Il vampirismo europeo e napoletano tra storia e leggende

Categoria principale: Storia
Categoria: Storia Miscellanea
Creato Venerdì, 04 Maggio 2018 19:07
Ultima modifica il Lunedì, 07 Maggio 2018 15:19
Pubblicato Venerdì, 04 Maggio 2018 19:07
Scritto da Silvana D'Andrea
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Nelle cronache del XVII secolo di tutta Europa giungeva voce che dalle terre baltiche, i morti potessero ridestarsi dalle tombe e con i reverants (ritorni in vita) potessero riprendersi i propri corpi per andare a succhiare il sangue dei vivi.

 In realtà era solo uno spaccato di cultura, un'idea ancestrale che il corpo fosse indipendente dall'anima e che gli spiriti di deceduti, maligni assassinati o giustiziati non volendo integrarsi nel regno dei morti, potevano tornare in vita,con il sangue dei vivi.

La loro tradizione religiosa (da poco cristianizzati) aveva consolidato il concetto per cui il sangue è il principio di vita, di forza e di immortalità.

La necessità dei reverants era, dunque, trovare il sangue, per ritornare a vivere. L'unico modo per impedire al morto di riprendersi il corpo era di ridurlo a scheletro e praticavano i riti funerari ripetuti.

Ogni cinque sette anni, le tombe venivano riaperte, i resti venivano puliti e lavati con balsami e poi riavvolti in teli.

Ma durante le cerimonie funerarie, si venne a scoprire, con sorpresa e raccapriccio, che alcuni cadaveri erano rimasti intatti, privi del rigor mortis con capelli ed unghie ricresciuti,gonfi con una corpulenza enorme, con volti turgidi, irrorati di sangue ai lati delle bocche, posizionati in modo diverso, da come li avevano sepolti.

In un primo tempo, le angosce collettive rimasero sepolte sotto il coperchio del buon senso comune, poi il ripetersi dei fenomeni sui cadaveri incorrotti, in vari cimiteri, portò ad un'esplosione di paura ed angoscia.

L'incubo del vampiro gravava ora sulla gente, che per sottrarsi all'influenza degli orribili fenomeni, abbandonò intere province, lasciandole desolate.

Nei cimiteri, si organizzarono spedizioni anti mostro con tombe profanate, dove i cadaveri venivano impalati, poi decapitati e bruciati.

Un'apocalisse sanitaria investì molti paesi dell'Europa. La scienza medica intervenne per sfatare il mito del mostro, abbinando i sintomi del mostro ad una malattia endemica La porfiria che portava l'intolleranza alla luce del sole, per cui i malati erano costretti ad uscire di notte, manifestando un ingrossamento e restringimento della pelle, con sporgenza dei denti, deformazione delle dita, delle orecchie e degli occhi.

Per la Chiesa cattolica, reduce dall'eccidio dell'inquisizione, i fenomeni di vampirismo rientravano nella casistica della demonologia e condividendo le spiegazioni date dalla scienza medica, sull'incorruttibilità dei cadaveri, condivise la tesi della morte apparente, mettendo fine ad un contagio di vampirismo che durò fino alla fine del secolo.

Ma nel secolo dell'Illuminismo, il secolo della ragione, il vampirismo tornò alla ribalta della letteratura, con un protagonista d'eccellenza: il conte Dracula archetipo delle paure nascoste, simbolo dell'«umana malvagità»,nato dalla penna di Bram Stoker che si ispirò alla figura di Vlad III il principe di Vallacchia, noto per la pratica di impalare i nemici.

Fu un personaggio realmente vissuto in  una terra di cupe leggende dominate dai vampiri, di cui divenne sovrano, con un interminabile cammino, fino ad arrivare incolume ai giorni nostri.

Il famigerato vampiro trovò facile dimora anche nel Regno di Napoli, dove già streghe, maghi e fattucchiere dominavano lo scenario superstizioso. Un'agghiacciante maledizione napoletana puozze sculà ci ricorda l'usanza di far scolare i cadaveri nel putridarium (apposito sedile forato) per far colare i fluidi corporei putrefattivi e facilitare la scheletrizzazione  in modo da scongiurare e i reverants.

La superstizione napoletana, radicata nella convinzione che il sangue,  in quanto linfa vitale, servisse alla resurrezione del corpo (come per i vampiri), fa riferimento ad una leggenda tramandata da Giambattista Basile che narra di come il sangue, fuoriuscito dal costato di Gesù crocifisso, causasse la guarigione di una malattia agli occhi dello stesso soldato che lo aveva trafitto. 

Un simile meccanismo, sta alla base del culto semi-cristiano dei morti "decollati", cioè uccisi per mano del boia: le loro anime sono considerate più vicine a Dio, per aver lavato con il sangue le loro colpe. Ciò avviene anche nel famoso rituale celebrativo di San Gennaro, morto decapitato, il cui sangue, conservato con i riti apotropaici (per i cristiani come «reliquia»), può esaudire preghiere e fare miracoli.

I vampiri che hanno dimorato a Napoli avranno trovato un lauto banchetto con le 400 reliquie di sangue che si liquefanno in diverse Chiese sparse su tutto il territorio.

Tomba di Dracula in S. Maria La NovaSi racconta, inoltre,  che la tomba dell'immortale vampiro Dracula si trovi nella chiesa di Santa Maria La Nova.

Pare che il conte non morì in battaglia, né fece perdere le sue tracce, ma fu fatto prigioniero dai turchi. In seguito la figlia (avuto da una donna napoletana) lo riscattò e quando questi morì, lo fece seppellire a Napoli.

Insomma, la famosa affermazione goethiana «Vedi Napoli e poi muori» alla luce di queste leggende metropolitane potrebbe ironicamente trasformarsi in «Vedi Napoli e poi rinasci!», magari dopo aver incontrato di notte un simpatico Dracula partenopeo che, ammantato di mistero, se ne va passeggiando in un labirinto di vicoli, smuovendo una brezza leggera al chiarore della luna piena.