistica de “L’Indipendente” dalle carte segrete della polizia austriaca, Trieste 1932; U. Corsini, La questione nazionale nel dibattito trentino, in A. Canavero- A. Moioli (a cura di), De Gasperi e il Trentino tra la fine dell’’800 e il primo dopoguerra,  Trento 1985, pp.593-667; G. Deuthmann, Per la storia di alcune scuole in Dalmazia, Zara 1920; A. Fragiacomo, La scuola e le lotte nazionali a Trieste e nell’Istria prima della redenzione, in “Porta orientale”, 29, 1959; M. Garbari, L’irredentismo nel Trentino, in R. Lill-F. Valsecchi (a cura di), Il nazionalismo in Italia e in Germania fino alla prima guerra mondiale, Bologna 1983; V. Gayda, L'Italia d'oltre confine. Le provincie italiane d'Austria, Torino 1914; G. Praga, Storia di Dalmazia, Varese 1981; S. Malfer, Der Kampf um die slawische Liturgie in der österreichisch- ungarischen Monarchie - ein nationales oder ein religiöses anliegen? in “Mitteilungen des Österreichischen Staatarchivs”, 1996, n. 44, pp. 165-193; A. Sandonà, L’irredentismo nelle lotte politiche e nelle contese diplomatiche italo-austriache, voll. 3, Bologna 1932-1938; E. Sestan, Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale, Udine 1997; A. Tamaro, Le condizioni degli italiani soggetti all'Austria nella Venezia Giulia e nella Dalmazia, Roma 1915; A. Tamaro, Storia di Trieste, Roma 1924; G. Valdevit, Chiesa e lotte nazionali: il caso di Trieste (1850-1919), Udine 1979; P. Zovatto, Ricerche storico-religiose su Trieste, Trieste 1984

2 Una ricostruzione di queste molte organizzazioni si ritrova in un’opera datata, ma che riporta fatti precisi e circostanziati, riassumendoli in un quadro d’insieme. Virginio Gayda, La Jugoslavia contro l’Italia, Roma 1933. La citazione è a p. 20; alcune indicazioni sui primordi della loro azione in Venezia Giulia  si ritrovano in Apollonio Almerigo, Venezia Giulia e fascismo 1922-1935. Una società post-asburgica negli anni di consolidamento della dittatura mussoliniana, Gorizia 2004,pp. 192 sgg.

3 Raoul Pupo, II. Attorno all’Adriatico: Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia, in Raoul Pupo (a cura di), La vittoria senza pace. Le occupazioni militari italiane alla fine della Grande Guerra, Roma-Bari 2014, pp. 79-157

4 Citato in L. Monzali, Italiani di Dalmazia 1914-1924, Firenze 2007, p. 278

5 Ibidem, pp. 267, 277-279, 324; citazione a p. 416

6 Ibidem, pp. 68-69

7 V. Petaros Jeromela, 11 luglio 1920: L’incidente di Spalato, in «Quaderni», volume XXV, 2014, pp.307-336

8 A. Tamaro, Venti anni di storia, Roma, 1953, p. 79; Sergio Siccardi, La falsa verità sul Ten. Luigi Casciana, Trieste 2010, pp. 28-29.

9 S. Siccardi, La falsa verità, cit., pp. 24, 75-93

10 Tammaro, cit., pp. 5, 29

11 Ibidem, pp. 24-25, 28, 32

12 Archivio Storico del Ministero degli Esteri, Roma, AP 1919-1930, Iugoslavia, b. 1305, Crispo Moncada al presidente del Consiglio, 14 luglio 1920

13 C. Silvestri, Dalla redenzione al fascismo. Trieste 1918-1922, Udine 1966, p. 60.

14 Sia consentito per brevità riferirsi qui ad un articolo già pubblicato sul Nuovo Monitore Napoletano, che riporta una rapida sintesi dei principali casi di atti  di violenza o di vero e proprio terrorismo contro gli italiani dal 1866 al 1915 nell’impero d’Austria, con la bibliografia essenziale: Marco Vigna, Violenza anti-italiana nell'impero asburgico (1866-1915), in «Nuovo Monitore Napoletano», 22 dicembre  2015»

 

 

 

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