Alle origini del movimento operaio di Gragnano

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Per secoli l’economia di Gragnano si era fondata sulla coltivazione della seta e sulla lavorazione dei tessuti, fino a quando, per un’epidemia delle piante avvenuta intorno al 1783, fu ordinata la distruzione e l’estirpazione dei bruchi portando alla definitiva cessazione della sua primaria attività.

Su questa coltivazione scriveva nel dicembre 1879 l’avvocato Vincenzo Tutino, nell’ambito dell’inchiesta condotta dal senatore lombardo, Stefano Jacini (1826 – 1891) sulle condizioni dell’agricoltura in Italia:

«L’industria della bachicoltura fu un tempo una delle nostre produzioni agricole più floride; tutti ne traevano i più grandi vantaggi, costituendo per molti l’unico sollievo per riparare una grave necessità della vita. Venuta meno questa provvida risorsa, tutti ne risentirono le penose conseguenze (…). Da per tutto si estirparono le annose piante di gelsi, in altri tempi tenute in grandissimo pregio e, più tardi, rimpiante».1

 

La profonda, irreversibile crisi rivalutò il settore delle paste lunghe, le uniche all’epoca prodotte, fino allora relegato ai margini, pur avendo già maturato una sua lunga tradizione risalente, secondo alcune fonti ormai consolidate, alla seconda metà del 1600 ma condotta esclusivamente a livello familiare.

La lavorazione della pasta fu lo sbocco naturale, legata com’era alla più famosa macinazione del grano dei suoi innumerevoli molini, il più antico dei quali trovava la sua origine nella notte del XIII secolo, e distribuiti lungo il fiume Vernotico che attraversava la celeberrima, medioevale Valle dei Mulini. La natura benigna fece poi il resto, favorita com’era dalla sua aria leggermente umida che permetteva un’asciugazione lenta e graduale, ideale per i maccheroni. 2

Fu sufficiente meno di un secolo, dal 1789, quando l’amministrazione comunale deliberò la prima concessione per la produzione e la vendita dei maccheroni a Michele Garofalo e Salvatore Montella, licenza estesa nel giro di pochi anni a decine di altri imprenditori, per conquistare il primato per la manifattura delle paste lunghe in tutto il Regno di Napoli.

Qui possiamo soltanto ricordarne alcuni a caso tra i più importanti sorti in quella fase convulsa e dinamica del settore dell’Arte Bianca, da quello di Gaetano Liguori, fondato nel 1795 a Vincenzo Liguori nel 1820, da Fabbricanti di Maccheroni Filippo & Di Somma nel 1830 ad Olimpia Afeltra nel 1848 e così via.

La rinomanza dei pastifici di Gragnano allargò i suoi confini all’indomani dell’Unità, conquistando il resto della Penisola italiana, fino ad essere largamente esportate all’estero, particolarmente negli Stati Uniti dove forte era l’emigrazione italiana.

Così, se nel 1641 a Gragnano erano registrati appena 23 molinari e due pastai, di cui la storia ci ha tramandato i nomi, intorno al 1880 sono già presenti quasi 90 pastifici che danno lavoro a 2.840 operai, il 20 per cento dell’intera cittadinanza, che al censimento del 1881 contava 13.850 abitanti. Oltre il 50 per cento, se consideriamo esclusivamente la popolazione attiva. 3

La costruzione della tratta ferroviaria, inaugurata il 12 maggio 1885, con la presenza della famiglia reale, il Re Umberto I accompagnato dalla moglie, la Regina Margherita, e delle massime autorità locali, in grado di collegare la piccola cittadina dei Monti Lattari con Napoli e Caserta, facilitò a dismisura il movimento merci e il commercio dei già celebri maccaroni nei ricchi mercati delle città del Nord Italia e poi in tutto il mondo.

Non a caso, fin dall’inizio del Novecento, proprio a Gragnano si trovava uno dei pastifici più grossi al mondo con una produzione giornaliera di circa 400 quintali, quello di Alfonso Garofalo, diretto discendente di Michele che poco più di un secolo prima aveva ricevuto la licenza di produrre e vendere pasta. 4

Essere diventata in meno di un secolo, unitamente a Torre Annunziata, la capitale della pasta non bastò a offrire lavoro all’intera popolazione, giacché la cittadina pedemontana, come i comuni limitrofi dei Monti Lattari, fu interessata a un forte processo d’emigrazione, come dimostrano i dati del censimento del 1901, quando Gragnano si ritrovò quasi la stessa popolazione di venti anni prima, 13.955 abitanti, appena 105 abitanti in più. 5

Dal 1850 la cura degli infermi era affidata all’ospedale di S. Antonio di casa Scola, dal 1869 era presente un asilo infantile denominato, Massimo D’Azeglio, nato per iniziativa della locale Congregazione di Carità, otto scuole elementari, un istituto di credito, la Banca Cooperativa Gragnanese che fungeva da incaricata esattoriale, poi, dopo il suo fallimento nel 1903, sostituita da un’agenzia della potente SAD, la napoletana, Società d’Assicurazioni Diverse.

La SAD nasceva dalle ceneri dell’antica Banca Filangieri, già presente da diversi anni nella vicina Torre Annunziata e diretta in maniera estremamente spregiudicata da Massimo Levi, favorendo, attraverso il prestito dei capitali necessari, la trasformazione e l’ammodernamento dell’industria alimentare torrese.

La stessa identica operazione sarà tentata nella più piccola, ma non meno industrializzata Gragnano, fino a controllare finanziariamente il ciclo della produzione economica. Non casualmente lo stesso Alfonso Garofalo aveva delle congrue partecipazioni nel capitale sociale di questa banca.

Non manca un ufficio postale di 3° classe diretto da Vincenzo Mosca, poi promosso nella seconda metà degli anni settanta nella classe superiore, una pretura, una settantina di fabbricanti di paste, una dozzina di mugnai e una trentina di altri industriali.6

Non secondarie erano le attività legate alla produzione del vino, spesso premiata con riconoscimenti nazionali e vincitori di varie medaglie d’oro; dei legnami, degli oli e dei latticini, di cui si diceva fossero eccellenti.

Diverse erano le segherie presenti, ricordiamo quelle di Gerardo Della Monica, Raffaele D’Apuzzo e figli, Ippolito e Savoia, Carlo Sorrentino, Vicinanza e C, e una di proprietà dello stesso Alfonso Garofalo, uomo dai molteplici interessi.

Una cittadina vitale dunque, dove il lavoro ferveva, ma mancava completamente una qualsiasi organizzazione operaia, seppure non fossero estranei nuclei di socialisti fin dai primi anni settanta come dimostrano due circolari del sottoprefetto di Castellammare del 15 luglio e del successivo 26 agosto 1873, con le quali s’invitava il delegato alla pubblica sicurezza di stare allerta per la presenza di internazionalisti impegnati a promuovere scioperi e disordini tra la classe operaia.

Alcuni storici hanno tentato, anche recentemente, di accreditare Gragnano come cittadella operaia in cui è stata fondata una delle prime Camere del Lavoro in Italia, costituitasi nel 1891, addirittura con giurisdizione su Torre Annunziata.

In realtà nulla è più lontano dalla verità! Tutto nasce da un’errata informazione o trasmissione del locale delegato di Pubblica Sicurezza dell’epoca o da un errore di trascrizione degli estensori del Bollettino dell’Ufficio del Lavoro del 1911, dove è pubblicata l’errata data di fondazione della Camera del Lavoro facendola risalire al 1891, la stessa data di nascita di quelle sorte nel cuore pulsante dell’economia italiana, Milano, Torino e Piacenza.

Nel Sud la prima Camera del Lavoro sarà fondata a Siracusa nel 1893, seguito, subito dopo, da Napoli il 6 gennaio 1894. E prima di Gragnano, nel napoletano sorgeranno organizzazioni operaie a Torre Annunziata verso la fine di febbraio del 1901 e nella vicina Castellammare di Stabia nell’ottobre 1907.

L’errore, ripreso da Lizzadri e pubblicato in un suo saggio del 1974, La boje, sulla storia del movimento operaio, accredita l’errata versione. Come spesso accade i successivi storici, senza controllarne la fonte primaria e fidandosi di Lizzadri, originario di Gragnano, enfant prodige del primo sindacalismo locale, hanno continuato nello sbaglio iniziale distorcendo la verità dei fatti.

Eppure bastava poco per rendersene conto, perché la svista è tanto più evidente se si considerano i numeri precedenti dello stesso Bollettino dell’Ufficio del Lavoro, (dove Gragnano non è mai citata) e quelli successivi, dove la data del 1891 non è più ripresa ma corretta con quella reale del 1909. 7

Verifichiamo questa tabella pubblicata dal Bollettino dell’Ufficio del Lavoro, (BUL), con alcune nostre note di chiarimento.

    

Camere del Lavoro

Anno fond.

Soci

Sez.

Organi d’informazione

Napoli

1894

23.712

52.

