Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La battaglia del solstizio: Piave 1918

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Si è detto che nella prima guerra mondiale non vi sarebbero battaglie cosiddette decisive, tuttavia se ve ne è stata una, essa fu la “battaglia del solstizio”, come felicemente la battezzò il D’Annunzio.1

La seconda battaglia del Piave, ossia la “battaglia del solstizio” del 1918, fu l’ultimo grande sforzo dell’impero d’Asburgo e ne segnò la fine.2

L’Austria era interiormente malata, poiché la guerra aveva portato sia ad una intensificazione delle ostilità etniche e sociali già forti prima del conflitto, sia ad una gravissima crisi economica. Il regime imperiale aveva un disperato bisogno di una grande vittoria per poter sopravvivere, che ricompattasse con il suo prestigio e la prospettiva di una vittoria finale la declinante fedeltà dei popoli soggetti e consentisse di saccheggiare l’Italia a beneficio della Mitteleuropa.3

La vittoria italiana nel giugno del 1918 stroncò le residue possibilità di Germania ed Austria di un successo nel conflitto.

L’offensiva tedesca sul fronte occidentale (Francia-Belgio) lo aveva teso sino quasi al punto di rottura, giungendo fino a pochi chilometri dalla linea di rifornimento dell’esercito inglese, tagliata la quale esso avrebbe dovuto imbarcarsi.

L’esercito francese da solo non avrebbe mai retto alle armate del Kaiser, superiori quantitativamente e qualitativamente, e sarebbe crollato di schianto prima che le divisioni americane giungesse in numero sufficiente.4

 

Un illustre storico della rivoluzione industriale, David Landes, ha asserito che la storia si può fare anche con i “se” e che l’esercizio di porre ipotesi su quanto sarebbe potuto accadere è utile a meglio comprendere quanto è realmente avvenuto.5

La sua posizione non è isolata nella storiografia, giacché altri storici, come l’importante medievista italiano Giuseppe Sergi, sono dello stesso parere.6

Ciò premesso, è legittimo domandarsi che cosa sarebbe avvenuto nell’eventualità di una sconfitta italiana sul Piave. Il fronte occidentale già resisteva a fatica agli attacchi di Ludendorff, cosicché il sopraggiungere di unità dell’esercito imperiale asburgico avrebbe in teoria comportato la sua rottura, il reimbarco dell’esercito inglese ed il collasso di quello francese.

È vero che il Regno Unito, protetto dalla flotta, non avrebbe assolutamente potuto essere invaso, però gli imperi centrali sarebbero risultati vincitori sul continente e senza alcuna minaccia dalla Russia, a cui era stata sottratta l’Ucraina e che si trovava in preda alla guerra civile. Germania ed Austria avrebbero potuto ottenere una pace favorevole, approfittando della messa fuori combattimento di Francia ed Italia e dell’estrema stanchezza dell’Inghilterra.

Non basta: la vittoria nella “battaglia del solstizio” ha reso possibile coglierne i frutti a Vittorio Veneto, ciò che ha accorciato la guerra di un anno. Si dimentica spesso che, quando l’esercito italiano attaccò sul Piave e travolse l’armata imperiale, sul fronte occidentale l’attività bellica era fortemente ridotta e che gli stati maggiori alleati di Francia, Inghilterra, Usa avevano deciso di attendere la primavera del 1919 per riprendere l’offensiva.

Il fronte era ancora ad occidente della frontiera tedesca del 1914 ed il maresciallo Foch riteneva possibile provare a varcare il Reno non prima del marzo dell’anno seguente. La resa dell’Austria-Ungheria condusse automaticamente a quella della Germania, perché produsse a parti rovesciate lo scenario sopra descritto che si sarebbe verificato nel caso di sconfitta italiana sul Piave.

Il Regio esercito italiano, dopo il collasso politico e militare dell’Austria, si stava preparando ad attaccare la Germania da sud, senza che l’esercito di Guglielmo II avesse la possibilità di chiudere un nuovo fronte che improvvisamente si apriva e per il quale semplicemente non aveva divisioni a disposizione.

