Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Paolo Mattia Doria. Quel rogo che distrusse "L'idea di una perfetta repubblica"

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Durante la reggenza di Carlo di Borbone non spirava aria di liberalismo culturale. Per mano del boia, il 13 marzo 1753, furono bruciati il manoscritto, le bozze e le oltre mille copie dell'opera L’Idea di una perfetta repubblica di Paolo Mattia Doria. Di essa non restano che le 34 "proposizioni" incriminate, tanto quanto basta però a comprendere i motivi di un provvedimento così grave.

Genovese dai natali illustri, il Doria era nato il 24 febbraio 1667. Nonostante l’agiatezza economica, l’infanzia trascorse solitaria ed infelice per la prematura morte del padre e del fratello e lo sfaldamento progressivo del nucleo familiare. La madre, Maria Cecilia Spinola,  ebbe una grande influenza sulla crescita morale del figlio con la sua debolezza caratteriale e nevrotica, affidandolo a medici ed educatori bigotti che gli avrebbero alimentato il terrore delle malattie e della morte concepita come  castigo per uomini peccatori.

Da un viaggio in Italia intrapreso con la madre nel 1683, il giovane Doria trasse la forza per liberarsi un po’ da fisime e scrupoli religiosi, divenendo mondano e temerario.

La morte di una donna di cui si era perdutamente innamorato, lo   segnò profondamente, tanto che per sfuggire alla conseguente depressione, iniziò a viaggiare per tutta l’Italia affrontando anche negative vicissitudini. Tornò spesso a Napoli per problematiche legali relative alla liquidazione di alcuni crediti che gli fecero sperimentare non solo la polvere dei tribunali, ma anche la complessa situazione politico-sociale del Mezzogiorno.

Presto si guadagnò la fama di “duellista vendicativo” per  la sua abilità di spadaccino, ottenendo la benevolenza del patriziato partenopeo a cui spesso legò il suo nome. In pochi anni sostenne clamorosi duelli e risse che gli costarono anche la prigione.

Questa vita, che in seguito lui stesso avrebbe definito inutile  sregolata, ben presto lo avrebbe visto trasformarsi  in un  filosofo metafisico, un cambiamento dovuto, non solo a problematiche legali, che lo costrinsero a dimenticare le stravaganze ed a ritirarsi a vita privata, ma anche all’influenza esercitata dall’ambiente culturale napoletano dal quale si sentiva attratto. A Napoli avrebbe vissuto per oltre un cinquantennio, fino alla morte.

Federico Pappacoda, un aristocratico con il quale aveva condiviso un passato di "duellista", lo introdusse nella casa di Nicolò Caravita, un nobile giureconsulto, che apriva il suo salotto culturale ai “moderni”. Qui conobbe tra gli altri Giambattista Vico con cui avrebbe instaurato una "fida e signorile amicizia" nata da una sostanziale convergenza di vedute.

Nel 1698 fu nominato principe dell’Accademia Palatina, fondata dal Pappacoda e dal Caravita allo scopo di riunire il meglio della nuova cultura napoletana. I maggiori contributi sorti in seno alla neonata accademia furono quelli storico-politici offerti anche dal Doria con le quattro memorie Sopra la vita di Claudio imperatore, una raccolta di dissertazioni intorno al complesso equilibrio tra il potere del sovrano e quello del Senato, un tema assai dibattuto nella giuspubblicista del Regno.

L'esercizio bellico non doveva essere appannaggio della "nobiltà di spada" e dei suoi miti, sosteneva il Doria, la guerra era da condursi con criteri scientifici, mediante l'applicazione delle scienze.

Più tardi, nel 1739, nel Il capitano filosofo il nostro avrebbe ribadito la tesi secondo la quale un buon condottiero avrebbe dovuto agire da buon filosofo, facendo scaturire i risultati pratici da un'approfondita analisi teoretica.

Le successive opere del Doria avrebbero spesso attinsero dai mutamenti politici del periodo, esprimendo l’avversione dell’autore all’assolutismo monarchico.

Ma i suoi interessi non furono solo politici; si dedicò alle scienze, pubblicando nel 1711  le Considerazioni sopra il moto e la meccanica de' corpi sensibili e de' corpi insensibili, un’opera in cui  contestava la validità del metodo galileiano e la distinzione cartesiana tra estensione e pensiero. Purtroppo, la singolarità delle tesi del Doria molto criticate dai contemporanei, finì per provocare un suo  momentaneo isolamento, superato solo qualche anno dopo, quando dagli ambienti culturali più disparati avrebbe ricevuto tanti attestati di stima. I consensi più entusiasti li raccolse da un gruppo di nobili dame per le quali nel 1716 pubblicò i Ragionamenti ne' quali si dimostra la donna, in quasi tutte le virtù più grandi, non essere all'uomo inferiore, dedicati ad Aurelia d'Este duchessa di Limatola.

Il Doria sosteneva la parità dei sessi nel godimento dei diritti naturali, perché le donne, in un’analisi storica, avevano dimostrato d’essere degne di governare e di fondare grandi imperi. L’unico limite era la legislatura, che presupponeva una conoscenza storica e filosofica dei sistemi normativi che le donne non potevano avere per motivi fisiologici. Tutto ciò era in antitesi con il pensiero di Cartesio, secondo cui Dio aveva dato a tutti eguali capacità intellettive.

Il Doria era certo attratto dalle donne e le considerava delle interlocutrici privilegiate, forse le uniche capaci di comprenderlo, ciononostante non varcò mai la soglia del matrimonio, considerato una  "legge dura" e dall'incerta definizione teologica.

Relegato tra i pensatori troppo antiquati, il Doria dopo anni che lo avevano visto protagonista e gradito ospite dei maggiori salotti culturali, entrò in una fase irreversibile di isolamento.

L'avvento al trono, nel 1734, di Carlo di Borbone ed il successivo decennio di politica assolutistica e mercantilistica, misero in crisi tutta la sua visione politica. Ne il Politico alla moda, pubblicata nel 1739, Doria si era reso conto di come fosse irrealizzabile il suo ideale di governo ad opera di sovrani virtuosi e filosofi legislatori. Completamente ignorato dall'ambiente intellettuale, malato e in difficoltà economiche morì in solitudine a Napoli nel 1746,

Ma non per questo cessarono le sue traversie. Pochi giorni prima di morire aveva fatto prelevare dalla Biblioteca di S. Angelo un manoscritto composto verso il 1741, l'Idea di una perfetta repubblica, disponendo nel testamento che l'opera fosse stampata a spese del cugino principe di Angri, a saldo di un vecchio debito.

Quando dopo qualche anno, nel 1753, il principe si decise ad adempiere alla volontà del parente, ma il volume fu sequestrato: i revisori vi avevano trovato affermazioni contro Dio, la religione e la monarchia e per mano del boia, il 13 marzo 1753, furono bruciati il manoscritto, le bozze e le oltre mille copie dell'opera. Tutto ciò che non glorificava la monarchia borbonica doveva essere colpito dalla damnatio memoriae. Doria fu solo un esempio.

 

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