La Propaganda

Torre Annunziata

1901

  1.465

28

L’Emancipazione

Salerno 8

1901

    360

4

Il Lavoratore

Nocera Inferiore 9

1906

    956

14

La Favilla

Caserta

1906

      -

-

 

Isola Liri

1906

 1.610

-

Il Rapido

C/mare di Stabia

1907

   500

5

La Voce del popolo

Itri

1909

     -

-

 

Pozzuoli

1909

    960

6

La Battaglia

Scafati

1909

 2.095

9

L’Emancipazione

Gragnano 10

1891

   480

4

L’Emancipazione

 

Nel 1891 gli operai di Gragnano ignorano ancora di essere una classe, di avere nelle loro mani un potere economico, dei diritti da difendere e da conquistare, una forza in grado di poter migliorare le loro condizioni sociali con la lotta collettiva.

Provarono a farlo in tempi lontani, quando la classe operaia era un concetto di là da venire e il popolo minuto si componeva di piccoli artigiani, contadini e pastori, era il 1647, quando con bottegai e commercianti si armarono di forconi, partecipando, consapevoli o meno, alle lotte sociali e politiche che infiammarono l’intero Regno di Napoli.

Un anno di rivolte, di sangue versato, di stragi inaudite, un anno passato alla storia. Era il tempo, ormai remoto, della rivolta di Masaniello (1620 – 1647), giovane e ingenuo pescatore del quartiere Mercato, nel cuore di Napoli.

Capeggiando un gruppo di rivoltosi Masaniello provò a ribellarsi al dispotismo spagnolo, all’ennesima gabella, provocando i celeberrimi dieci giorni che sconvolsero il Regno, capovolgendo la storia del mondo, trasformando un sogno impossibile in una concreta realtà. Finché durò.

Gragnano impugnò le armi mesi dopo l’inizio della rivolta, avvenuta in luglio, quando il povero Masaniello aveva già pagato con la vita la sua ubriacatura di potere e gli scontri erano ripresi sotto la guida dell’armaiolo Gennaro Annese (1604 – 1648), fino a proclamare, «un mostro politico, la Real Repubblica Napoletana, detta altrimenti, Repubblica Serenissima della Fedelicissima Città e Regno di Napoli».11

L’effimera repubblica non durò molto (22 ottobre 1647 – 5 aprile 1648), capitolando ben presto sotto l’urto delle armi spagnole e con il povero Gennaro Annese torturato e decapitato nella pubblica piazza il 20 giugno 1648, mentre l’inventore della strana repubblica, il dottor Vincenzo D’Andrea, morì avvelenato. Poi seguì l’ecatombe, con la forca che lavorò senza soste da quella rovente estate del 1648 al tardo autunno 1653, in una sorta di soluzione finale dove nessuno trovò scampo. 

«Per causa delli rumori della Città di Napoli fra il popolo con regij, et nobiltà essendo unito gran concorso de genti in detta terra da Nocera delli pagani, Angri (…) luoghi vicini con Castellamare de Stabia, Lettere et Pimonte, per che vi fu in mezzo detta piazza una grande zuffa de Italiani, Titolati et Spagnoli, et ve ne morsero molti, et similmente feriti assai».  12

 Questa cronaca di don Andrea de Miro, parroco della chiesa di San Bartolomeo Apostolo in Gragnano, riportata integralmente nel bel libro del professor Giovanni Celoro Parancandolo (1925 – 2003),  ricorda il modo in cui il popolo in armi partecipò alle furibonde battaglie campali del venerdì 18 ottobre nelle piazze del Trivione e della Conciaria, e ancora il 23 dicembre, con numerosi morti e feriti.

E nuovamente nel 1789, al tempo della rivoluzione per la Repubblica napoletana, quando ancora nelle piazze storiche cittadine, il 28 aprile 1799, il popolo in arme si ribellò contro i francesi, inizialmente accolti come liberatori, massacrandone almeno 300 e subendo probabilmente le stesse perdite.

Il popolo gragnanese non rimase indifferente neppure al tempo dei moti risorgimentali del 1820 e del 1848, partecipandovi, fortunatamente, in maniera meno cruenta, ma non per questo evitando di pagare il suo tributo di sangue e di sacrifici fatti di lunghi, spesso definitivi esili e carcere, dove molti patrioti trascorsero lunghi, interminabili anni. 13

L’avvento dell’Unità d’Italia capovolse la situazione, stavolta a conoscere il carcere erano i nostalgici del passato regime borbonico, soldati che rifiutarono d rinnegare le idee nelle quali avevano creduto e non vollero giurare fedeltà al nuovo regno, rifugiandosi tra i monti per trasformarsi in partigiani, altri più semplicemente sbandarono, diventando banditi.

La storiografia post risorgimentale li ha definiti tutti, sbrigativamente e spregiativamente briganti. E come tali li ha aspramente combattuti, arrestati, uccisi. Erano ex soldati come Antonio Cavallaro nativo di Casola, diventato un terribile capobanda alla testa di oltre cinquanta banditi, braccianti come Ferdinando Varone e Gennaro Petrucci.

Ma contro il nuovo stato e ordine sociale non mancavano uomini di chiesa, preti, monaci e frati che diffidavano del re piemontese, alleato di un bandito come Garibaldi pronto a marciare sullo Stato Pontificio per fare di Roma la nuova capitale del novello regno.14

Schierata contro il brigantaggio e in prevenzione delle trame reazionarie di nostalgici borbonici, ampiamente protetti dalla chiesa incapace di rinunciare agli antichi privilegi e alla rendita di potere, che ancora nel corso del primo decennio post unitario tramavano per favorire l’impossibile ritorno del loro amato re Franceschiello, Gragnano formò la sua Guardia Nazionale, al cui comando fu posto l’ex garibaldino Vincenzo Lombardi con il grado di maggiore, suo porta bandiera fu Giuseppe Vinaccia, aiutante, Carlo Pisani, poi sostituito da Giacomo Mellini e chirurgo del corpo, il medico Giuseppe Buondonno.

Tra il 18 novembre 1864 e il 31 gennaio 1865 la sottoprefettura, retta dal riminese Achille Serpieri (1828 – 1887), estremamente attivo nella lotta al brigantaggio nei diversi circondari in cui si trovò ad operare, aveva provveduto a schedare numerosi cittadini del circondario accompagnati dalla fama di essere sovversivi dell’ordine da poco costituitosi, dei reazionari leali all’esiliato Francesco II di Borbone. Uno di questi era il notaio Catello Mosca, nativo di Casola e registrato il 24 novembre 1864 come oppositore costituzionale.15

Reato lieve se allo stesso fu poi concessa la nomina a sindaco per il triennio 1867 – 69. Non meno deciso si rivelò il suo successore, l’abruzzese Emidio Gomez Mezzopreti (1826 – 1889), effettuando arresti clamorosi, tra cui quelli avvenuti nel cuore della notte del 7 giugno 1866, a Gragnano, quando furono tradotti in carcere il guardiano, il vicario ed un frate dei minori osservanti. Altri, forse avvertiti, riuscirono a dileguarsi prima dell’arresto.16

Passata la bufera del brigantaggio, Gragnano si trasformò in un popolo pacifico, fedele alle istituzioni e sottomesso alle autorità. Non a caso per oltre venti anni, dal 1876 al 1897, ebbe lo stesso sindaco, il commendatore Vincenzo Lombardi17, prima per nomina regia come prescriveva la legge sui sindaci e poi, dal 1889, democraticamente eletto dai cittadini che per censo ne avevano facoltà. 

Capoluogo di mandamento, con giurisdizione sui comuni di Lettere, Casola e Pimonte, dal 1867 per nomina e successivamente, a seguito di regolari elezioni, si affidòagli stessi consiglieri provinciali, i concittadini, Giuseppe e Giovanni Della Rocca e Tommaso Sorrentino (1830 – 1900), quest’ultimi eletti dal 1870 anche deputati.

Si ha notizia di una sola Società di mutuo soccorso, la Società Operaia, sorta per iniziativa del marchese Nicola Girace e del cavalier Giuseppe Della Rocca.18

Nel 1910 si costituirà una Cooperativa cattolica Operaia, nata con l’intento di fare concorrenza alla Camera del Lavoro, ma i soci rifiuteranno la contrapposizione dura e pura, ribellandosi ai loro ispiratori, il locale partito clericale in accordo con gli industriali pastai.

Giovanni Della Rocca (1839 – 1903), un monumento vivente della città, fu in realtà una figura non sempre limpida della politica napoletana, uomo dalle molteplici sfaccettature, deputato della Sinistra Storica dal 1870, abbastanza potente da riuscire a ricoprire incarichi prestigiosi in diversi governi, fu parlamentareper ben undici legislature consecutive ed eletto sempre in due collegi di Napoli.

Quello locale di Castellammare-Gragnano era, per consuetudine, appannaggio dell’altro suo grande concittadino, Tommaso Sorrentino. A entrambi la città dedicherà, nei primi anni del Novecento, due importanti strade. 

A smuovere il pacifico popolo gragnanese non bastò neppure la profonda crisi seguita all’odiosa tassa sulla macinazione dei cereali, un balzello approvato nel luglio 1868 per fare fronte al pesante deficit che pesava sulle casse dello Stato, aggravato dalla guerra del 1866 contro l’Austria.