L’improvviso tracollo politico del II Reich, che anticipò l’inevitabile disfatta bellica, scaturì proprio dalla reazione immediata alla notizia dell’armistizio austriaco.7

Per ultimo, ma non da ultimo, la vittoria del Piave determinò la fine di un impero plurisecolare, che era stato fin dal tardo Medioevo uno fra le maggiori potenze d’Europa, per cui la battaglia fu davvero decisiva. Il diario del conte Buriàn, ministro degli esteri imperiale, dimostra che l’offensiva sul Piave del giugno 1918 era giudicata anche dal governo della Duplice Monarchia quale l’estrema speranza di sopravvivenza.8

Vienna puntò tutte le sue residue forze materiali e morali sull’offensiva del Piave. La battaglia si concluse tatticamente con un successo del Regio esercito, che inflisse agli attaccanti perdite molto superiori alle sue, ma specie sul piano strategico fu una grande vittoria dell’Italia, poiché lo sforzo aveva esaurito le residue energie fisiche e psicologiche del nemico.9

Da allora sino a Vittorio Veneto si ebbe una lenta agonia dell’impero ormai condannato.

La stessa memorialistica trasmessa di alcuni dei protagonisti della Duplice Monarchia, come quella del suo capo di stato maggiore Conrad von Hoetzendorf, riconosce che il ruolo dell’Italia fu risolutivo nel condurre alla dissoluzione dell’impero d’Asburgo.10

Furono molti gli alti ufficiali imperial-regi che, dopo il conflitto, ammisero per iscritto che il ruolo bellico italiano era stato determinante.11

L’evento epocale fu positivo per l’Italia, poiché era la scomparsa di uno stato che sin dalla sua origine aveva invaso terre italiane, snazionalizzandole a forza (è quanto accadde già in Alto Adige sin dal secolo XIV, per non parlare della Venezia Giulia e della Dalmazia) ed aveva tenuto un costante atteggiamento intrusivo ed aggressivo nella penisola.12

Persino un Adolf Hitler nel suo “Mein Kampf” ammise onestamente, per quanto austriaco ed ultranazionalista germanico, che l’impero asburgico era stato un nemico storico dell’Italia: «Gli errori della Casa degli Asburgo nel corso dei secoli contro la libertà e l'indipendenza Italiane erano troppo grossi per essere dimenticati, anche supponendo che ci fosse desiderio di farlo».13 

Il futuro Fuhrer nell’immediato dopoguerra aveva osato prendere le difese dell’Italia, durante la sua attività politica Baviera e nonostante l’impopolarità che rischiava, dall’accusa di aver tradito l’alleanza, spiegando che in verità era stata Vienna a tradire.14

Claus Gatterer, studioso austriaco, ha addirittura coniato l’espressione di “inimicizia ereditaria” (Erbfeindschaft) per i rapporti fra Austria ed Italia.15

L’ultimo imperatore Carlo d’Asburgo aveva scritto al collega ed alleato Guglielmo II: «Tutto il mio esercito definisce la guerra contro l'Italia la nostra guerra. Ciascun ufficiale nutre in petto fin dai suoi giovani anni l'ardente desiderio trasmessogli dai padri, di combattere contro il nemico ancestrale».

Il generale von Cramon, rappresentante austriaco nel Gran Quartier Generale tedesco, aveva creato per l’Italia la formula «ureigenster Krieg»,  liberamente traducibile all’incirca come “eterno nemico personale”.16

Ancora durante la guerra le autorità militari dell’impero, con l’appoggio dell’arciduca Eugenio d’Asburgo e dei generali Alfred Krauss e Viktor Dankl, si proponevano la snazionalizzazione del Trentino e la sua germanizzazione, ritenendo praticamente ogni italiano un individuo potenzialmente ostile all’impero ed internando o deportando chiunque  fosse ritenuto politicamente inaffidabile.17

L’ostilità nei confronti degli italiani era radicata da secoli nella classe dirigente imperiale con toni apertamente razzistici.18

L’importanza della battaglia del Piave fu pertanto enorme, perché veramente epocale. Ciononostante, essa fu sminuita al tavolo di pace in cui gli “alleati” dell’Italia infransero un trattato solennemente sottoscritto, negando all’Italia la Dalmazia.19

Essa ha continuato ad essere svalutata nella storiografia straniera, in parte per nazionalismo, in parte per pura ignoranza, magari anche solo incapacità di leggere le fonti in lingua italiana. Un esempio di questo è il famoso storico inglese Liddell Hart, che nel suo voluminoso saggio sulla prima guerra mondiale riserva alla battaglia del Solstizio poche righe frettolose.20

In Italia dopo il 1945 la Grande Guerra è divenuta quasi qualcosa di cui vergognarsi e di cui le due culture politiche dominanti per mezzo secolo, la democristiana e la comunista, hanno parlato solo per dirne male, essendo ambedue interessate a denigrare la nazione in quanto tale.