L’onerosa tassa sui consumi provocò un aumento del prezzo del pane, portando a non poche sommosse popolari in diverse zone d’Italia, con 257 morti, un migliaio di feriti e 3.700 arresti. La crisi toccò particolarmente il sistema produttivo della cittadina pedemontana al punto da costringere il deputato repubblicano Agostino Bertani (1812 – 1886), l’eroe risorgimentale delle cinque giornate di Milano, difensore della Repubblica Romana e camicia rossa con Garibaldi, a scrivere al Ministro dell’Agricoltura, nell’ambito della sua battaglia parlamentare a sostegno dell’abolizione di questa tassa:

«Gragnano è un paese di quattordicimila abitanti che vive della fabbricazione delle paste e conta ben trentadue mulini ad acqua, ma dal giorno dell’infausta applicazione del contatore, l’industria è in uno stato miserevole (…). Gragnano, un tempo così florida con centodieci fabbriche di pasta, che mandava i suoi maccheroni per tutto l’universo, oggi è in lenta decadenza, è affetta da tisi cagionata dal contatore, che fu la ruina del nostro commercio (…). Le fabbriche di pasta, una dopo l’altra, scemato l’utile e il capitale, debbono tutte chiudere, e il popolo numeroso ed affranto non avrà più pane né lavoro». 19

La chiusura dei mulini e la conseguente disoccupazione non provocarono nessun tumulto, soltanto un aumento dell’emigrazione, l’unica risposta collettiva offerta al contadino e all’operaio del Mezzogiorno, ormai rassegnato al suo destino di emarginato dal processo di emancipazione e di crescita civile e industriale del Paese, in gran parte impostato dalla nuova classe dirigente  sullo sviluppo capitalistico della parte settentrionale dell’Italia, dando vita all’annosa Questione meridionale, tutt’ora non ancora risolta.

In realtà anche dopo l’unificazione del Paese non mancò il furore popolare, in parte istigato e guidato dalle autorità, così come accadde il 20 agosto 1893, quando la popolazione si riversò sulle strade manifestando contro l’eccidio verificatosi in Francia di nove operai stagionali italiani, rei di accettare salari inferiori, da parte di lavoratori francesi impegnati nelle saline della Provenza.

Per giorni le notizie del massacro provocato dai francesi rimbalzarono sui giornali, con notizie confuse e contraddittorie, arrivando a parlare di 30 morti e 65 feriti, fino alla cifra di 50 italiani uccisi in modo orribile.

Il Mattino diede ampio spazio all’avvenimento, riportando puntualmente quanto stava accadendo a livello nazionale e locale, tra cui la protesta della comunità gragnanese che vide tra i suoi ispiratori uno dei futuri sindaci della città, l’avvocato Florindo Correale. 20

«Ieri sera, un’imponente manifestazione, con a capo la banda municipale, percorse il paese addoloratissimo per i sanguinosi incidenti di Francia. Ad essa prese parte in ispecial modo la gioventù universitaria e liceale gragnanese, oltre alla Società Operaia. Nella sede di questa il consigliere provinciale, Giuseppe Della Rocca e l’avvocato Lucio Sorrentino, il professor Esposito, l’avvocato Correale ed altri collegiatori della dimostrazione, rivolsero brevi parole ai dimostranti (…). La dimostrazione si sciolse al grido di Sedan, morte ai cannibali francesi». 21

La tragedia ebbe vasta eco, provocando reazioni in centinaia di città italiane, dal Piemonte alla Sicilia, con manifestazioni di protesta, fino ad avere ripercussioni diplomatiche tra i due paesi. Si scioperò a Napoli, Torre Annunziata e nella vicina Castellammare di Stabia, tutti uniti in un rigurgito nazionalista, aggravato dai rapporti già tesi tra i due governi per il patto antifrancese della triplice Alleanza che legava l’Italia alla Prussia e all’Austria fin dal 1882 e puntualmente rinnovato anche nel 1891.

La tensione trovava naturalmente eco negli stessi rapporti tra le due popolazioni e in particolare nei confronti degli italiani emigranti in quel Paese, con reciproche diffidenze e intolleranze, fino all’aperta ostilità, infine sfociata nella follia collettiva di una vera e propria caccia all’italiano nella cittadina di Aigues Mortes. 

Bisogna attendere il 1898, la crisi internazionale sul raccolto del grano, lo sconsiderato aumento del prezzo e il successivo rincaro del pane, provocando moti e sommosse in tutta Italia, con morti e feriti, per mobilitare nuovamente il popolo gragnanese e farlo scendere per strada a protestare.

Era già accaduto nella vicina Torre Annunziata e in fermento era Castellammare, quando il 30 aprile alcune centinaia di donne si riunirono in piazza chiedendo pane a buon prezzo. Formarono un lungo corteo e si recarono in municipio, dove trovarono il cancello chiuso e i carabinieri ad attenderle.

Le donne andarono via, ma tornarono il giorno dopo, più numerose e agguerrite che mai, in 1500 armate di bastone e alcune perfino di pistole. Altri si unirono a loro, trasformandosi in una folla tumultuante.

«Ingrossata di numero e di ardire, si è abbandonata ad ogni sorta di eccesso, fracassando i vetri dei fanali e delle case, lanciando dei sassi contro i funzionari ed i carabinieri accorsi per cercare di evitare maggiori violenze (…)».22

Un delegato di pubblica sicurezza tentò di fermarle, ma dalla folla rumoreggiante gli furono sparati addosso tre colpi di rivoltella, senza fortunatamente colpirlo. Non fu meno violenta la reazione delle forze dell’ordine, aprendo il fuoco, ferendo mortalmente una donna alla testa e un vecchio al fianco. In massa presero allora la via di Castellammare per recarsi in Sottoprefettura, ma a metà strada trovarono alcuni funzionari di polizia con un’intera compagnia di soldati.

Gli agenti tentarono di convincere le donne a tornare a casa, riuscendoci dopo un’accesa discussione. Ma appena ritornati a Gragnano ripresero i tumulti e ci furono diversi incidenti con alcuni feriti. Forti manifestazioni di protesta con scontri vari e numerosi arresti si erano avuti il 2 febbraio a Torre Annunziata, altri si sarebbero avuti il 2 maggio, il 1° erano state le donne di Castellammare a far sentire la loro voce e il nove toccò a Boscotrecase. 23

I tumulti costarono caro a Vincenzo Donnarumma accusato di tentato omicidio nei confronti di un agente di pubblica sicurezza e per questo condannato a dodici anni e sei mesi di reclusione. Il processo tenutosi nella prima decade di luglio si chiuse con ventinove condanne e pene abbastanza miti a favore di Fiorina Sorrentino e Ausilia D’Auria cavandosela con quarantacinque giorni di carcere ciascuna.24

La nascita della prima sezione socialista, il 19 luglio 1900, nella vicina Castellammare per merito di un gruppo di giovani composto da Catello Langella (1871 – 1947), Raffaele Gaeta, Vincenzo De Rosa, Luigi Fusco e pochi altri che avranno voce in capitolo nelle vicende sindacali della vicina Città della Pasta, la stessa fondazione della Camera del Lavoro, il 1° marzo 1901 a Torre Annunziata, guidata da Alcibiade Morano, figlio di un delegato di pubblica sicurezza ed originario di Nola, probabilmente influenzarono non poco la dormiente classe operaia gragnanese portando al primo sciopero della storia del nascente movimento operaio della cittadina pedemontana.

Anche a Gragnano, come abbiamo già avuto modo di vedere, un nucleo socialista, seppure non organizzato, era sempre stato presente fin dai primi anni dell’Unità d’Italia, come dimostrano le pur sporadiche notizie raccolte: un rapporto dei carabinieri, per esempio, cita l’arresto di Venanzio Apuzzo, di 26 anni, nato a Gragnano e di altri tre operai pastai di Torre Annunziati perché la sera del 26 aprile 1891, transitando avvinazzati in una carrozza da nolo nell’abitato di Boscotrecase gridarono, Viva la bandiera rossa, viva la Repubblica provocando il loro arresto da parte di una pattuglia dell’Arma.25

Ancora nel 1901 una notizia apparsa sulla Propaganda segnala la partecipazione di militanti gragnanesi ad una riunione di partito zonale, su convocazione del segretario della sezione socialista torrese, il pittore Edoardo Sola (1871 – 1931).

«Domenica 24, alle ore 16 nella sede della Sezione Socialista Vesuviana, via Asile Infantile 3, in Torre Annunziata, avrà luogo la riunione generale di tutti i compagni del Vesuviano, di Castellammare di Stabia, Gragnano, San Giovanni, Portici, San Giuseppe ecc. per fissare la data della pubblicazione del giornale settimanale, Lotta Civile, organo dei socialisti vesuviani (…)»26

Il rafforzamento di una presenza socialista sul territorio era confermato da alcune conferenze tenute da esponenti socialisti in quello scorcio d’inizio secolo, la prima da parte di Rodolfo Rispoli (1863 – 1930) sulla libertà d’associazione tenuta il 13 aprile del 1901, seguita dall’abruzzese Arnaldo Lucci (1871 – 1945), membro della direzione nazionale del PSI, sull’abolizione del dazio sul grano il 20 di quello stesso mese ed infine la  conferenza tenuta il 26 maggio dall’avvocato Angelo D’Ambrosio, un vecchio militante del PSI, originario di San Giuseppe Vesuviano, venuto a Gragnano su invito del repubblicano stabiese Rodolfo Rispoli candidato della sinistra nelle elezioni politiche che si dovevano tenere quell’anno.

D’Ambrosio riprese le problematiche già affrontate dai suoi illustri predecessori, parlando della necessità di diminuire le imposte e del perché gli operai si dovevano organizzare per meglio tutelare i loro interessi. 27

Pochi mesi dopo ad arringare i lavoratori dell’arte bianca venne il deputato Dino Rondani (1868 – 1951), considerato il commesso viaggiatore del socialismo italiano, fermatosi nella cittadina della pasta e del vino, nella seconda metà del gennaio 1902, nell’ambito di un giro di conferenze nel Mezzogiorno.

Dopo essersi fermato a Torre Annunziata, Castellammare e Scafati e prima di proseguire per Salerno, probabilmente invitato da qualche esponente locale, il deputato milanese originario della provincia di Forlì, fra i costituenti della nascita del PSI nel 1892, trovò tempo e modo di discutere con i pastai e mugnai gragnanesi sulle prospettive del socialismo. 28

Del resto perfino nella pigra e quieta Sorrento, ancor prima di Gragnano, che pure vantava una più solida tradizione industriale e una più antica e massiccia presenza operaia, si era andata formando nel luglio del 1900, una Lega di Resistenza di operai muratori denominata Figli del lavoro.

Di fatto, il momento propizio per incrociare le braccia si presentò nell’agosto del 1901, forse su iniziativa del inquieto nucleo socialista in cerca del suo primo successo politico dopo anni di scarsa o nessuna iniziativa pubblica collettiva, organizzando nel pastificio di Alfonso Garofalo, il più grande e importante tra gli oltre cento annoverati da Gragnano, il primo sciopero di classe del movimento operaio locale.

Tutto cominciò quando venticinque operai su 339, costretti ad un orario di lavoro, in alcuni casi superiore alle quindici ore e ad un salario giornaliero medio di due lire, ampiamente inferiore alle paghe normalmente praticate nel settore, decisero di chiedere un aumento, forse sull’onda del successo conseguito dai compagni della vicina Torre Annunziata.

Dopo sette giorni strapparono un aumento di venticinque centesimi e tale fu l’entusiasmo per la prima, clamorosa, e forse inaspettata vittoria, da costituire una Lega di resistenza cui aderirono inizialmente soltanto ventotto pastai, ma allargandosi ben presto ad altri lavoratori dello stesso opificio e degli altri molini e pastifici, fino a formare diverse leghe di categoria.

La Lega di resistenza della Garofalo, la più combattiva, proclamò una seconda agitazione il 13 aprile 1902 rivendicando stavolta miglioramenti più complessivi per uscire dalle spaventose condizioni nelle quali si trovavano. Vediamo come l’avvocato Raffaele Gaeta, una delle più belle figure del socialismo moderato stabiese e dell’intero circondario, un personaggio che arrivò a rivestire il ruolo di assessore nella prima Giunta di centro sinistra ante litteram nell’estate del 1906, descrive la situazione dei lavoratori di questa fabbrica in un articolo scritto per l’Avanti! 

«Se vi è una causa giusta e santa è proprio quella dei lavoranti pastai e mugnai dello stabilimento di Alfonso Garofalo. Questo signore sottopone i suoi operai a tale sistema di sfruttamento che di simili non sono conosciuti nell’industria che egli esercita. Innanzi tutto fin dal marzo 1898, data della legge sugli infortuni, i premi di assicurazione sono stati pagati dai lavoratori ed ammontano, per confessione dello stesso Garofalo, a circa seimila lire annue, cosicché da allora fin’oggi ben 16mila lire egli ha sottratto ai suoi operai.

L’orario poi è addirittura infame perché entrano tutti i giorni alle sei della mattina ed escono dalle nove alle dieci di sera, il sabato e gli altri giorni che precedono i festivi entrano alle sei di mattina ed escono alle 11,30 di sera; tutte le domeniche poi e tutti i festivi non sono remunerate, mentre sono obbligati a lavorare dalle sette del mattino fino alle 12, 13, 14, 15, 16, 17 secondo i vari reparti.

Né basta, dappoichè ricevono una parte non indifferente della mercede in pasta, pagandola al prezzo che vuole il Garofalo e non possono nemmeno scegliere una specie di pasta diversa o più a buon mercato. Tutti indistintamente poi, compresi i fuochisti e macchinisti, sono obbligati a sostituire i facchini per il trasporto delle casse di pasta, senza avere diritto ad alcuna mercede straordinaria (…).

E non la finirei più, se volessi qui enumerare tutti i soprusi che si fanno subire ai lavoratori dello stabilimento Garofalo. Ebbene, non si crederebbe, essi sono stati così modesti da limitare le loro richieste a queste: pagamento dei premi d’assicurazione a carico del Garofalo, orario di 12 ore, pagamento in denaro della mercede, esonero dei lavori di facchinaggio e lavoro festivo remunerato…»29

In realtà lo sciopero era nato mentre la delegazione trattante con il segretario della lega stava discutendo con l’imprenditore il memoriale con le richieste avanzate e già era stato raggiunto l’accordo su alcuni punti, quando nella stessa giornata

«(…) per un incidente verificatosi fra l’industriale ed il caporale di una squadra di operai, quest’ultimo non ha voluto andare al lavoro e gli operai lo hanno seguito (...)».

La mancata ricomposizione dell’incidente aveva provocato la rottura delle trattative e l’inizio del conflitto. Furono necessari 22 giorni di sciopero per piegare, infine, il più importante industriale della cittadina dei Monti Lattari, vincendo contro l’intimidatoria presenza dei soldati e le continue provocazioni dell’imprenditore, giunto a convincere gli altri fabbricanti di pasta a licenziare i propri operai per rendere più gravi le condizioni della nascente Lega pastai.

Il 6 maggio la tenacia degli operai ebbe finalmente la meglio e vinsero ottenendo una riduzione delle ore di lavoro, l’esenzione delle quote settimanali di assicurazione e il pagamento della mercede in denaro invece che in pasta.

La vittoria riportata dalla Lega di resistenza di Gragnano andava oltre ogni più rosea previsione, soprattutto se si considerano le oggettive difficoltà dettate dallo scontrarsi con il più importante industriale del settore e uno degli uomini più potenti della zona.

Alfonso Garofalo era il più forte e ricco imprenditore del settore, l’uomo che per primo, nel gennaio 1903, trasformerà la sua azienda in una società per azioni, coinvolgendo in quello che allora poteva essere considerata una spericolata impresa finanziaria, alcune banche locali disponibili ad investire il risparmio in quote societarie.30

Come se questo non bastasse l’astuto imprenditore era da molti anni politicamente impegnato e spesso candidato nelle diverse elezioni amministrative e provinciali e contava potenti amicizie nello stesso parlamento nazionale.

La sua ascesa politica era iniziata cogliendo la caduta politica del suo grande amico ed ora avversario, il vecchio e stanco Vincenzo Lombardi, costretto a dare le dimissioni anzitempo nell’ottobre del 1897 per uno scandalo che lo coinvolse con i suoi celebri cognati, i fratelli Giovanni e Giuseppe Della Rocca, su denuncia dell’avvocato Francesco Montefredini.

Questi aveva avviato una vera e propria campagna di stampa con articoli sul Mattino, di cui era egli stesso l’autore, con lo pseudonimo di Iron.

«Non si crederebbe, ma è purtroppo vero, che in alcune contrade d’Italia l’Amministrazione è una vana parola, la legge comunale non esiste, tutto è in balia dei più audaci (…). Per questi comuni le leggi non esistono e le inchieste, se pur si eseguono, si soffocano. Passiamo agli esempi.

Esiste un comune nel Regno d’Italia in queste brillanti condizioni: 1° il comune è da 27 anni sotto l’egemonia di una sola famiglia che amministra a suo talento, forte di parentele ed affinità più o meno autorevoli. 2° In 27 anni non si è mai fatta una verifica alla Cassa Comunale. 3° Mandati di pagamento del 1894, 95,96,97 per spese obbligatorie si vendono in piazza per meno della metà del suo valore. Il comune è Gragnano in provincia di Napoli.

Il sindaco è il commendator Lombardi, cognato dell’onorevole Della Rocca. L’onorevole avvocato del comune è il commendatore Giovanni Della Rocca, che, tanto per stare in famiglia, costituisce procuratori in tutte le cause del comune a lui affidate, il fratello Giuseppe Della Rocca, consigliere provinciale del paese (…)». 31

Le dimissioni portarono al regio commissariamento del comune, affidato ad Antonio Romeo e alle successive elezioni dell’8 maggio 1898 che videro la vittoria del commendatore Alfonso Garofalo. La successiva scomparsa del celebre concittadino, il deputato Tommaso Sorrentino, morto nella sua residenza romana a 70 anni, il 24 gennaio 1900, da decenni rappresentante politico della città in consiglio comunale, provinciale e in parlamento, gli aprirono le porte anche del seggio provinciale conquistato l’8 luglio 1900. 32

Si tornerà, quindi, ad incrociare le braccia nel 1903, quando 50 operai su 363 dipendenti della Garofalo entreranno in agitazione per ottenere un’ulteriore riduzione dell’orario di lavoro. Stavolta, purtroppo, non furono sufficienti 18 giorni d’agguerrita resistenza per vincere il braccio di ferro contro il coriaceo don Alfonso.