Anche per questo la vittoria rimane ancora oggi mutilata.

 

 

 

Bibliografia

1) è la teoria proposta da Alistair Horne, The Price of Glory: Verdun 1916, London 1993

2) anche le truppe combattenti dell’esercito imperial-regio erano consapevoli di questo. Uno spaccato è offerto dal libro autobiografico dell’ufficiale austriaco  Fritz Weber, La fine di un esercito. Tappe della disfatta, Milano 1965

3) L’argomento della fine dell’impero d’Asburgo è stato frequentemente trattato nella storiografia ed i testi più importanti e citati sono quelli di  Zeman e Valiani. Zbynek A. Zeman, Der Zusammenbruch des Habsburgerreiches 1914 – 1918, Wien 1963; il classico indiscusso è però quello di Leo Valiani, La Dissoluzione dell'Austria-Ungheria, Milano 1966.

4) Michael Stedman: The German Spring Offensive, London 2001

5) Un esempio di applicazione del metodo di Landes, organico alla sua epistemologia di history-as-accident è David S. Landes, Why Europe and the West? Why Not China? in “Journal of Economic Perspectives”, volume 20, Number 2-Spring 2006, pp. 3-22

6) Dieci secoli di Medioevo, Renato Bordone e Giuseppe Sergi, Torino 2009.

7) Un ottimo inquadramento del contesto politico complessivo degli Imperi centrali durante il primo conflitto mondiale, con relativa spiegazione delle scelte sbagliate, si ritrova in Gerhard Ritter, I militari e la politica nella Germania moderna. Il sopravvento del militarismo e il crollo dell’impero. 1917-1918, vol. III, Torino 1973

8) il riferimento non può che andare ancora a Valiani, La Dissoluzione, cit.

9) sulla battaglia in quanto tale esiste l’ottima monografia di Pierluigi Romeo di Colloredo, La battaglia del solstizio. Piave, giugno 1918, editore Soldiershop, 2008

10) Lawrence Sondhaus, Franz Conrad von Hötzendorf. Architect of the apocalypse. Boston 2000

11) Si può consultare al riguardo la bibliografia ragionata riportata in Piero Pieri, L'Italia nella prima guerra mondiale (1915-1918), Torino 1965

12) Su questi argomenti la bibliografia da citare sarebbe immensa, per cui bastino alcuni riferimenti utili quali introduzione: Carlo Battisti, Sulla germanizzazione alto atesina, in Rassegna critica, XXX, Napoli, 1921, pp. 249-264; Ernesto Sestan, Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale, Udine 1997; Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia. Dal Risorgimento alla Grande Guerra, Firenze 2011

13) Adolf Hitler,  La mia battaglia, Milano 1934

14) Erich Kuby, Il tradimento tedesco. Come il Terzo Reich portò l'Italia alla rovina, Milano 1996

15) Claus Gatterer, “Italiani maledetti, maledetti Austriaci.” L’inimicizia ereditaria, Bolzano 1986

16) Alessandro Barbero, Caporetto, Roma-Bari 2017

17) Gerard Pircher, Militar, Verwaltung, und Politik in Tirol in Estern Welkkrieg, Innsbruck 1995

18) Alan Sked, The Survival of the Habsburg Empire. Radetkzy, the Imperial Army and the Class War 1848, London-New York 1979

19) Maria Grazia Melchionni, La vittoria mutilata. Problemi ed incertezze della politica estera italiana sul finire della Grande Guerra (ottobre 1918-gennaio 1919), Roma 1981

 20) Basil Liddell Hart, La Prima Guerra Mondiale 1914-1918, Milano 1968.

 

 

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