Miglior fortuna ebbero alcuni scioperi minori attuati nello stesso periodo, il primo ad opera di 15 dei 30 dipendenti della segheria Savoia per ottenere aumenti salariali. La segheria Savoia era una delle aziende più importanti di Gragnano, non a caso negli anni successivi occuperà fino a 150 dipendenti. Un altro sciopero vittorioso fu effettuato invece da trenta carrettieri ai quali fu sufficiente scioperare due giorni per ottenere il sospirato aumento salariale. 33

Nuove vertenze da parte degli operai pastai di Gragnano si avranno nell’agosto del 1905, ancora nello stabilimento di Alfonso Garofalo, per protestare contro il licenziamento di 24 operai

«Costoro, riunitosi tentarono di provocare lo sciopero di tutto quanto il personale dello stabilimento, non essendo riuscitovi che solo in parte, con ogni mezzo impedirono che il Garofalo li avesse sostituiti con altri operai, minacciando quelli che si recavano ad assumere lavoro.

Gli operai si sono riuniti nella sede della locale Borsa del Lavoro, alla riunione parteciparono gran numero di operai degli altri stabilimenti di Gragnano e fu deliberato di resistere nello sciopero. In vista di ciò il Garofalo decise la chiusura dei suoi stabilimenti. Restando così senza lavoro oltre 400 operai e temendosi disordini è stato disposto dalla prefettura l’invio sul luogo di due compagnie di truppa ed un rinforzo di 40 carabinieri e 10 guardie di città». 34

Lo sciopero durò alcuni giorni e si concluse senza incidenti, con il rientro al lavoro di tutti i dipendenti senza riuscire ad ottenere la riassunzione dei lavoratori licenziati.

La sconfitta pesò non poco, al punto da far trascorrere due anni prima di riprendere una nuova iniziativa. Nei mesi precedenti il nuovo risveglio operaio, le diverse leghe avevano provato a chiedere degli aumenti senza ottenere nessuna risposta e senza trovare la forza di reagire, fino a quando il vittorioso sciopero dei pastai e mugnai nella vicina Torre Annunziata, durato l’intero mese di agosto, bloccando l’intera produzione della cittadina oplontina, non risvegliò il coraggio e l’entusiasmo necessario ad incrociare le braccia dopo l’ennesima riunione delle organizzazioni operaie.

Nominata una commissione, furono stilate le richieste da presentare ai vari imprenditori, trovando positiva risposta soltanto da parte di Alfonso Garofalo e Alfonso Di Nola, aizzando ancor più i lavoratori degli altri pastifici.

Una nuova tumultuosa assemblea generale proclamò allora lo sciopero negli altri undici stabilimenti, fermandosi il 16 settembre del 1907. I 380 pastai adulti e 80 ragazzi e 120 mugnai dipendenti di Catello Gentile, Fratelli Rocco, De Rosa, Afeltra, Vollaro, Liguori, D’Apuzzo, Raffaele Di Nola e Gerardo Di Nola, costretti a lavorare 12 ore il giorno con una paga oraria oscillante tra le 2 lire ad ora per i mugnai e gli 85 centesimi dei pastai per quintale prodotto, non si presentarono al lavoro, obbligando i pastifici alla chiusura fin dal primo pomeriggio, avendo già esaurita la scorta di pasta immagazzinata e venduta in poche ore.

Lo sciopero impensierì non poco le autorità locali e per trovare un’intesa il sindaco convocò una commissione operaia e di imprenditori senza trovare la soluzione.

Altre mediazioni le tentarono il capitano dei carabinieri e il commissario di pubblica sicurezza invitando gli imprenditori a venire incontro alle esigenze dei lavoratori.

L’aumento richiesto era di 25 centesimi per i mugnai e di 20 centesimi a quintale per i pastai. Non ci furono particolari incidenti, ma nel frattempo ordini del giorno in segno di solidarietà e di incoraggiamento alla lotta arrivarono da parte delle Camere del Lavoro di Nocera e Torre Annunziata, mentre anche tra i carrettieri si cominciava a discutere di aderire allo sciopero, rivendicando a loro volta miglioramenti economici.

Dopo tre giorni di sciopero, intuendo di non avere la forza di continuare ad oltranza, si arrivò all’intesa accontentandosi di lievi aumenti di salario: i mugnai ottennero 20 centesimi, mentre i pastai ne strapparono 10.

La chiusura anticipata dello sciopero pose gli stessi carrettieri nelle condizioni di abortire l’annunciata agitazione della categoria, rinunciando alle loro richieste.

Gli aumenti furono inferiori alle attese, creando una forte delusione tra i lavoratori. Vissuta come una sconfitta, questa provocò, probabilmente, una grave crisi nelle diverse leghe e nella stessa embrionale e debole Borsa del Lavoro, priva com’era di una qualsivoglia direzione politica.

Era questo il vero limite che impediva al movimento operaio locale di organizzarsi e di avere una strategia capace di piegare la forza padronale. In quegli anni erano sorte diverse organizzazioni di mestiere, ognuna delle quali seguiva un suo percorso di lotta, a tratti gestita collegialmente dai diversi capilega e affidandosi per la consulenza legale allo stabiese Vincenzo De Rosa.

L’avvocato De Rosa, figlio di un muratore, si era avvicinato al socialismo intorno al 1897, quando aderì allo Circolo di studi sociali, un gruppo culturale dietro cui si nascondevano i primi militanti del PSI stabiese guidato da Catello Langella.

Probabilmente si arrivò allo scioglimento della Borsa. Non a caso all’indomani della fondazione della Camera del Lavoro di Castellammare di Stabia, il 13 ottobre di quel 1907, quando Catello Langella, accompagnato da alcuni organizzati, si recò a Gragnano per incontrare gli operai della cittadina limitrofa e furono accolti dai dirigenti operai dei mugnai e pastai, questi avanzarono l’idea di ricostituire le loro leghe di mestiere e di dipendere dalla neonata struttura camerale stabile.35

Non se ne fece nulla perché l’organizzazione sindacale della Città delle Acque visse troppo poco, scomparendo nella primavera dell’anno dopo. Non per questo si persero d’animo, riuscendo a ricostituire una loro lega nel settembre 1908, ma rimaneva il problema di sempre, la mancanza di dirigenti esperti in grado di guidarli. Si rivolsero allora alla Federazione Campana Sannita invitandoli ad inviare ogni settimana un dirigente per tenere conferenze ai lavoratori. 36

Con la scomparsa di Tommaso Sorrentino a contendersi il seggio di deputato, fino allo scoppio del primo conflitto mondiale, furono il repubblicano Rodolfo Rispoli e il liberale Alfonso Fusco (1853 – 1916).

Il primo, figlio di un sottoprefetto, era nato a Campagna, in provincia di Salerno, nel 1863, ma con la famiglia si era trasferito nel 1876 a Castellammare di Stabia, mentre Fusco, nato nel 1853, stabiese, era un imprenditore con vari interessi economici, appartenente ad una famiglia di uomini politici che dominavano la città di Castellammare di Stabia da diverse generazioni, eleggendo sindaci, consiglieri provinciali e deputati.

Nella lotta politica talvolta s’inserivano candidati esterni, come il vice ammiraglio Giuseppe Palumbo (1840 – 1913) ed elementi di disturbo come l’eterno perdente, l’avvocato Francesco Montefredini, alla continua ricerca di candidature, talvolta uscendone vincitore, a Gragnano, come a Castellammare, di consigliere comunale, provinciale e politiche, non disdegnando di far affiggere manifesti per attaccare gli avversari politici, pubblicare libelli, non lesinando denunce e querele e finanche duelli, come accadrà con il terzogenito di Alfonso Garofalo, Alberto, nel 1911.

Il Montefredini era un provocatore di professione e un acerrimo avversario politico di chiunque detenesse il potere, in particolare a Gragnano, attaccando fin dal 1897, come abbiamo avuto modo di vedere nelle pagine precedenti, il sindaco Vincenzo Lombardi e i suoi potenti cognati, i fratelli della Rocca, Giovanni e Giuseppe, accusandoli di avere egemonizzata la vita pubblica della cittadina da oltre un quarto di secolo e di essersi arricchiti con abusi e spregiudicatezze amministrative. Così come farà negli anni successivi con altri sindaci e parlamentari del collegio.

Quando invece si avvertiva qualche pericolo, di una possibile vittoria da parte del candidato di sinistra, allora si schieravano uomini di primo piano quale il sottosegretario alla marina Augusto Aubry (1849 – 1912). 37

Per la vittoria dei cosiddetti ministeriali non si usavano mezze misure, non disdegnando quelle illegali e finanche utilizzando la stessa camorra locale. Talvolta si arrivava a candidare personaggi ineleggibili, pur di guadagnare tempo e raffreddare eccessivi entusiasmi a sinistra: accadde con lo stesso Aubry, così come ci provò nel 1901 il tenace imprenditore stabiese, Fusco.

Nelle elezioni del 3/10 giugno 1900 non ci fu storia con la vittoria schiacciante di Alfonso Fusco contro Rispoli, sepolto da 1804 voti contro 438. Una vittoria di Pirro perché l’elezione fu annullata per incompatibilità di Fusco, giacché l’imprenditore usufruiva di un appalto pubblico da parte dello Stato. Si tornò a votare giusto un anno dopo, stavolta con quattro candidati, facendo rabbrividire i benpensanti perché la dispersione di voti favoriva la sinistra con il repubblicano Rispoli, una vittoria facilitata dal fatto che l’imprenditore Fusco si era ripresentato nonostante sapesse di essere ineleggibile, mentre erano abbastanza deboli le candidature dell’avvocato Montefredini e di Saverio Tutino.

L’avvocato Tutino, era un eterno candidato, sempre perdente, fin dal 1880, quando per la prima volta si candidò nel collegio di Sorrento scontrandosi con Mariano Ruggiero, originario di Piano di Sorrento, già eletto deputato nelle prime elezioni tenutesi nel 1861. Nel 1885 arrivò a sfidare a duello con la sciabola, Francesco Girace, direttore e proprietario del giornale, L’Amico del Popolo, un periodico di Castellammare di Stabia molto diffuso nel circondario, per non avergli pubblicata una lettera sul suo giornale. Un duello che poi alla fine non si fece. 38

Il ritiro del quarto candidato, Tutino, l’antico ex giovane distinto per eletto ingegno per onestà e ricco di censo, consapevole della sua debolezza, favorì la discesa in campo del vice ammiraglio Palumbo, scompaginando i sogni di gloria del raggruppamento progressista.

Vediamo il dettaglio del voto, così come si presentò all’indomani delle elezioni suppletive del 23 giugno 1901.

 

I candidati, Rodolfo Rispoli, Alfonso Fusco, Giuseppe Palumbo e Francesco Montefredini, sono indicati con le sole iniziali

Collegio

Elettori

Votan

R.R.

A.F

G.P.

F.M.

C/mare

2.421

1.674

254

651

590

156

Gragnano

912

657

215

148

23

198

Agerola

214

160

1

76

7

75

Casola

79

63

1

7

22

32

Lettere

141

110

1

52

20

23

Pimonte

63

52

4

43

0

0

Totali

3.830

2.716

489

977

662

484

 

«Da questo risultato si ha quindi il ballottaggio fra i due candidati, Fusco e Palumbo, che riportarono il maggior numero dei voti (…). Fra gli incidenti da rilevarsi durante le operazioni elettorali di questo collegio si ha nello scrutinio dei voti riportati dai vari candidati nelle prime quattro frazioni di Castellammare, i Presidenti dei seggi hanno ritenuto che debbano considerarsi nulli tutti i voti riportati dal Fusco perché ineleggibile (…)». 39

Il ballottaggio fu rinviato per le complicazioni dettate dalla presenza di Fusco, lasciando al parlamento la decisione di sciogliere il nodo. Le altolocate amicizie di cui godeva il potente di Castellammare furono tali da condizionare la decisione a suo favore conferendogli la legittimità di partecipare al ballottaggio, poi tenutosi il 28 luglio.

Nonostante l’appoggio incondizionato del potente quotidiano napoletano, Il Mattino, l’elettorato fu favorevole al vice ammiraglio che vinse nettamente con 1.423 preferenze contro le 1.156 di Fusco.

Ma, incredibile a dirsi, lo stesso Palumbo fu ritenuto dalla Giunta per le elezioni ineleggibile perché la quota degli impiegati dello stato rappresentabile in parlamento era completa! Nuove elezioni parziali, nuovi candidati per una pantomima senza fine.

Ancora una volta Alfonso Fusco contro Rodolfo Rispoli, più il terzo incomodo rappresentato dall’ineffabile avvocato Saverio Tutino, finalmente convinto a partecipare a una gara, ancora una volta per lui senza alcuna possibilità di vittoria. Si tornò a votare il 15 giugno 1902 premiando, finalmente, la costanza delle forze socialiste, radicali e repubblicane: Rispoli trionfò con 1289 voti, sconfiggendo lo storico nemico Alfonso Fusco, fermo a 992 preferenze, mentre l’avvocato Tutino dovette accontentarsi di 91 voti.

Intanto un’inchiesta del Prefetto, nel luglio 1901, aveva rilevato gravissime irregolarità nella gestione daziaria di Gragnano, facendo emergere responsabilità amministrative e penali a carico del sindaco, Alfonso Garofalo, provocando le sue dimissioni ma non lo scioglimento dell’amministrazione. L’inchiesta si chiuderà con un nulla di fatto, ma la carica di primo cittadino sarà nel frattempo assunta dall’avvocato Florindo Correale. Ciononostante la Giunta non resse per molto tempo il governo della cittadina, sciogliendosi poco dopo e provocando l’ennesimo regio commissariamento.

Durante il suo mandato, a seguito della scomparsa di alcuni illustri cittadini, da Tommaso Sorrentino, a Vincenzo Lombardi, fino a Giovanni Della Rocca, per onorare la loro memoria fu proposto la realizzazione di un busto per ricordare il grande deputato di Caprile scomparso nel gennaio del 1900, un protagonista dei moti napoletani del 1848, partecipandovi appena ventenne. Sul finire di novembre del 1903 gli fu poi intitolato il viale che ancora oggi porta il suo nome e altrettanto fu fatto per Giovanni Della Rocca. In seguito saranno intitolate altre strade sia a Vincenzo Lombardi sia al tenente Pasquale Nastro, eroicamente caduto a Adua il 1° marzo 1896. 40

Con l’approssimarsi delle elezioni politiche generali del 1904, iniziarono le grandi manovre per liberarsi del deputato repubblicano, un’offesa da lavare al più presto per il benpensante elettorato moderato e reazionario del collegio, e tra i primi atti si decise di sciogliere il consiglio comunale di Gragnano, che paradossalmente era stato appena eletto con le elezioni amministrative del 3 luglio, riconfermando nella carica di sindaco l’avvocato Correale. Contro l’ennesima prepotenza del Potere costituito s’inalberò il Roma attaccando la sopraffazione del Governo con un articolo in prima pagina:

«Ma l’opera disonesta del governo appare ancora più evidente se si considera che l’attuale consiglio comunale venne dopo il Regio commissario Bacchetti e si comportò così lodevolmente e regolarmente che tutti gli atti da esso compiuto furono approvati dall’autorità tutoria! Noi abbiamo assistito in questi giorni a un fatto che è grottesco e ridicolo: non trovando il governo impersonato da Giolitti un motivo plausibile per attuare il suo proposito, fu visto il sottoprefetto di Castellammare che sollecitava con preghiere e con lusinghe le dimissioni degli assessori, ma invano...». 41

Il comune fu così nuovamente commissariato mettendolo nelle mani sicure del marchese Sanfelice di Bagnoli, per condizionare il voto in una località dove Rispoli contava su un buon consenso, un arma questa usata spesso dal Governo, quando non si sentiva sicura del risultato a suo favore.

Il Mattino di Scarfoglio, dal canto suo, aprì la campagna elettorale con una serie di articoli a sostegno del candidato ministeriale, mentre la stampa socialista, rappresentata dalla Propaganda e dall’Avanti! e quella filo repubblicana del Roma, difendeva come meglio poteva Rispoli, sostenuto dai partiti popolari. 

«Checché si voglia dire di quest’ultima candidatura (Augusto Aubry, ammiraglio e sotto segretario alla marina) dai socialistoidi repubblicaneggianti del paese, essa viene accolta da tutte le coscienze oneste e da tutti gli uomini d’ordine con vero entusiasmo (…) La grande maggioranza dei cittadini ha capito il vero significato di quest’atto del governo che è quello di togliere, in questo momento di scatenarsi di passioni elettorali, dalle mani di una minuscola fazione, sedicente sovversiva, l’arma del potere, di cui vantarsi padroni al cospetto dello stesso capo cittadino, testé con unanime consenso eletto».42

L’articolo non è firmato, ma non poteva essere più chiaro, ogni arma era consentita pur di battere l’odiato sovversivo, impedire ad ogni costo la vittoria dei socialisti, perché tale era sentita la candidatura del repubblicano che le stesse informazioni della polizia politica avevano segnalata come non pericolosa per l’ordine costituito. Rodolfo Rispoli di certo non era mai stato un rivoluzionario, ma si muoveva nell’ambito degli ambienti progressisti, più che sufficiente per fare di lui un nemico della società borghese.

Anni dopo i fatti dimostreranno la scarsa consistenza dei suoi ideali, rinnegando, alla vigilia delle elezioni politiche del 26 ottobre 1913, le idee rivendicate con forza negli anni giovanili, quando subiva il fascino del carismatico pugliese di Trani, Giovanni Bovio (1837 – 1903), irruente professore di filosofia trasferitosi a Napoli fin dal 1869 e tra i costituenti del Partito Repubblicano fondato nel 1895.

Rispoli si vantava di essere stato l’allievo prediletto dell’emerito docente, ma ciò non gli impedì di schierarsi con il fronte moderato e reazionario alla vigilia della guerra libica, giurando fedeltà alla Patria e al Re, il giovane Vittorio Emanuele III. 43

Qualche giorno dopo Il Mattino, probabilmente con lo stesso anonimo articolista, tornerà sulle elezioni, attaccando nuovamente Rodolfo Rispoli, facendo leva sull’interesse economico degli imprenditori, sul corporativismo di classe della borghesia assediata dalle orde barbariche dei socialisti che organizzavano gli operai, finanche sull’anticlericalismo spicciolo:

«Che cosa rappresenta per Gragnano la candidatura repubblicana? (…), il deputato uscente non ha rappresentato altro per Gragnano e non rappresenterà altro mai, se verrà eletto, che lo sciopero ed il solleticamento morboso dell’istinto di ribellione, insito nell’animo di chi lavora verso il padrone dell’opificio.

Periodicamente, ad ogni minimo pretesto, a ragione o torto, partiva il motto d’ordine degli operai, scioperate, ribellatevi, chiedete questo, quell’altro, fatevi assicurare pingui salari e poco lavoro e tirate avanti (…) tutto ciò i negozianti lo abbiano bene in mente nell’atto di votare poiché voterebbero la distruzione del loro commercio.

Che cosa rappresenta poi dal punto di vista generale, la candidatura repubblicana basti seguire quello che avviene nella vicina repubblica francese in cui si è giunto all’ultimo eccesso di giacobinismo demagogico allontanando persino l’emblema della giustizia qual è l’immagine di Cristo dalle aule giudiziarie e scolastiche. E Gragnano che è eminentemente religiosa ed amante dell’ordine terrà ben presente nell’eleggere il suo deputato al Parlamento…». 44

Al Governo non bastò sciogliere il consiglio comunale, la paura di perdere era latente e arruolò la peggiore feccia locale iniziando l’opera d’intimidazione e di violenza nei confronti dei sostenitori del candidato repubblicano.45

Le aggressioni si susseguirono per l’intera campagna elettorale, e tra i tanti che furono pestati le cronache ci riportano quelle ai danni di Sebastiano Faella, noto e stimato industriale aggredito proditoriamente da 5 o 6 figuri. A fronte di tanta violenza Rodolfo Rispoli fece affiggere un manifesto invitando i suoi a ritirare le loro candidature per evitare una ulteriore degenerazione dello scontro politico, trasformatosi in una sorta di guerra civile.46

Su 4.097 elettori del collegio si recarono al voto in 2.547 e di questi 2.369 votarono a favore del candidato istituzionale, mentre furono soltanto 142 le preferenze raccolte dal repubblicano, a riprova di quanto fosse stato falsato il voto. La sintesi migliore la fece il periodico socialista napoletano, La Propaganda:

«La farsa elettorale è finita, ma è bene che il pubblico continui a fischiare l’autore. Ogni giorno assistiamo a nuove rivelazioni di corruzioni e di violenze, senza cui Giolitti non si sarebbe assicurato la docile maggioranza anti sovversiva (…). Quella di Castellammare, dove il nostro amico Rodolfo Rispoli fu vinto dal signor ammiraglio Aubry, resta ad esempio come una splendida prova di questo sistema. A Castellammare l’Aubry ha potuto vincere perché tutte le mali arti di promesse, di violenze e di frodi furono adoperate ad onore e gloria delle istituzioni, contro il candidato repubblicano. Specialmente a Gragnano frazione elettorale del collegio, si è vinto per le intimidazioni (e qualcosa di peggio) di quattro grossi industriali alleati del neo onorevole Aubry e della costui camorra clerico militare marinara (…)».47

Ben ricostruisce l’intera vicenda lo storico Francesco Barbagallo nel suo, ampiamente, citato saggio sulle lotte politico sociali nel Mezzogiorno pubblicato nel 1980 e cui si rimanda per maggiori approfondimenti.

Intimidazioni, risse, brogli, violenze camorristiche si ripeteranno nel corso dei decenni, quasi fosse una costante, un marchio indelebile di una cittadina, pur migliore di quella rappresentata nelle diverse campagne elettorali. 48

Ancora nel 2009, nel corso di una pesante campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale non mancheranno fatti ed episodi appartenenti alle pagine nere della politica peggiore. 49               

                                                                           

 

Note

1 Salvatore Ferraro, Una relazione inedita di Vincenzo Tutino sulle condizioni agricole della penisola sorrentino. 1879. in «Cultura e territorio», n. 7, 1990, pag. 140.

2 Cfr. Gragnano dei maccaroni, in «Quaderni culturali della Biblioteca comunale di Gragnano», 1983, pag. 90.

3 Scrive Giuseppe Di Massa nel suo, «Quaderno Culturale», pubblicato nel maggio 2010: «A metà seicento su 428 capifamiglia erano solo 2 i maccaronari, Marino Chierchia e Onofrio Donnarumma, quest’ultimo lavorava nella bottega di Flavio Golano, mentre erano 23 i molinari. Ancora nel catasto Onciario del 1756 risulta solo un maccaronaro, Pascale Di Nola, operante a Gragnano dove aveva un modesto laboratorio in un locale presso il mulino Lo Monaco, nella Valle dei Mulini, affittato dal fratello Antonio dalle monache di San Nicola dei Miri. E’ questo, probabilmente, l’inizio vero della produzione pastaia a Gragnano».

4 Per maggiori particolari cfr. Gragnano dei maccaroni, a cura della Biblioteca comunale di Gragnano, 1983 e il sito web di Giuseppe Di Massa dedicato ad Alfonso Maria Di Nola, una preziosa fonte di molteplici notizie su Gragnano e comuni limitrofi. Un recente documento – un protocollo per la fabbricazione dei maccheroni conservato nel comune - attesterebbe la presenza dell’Arte Bianca in questa piccola cittadine già nel 1550.

5 Tra il 1876 e il 1900 oltre 520mila campani lasceranno la regione imbarcandosi sui bastimenti diretti nelle Americhe (USA; Argentina, Australia). Saranno quasi un milione quanti emigreranno tra il 1901 e il 1915.

6 «Questo comune tiene il primato per la manifattura delle paste lunghe che sono esportate all’estero. Sono cinque le fabbriche più importanti e più rinomate. Questa rinomanza è dovuta a molte circostanze che ci piace annunziare qui ai forestieri. Gragnano ha molini di piccola forza, e quindi ottenendo pochi quintali il giorno di sfarinato, lo ha migliore: i 2840 individui che vi sono addetti alla lavorazione delle paste, sono retribuiti mensilmente e non a cottimo, quindi non sono stimolati a far presto e molto: finalmente ivi è applicato il precetto economico della divisione del lavoro e le fabbriche si consacrano in particolare alla specialità delle paste lunghe, che sono le più dimandate all’estero. Delle varie specie di paste la sola secondaria si consuma tra noi, e la prima si consuma solo all’estero, perché difficilmente tra noi si pagherebbe l’alto prezzo della produzione fina».Annuario napoletano, Anno I, 1880, pag. 255

7 Bollettino Ufficio del Lavoro, vol. XVI, n. 3 settembre 1911, tabella pag. 404. In realtà i dati pubblicati nella tabella, 4 leghe con 480 iscritti, di cui 50 aderenti alla CGL e un gruppo dirigente composto da sette persone, sono relativi alla Camera del lavoro sorta il 9 giugno 1909.  Oreste Lizzadri, Le boje, Milano, La Pietra, 1974. L’errore del grande sindacalista è tanto più grave considerato che è nato a Gragnano e fin dal 1911 si era avvicinato al movimento operaio del suo paese vivendone le vicissitudini.

8 In realtà nella tabella del BUL a pag. 404 si riporta come data di fondazione il 1908, riferendosi probabilmente alla seconda costituzione. Tant’è che nel BUL dell’agosto 1906 si riporta la data di fondazione originaria che, di fatto, risale ad agosto del 1906.

9 Francesco Barbagallo in Stato, parlamento e lotte politico sociali nel Mezzogiorno, Napoli,Guida, 1980,fa risalire la data di nascita della Camera del Lavoro di Nocera al 1902.

10 La data riportata in questa tabella del BUL è naturalmente erronea, la vera data di fondazione, pubblicata dal settimanale della Camera del lavoro di Torre Annunziata, L’Emancipazione, n. 21 del 19 giugno 1909, è senza alcuna ombra di dubbio il 13 giugno 1909. Così come confermato dai successivi numeri dello stesso BUL.

11 Giuseppe Campolieti, Masaniello, Milano, De Agostini 1989, pag. 238.

12 Giovanni Celoro Parascandolo,  Cronache inedite della rivoluzione di Masaniello, Nuove Edizioni Ci.Esse, 1985

13 Cfr. Giuseppe Di Massa,  Icarbonari di Gragnano e dei Monti Lattari, in «Quaderno Culturale», n. 1, maggio 2010.

14 Contro il brigantaggio furono impiegati complessivamente almeno 250mila militari, settemila i briganti caduti in combattimento, duemila i fucilati, oltre 20mila condannati ai lavori forzati oppure al confino. 

15 ACS M.I. Biografie (1861 – 1869), busta 2394.

16 L’Italia, giornale dell’associazione Unitaria Costituzionale, dell’8 giugno 1866, A Gragnano.

17 Vincenzo Lombardi, giovane e ardente liberale, sull’onda dell’entusiasmo per la rapida risalita dell’Eroe dei due Mondi dalla Sicilia verso il continente, non esitò ad arruolarsi nelle camicie rosse, combattendo con i garibaldini le ultime battaglie che si svolsero a Capua, sul Volturno e a Gaeta, contro i Borbone ormai sconfitti sul campo e dalla storia. Ufficiale della Guardia Nazionale, col grado di maggiore, si distinse nella guerra contro il brigantaggio e partecipando alla distruzione della banda del feroce brigante, Pietro Oliva, che spadroneggiò sui Monti lattari tra il 1865 e il 1871, morto stroncato dai disagi della lunga latitanza. Cfr. Alfonso Liguori, Gragnano. Memorie archeologiche e storiche, 1955 e Antonio Barone, I briganti dei Monti Lattari, 1986.

18 La Società Operaia, costituita nell’estate del 1882, aveva avuto come suo primo Presidente, Melchiorre di Marino e suo vice Giuseppe Della Rocca. Chiuse i battenti definitivamente, con la Banca Gragnanese, nel novembre 1903 a causa «della tendenza individualista, antiassociativa dei commercianti ed operai gragnanesi». Cfr. Il Mattino dell’8/9 novembre 1903: Cronaca gragnanese, art. di Mario.

19 Giovanni Aliberti, L’industria molitoria meridionale nel secolo XIX, in «Rivista Storica Italiana», anno LXXXI, 1969 fascicolo IV, pag. 903.

20 «I fatti cominciano il 16 agosto in una salina a 8 chilometri da Aigues-Mortes, dove scoppiano risse fra trimard e piemontesi causate da rivalità dovute al cottimo. Nulla di grave, ma qualcuno corre in città a spargere notizie totalmente false che si coniugano col desiderio di vendetta. E il giorno successivo si scatenerà la caccia all’uomo al grido di “Morte agli italiani!”.  Alcuni francesi (in particolare i marginalizzati, coloro che hanno perduto i valori di riferimento sociali e morali) cadranno in preda alla follia omicida, altri fomenteranno la violenza dei primi o ne saranno compiaciuti spettatori, altri ancora cercheranno di proteggere le vittime (in primo luogo il parroco che scriverà alla Tribuna: “un prete non può fare distinzione di lingua o di nazionalità”). In Italia scoppierà immediatamente un’ondata di protesta che sarà cavalcata da Crispi e dalla parte più reazionaria della corte e che porterà alla caduta del governo di Giovanni Giolitti. Ogni parte politica, in Italia, spiega l’eccidio in modo diverso; per i nazionalisti si tratta di odio antitaliano, per altri di guerra tra poveri, per i socialisti, invece, il vero responsabile è il sistema capitalista. In un momento in cui l’Esagono sembra ricompattarsi attorno ai valori identitari, si stenta a dare il giusto peso alle correnti populiste e xenofobe che agitano la cugina d’oltralpe (l’affaire Dreyfus è peraltro dietro l’angolo)». Cfr. Enzo Barnabà, La strage di Aigues Mortes, Ed. Infinito, 2009.

21 Il Mattino del 22 agosto 1893, art. Per il massacro degli italiani in Francia di Graniarida

22 Il Mattino del 2/3 maggio 1898, art. A Gragnano conflitti e feriti .

23 Roma2 maggio 1898, art.  I disordini pel rincaro del pane a Castellammare ed a Gragnano, di Nicola Ciardiello.

24 Roma dell’8 e 9 luglio 1898, art.  Per i tumulti di Gragnano.

Sulle vicende legate ai moti del primo maggio sull’area torrese stabiese cfr. Raffaele Scala, Alle origini del socialismo e della Camera del lavoro di Castellammare di Stabia, in «Studi Stabiani in memoria di Catello Salvati», pag.155 - 230 Nicola Longobardi Editori, 2002.

25 ASN, Legione Carabinieri Reali a Prefetto, 27 aprile 1891,  Grida sediziose emesse da quattro avvinazzati in Boscotrecase, fascio 457 I tre operai di Torre Annunziata erano Salvatore Izzo, di 26 anni, Giuseppe Amura di 23 e Antonio Balestrieri di 30

26 La Propaganda, organo regionale socialista, n. 216 del 24 novembre 1901,  Comunicazioni

27 Avanti! del 23 aprile 1901, Conferenze, art. di Gier (Raffaele Gaeta). 

28 Avanti! del 23 gennaio 1902,  L’On. Rondani nel Mezzogiorno.

29 Avanti! 20 aprile 1902: Come sono sfruttati i pastai di Gragnano.

30 Sui pastifici di Gragnano e sulle vicende della sua arte bianca cfr. il ricco sito web di Nicola Ruocco, Ricerche, momenti e pensieri, con articoli e notizie sulle tradizioni della sua città e buone ricerche storiche

31 Il Mattino del 24/25 ottobre 1897,  Come si amministra in Italia. Un comune fuorilegge, di Iron. L’articolo fu riportato anche nel Secolo del 26 e nella Nazione di Firenze. Cfr., inoltre, gli articoli sul Mattino dei giorni successivi.

32 Nel giro di pochi anni scompariranno, Tommaso Sorrentino, morto il 24 gennaio 1900, Vincenzo Lombardi, il 26 aprile 1902 e Giovanni Della Rocca, il 26 febbraio 1903, tre figure che avevano dominato la scena politica   della cittadina pedemontana per oltre 30 anni. 

33 Marcella Marmo,  Il proletariato industriale a Napoli in età liberale, Napoli, Guida Editori, 1978, pag. 317.

34 Il Mattino del 16 agosto 1905, art. Lo sciopero degli operai pastai di Gragnano.

35 Avanti! del 17 ottobre 1907,  La Camera del Lavoro a Castellammare di Stabia.

36 “L’Emancipazione”, organo socialista dei lavoratori vesuviani, settimanale, n. 7 del 19 settembre 1908, art. Da Gragnano. Nascita di una Lega Pastai

37 Augusto Aubry, (Napoli 1849 – Taranto 1912), entrò in marina nel 1866 partecipando alla battaglia di Lissa del 20 luglio durante la terza guerra d’indipendenza; comandò il Dogali a Rio de Janeiro durante l'insurrezione militare brasiliana del settembre1893. Tra 1896 ed il 1897 comandò l'incrociatore Savoia. All'inizio della guerra italo turca, il 27 settembre 1911, con il grado di viceammiraglio, fu comandante della I Squadra, della 1ª Divisione della I Squadra, e delle forze navali riunite.  Come comandante della I Squadra guidò le forze che occuparono le coste della Tripolitania e Pirenaica. Fu deputato per i collegi di Castellammare di Stabia e Napoli (XXII e XXIII legislatura) e sottosegretario di stato alla Marina (dicembre 1903 - dicembre 1905). Morì il 4 marzo 1912 a bordo della nave di battaglia, Vittorio Emanuele. La Marina italiana ha intitolato al suo nome alcune opere di fortificazione a Taranto. (Da Wikipedia). L’amministrazione comunale di Gragnano gli ha dedicato una delle sue piazze più importanti.

38 “L’Amico del Popolo” n. 45 del 15 novembre 1885.

39 Il Mattino del 25/26 giugno 1901,  art. L’elezione politica a Castellammare di Stabia .

40 Nel marzo 1896 tre colonne italiane, della forza complessiva di 14.500 uomini, mal coordinate dal loro comandante Gen. Barattieri, furono sopraffatte da masse di abissini composte da oltre 100.000 uomini armati. Lo scontro avvenne in una zona a Nord-Est di Adua. Le nostre Unità, nonostante l’epico loro comportamento, furono costrette al ripiegamento lasciando sul terreno 6.345 Caduti, di cui 2.000 indigeni e 1.846 prigionieri. Dal sito web Associazione nazionale Alpini.

41 Roma del 22 ottobre,  art. Nel collegio di Castellammare.

42 Il Mattino del 23/24 ottobre 1904,  art. Nel collegio di Castellammare di Stabia.

43 Nella scheda biografica degli affiliati a partiti sovversivi considerati pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica, redatta a suo nome dal prefetto di Napoli il 24 novembre 1899, la sua militanza politica nelle fila repubblicane viene fatta risalire al 1883. Nella scheda il prefetto ricostruisce la vita del sovversivo, ricordando come fosse autore di numerose iniziative pubbliche, ivi compreso la nascita di diversi circoli politici. La scheda si chiude, però, con un giudizio poco lusinghiero affermando che Rodolfo Rispoli, «in complesso è da considerarsi un uomo non pericoloso per l’azione e pare che, più che altro, miri a cercare di formarsi una base elettorale». Cfr. ACS CPC, Rodolfo Rispoli, busta 4341

44 Il Mattino del 28/29 ottobre 1904,  art. Che cosa rappresenta per Gragnano la candidatura repubblicana?

45 Francesco Barbagallo,  Stato, Parlamento e lotte politico sociali nel Mezzogiorno (1900 – 1914), Napoli, Guida Editori, 1980

46 Roma del 6 novembre 1904,  art. Una bella vittoria!!!

47 La Propaganda, n. 572 del 26 novembre 1904, art. A Castellammare.

48 Si potrebbero ricordare a mo’ d’esempio anche le elezioni politiche del 14 giugno 1987 quando brogli elettorali verranno accertati in alcune sezioni cittadine. Cfr. Atti parlamentari, Camera dei Deputati: Relazione della Giunta delle elezioni presentata alla Presidenza il 4 ottobre 1990; oppure le amministrative del giugno 1983, oggetto di una interrogazione del deputato Antonio Parlato sugli anomali trasferimenti di residenza dai comuni viciniori, cfr. Atti Parlamentari, seduta del 21 settembre 1983 e del 19 marzo 1984, Discussioni.

49 Stabia News del 12 giugno 2009, Brogli elettorali. L’esposto denuncia di Mascolo, Comunicato stampa.

 

 

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