Il “matrimonio a sorpresa” nel Settecento a Camigliano

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Tra gli Acta Civilia e gli Acta Criminalia più o meno rilevanti che si verificavano nei casali di Capua nel corso del Settecento, riveste un curioso interesse la testimonianza dei cosiddetti “matrimoni a sorpresa”, usanza nota per essere stata immortalata  nel romanzo storico I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

Alla pari di don Abbondio,  fu don Angelo Mercora, parroco di Camigliano a subire nella realtà una tale costumanza, denominata matrimonio “per verba dei presenti”.

Verso le ore 12 del 30 novembre del 1703, festa di Sant’Andrea Apostolo, il sacerdote tornava a casa, quando fu trattenuto con forza dall’appostamento di Giuseppe Parise.

Trattenuto a forza dalla presa di costui, gli si pararono innanzi prima una donna di nome Agnese di Palma, che tese la mano a Giuseppe, e subito dopo due persone, opportunamente preposte ad essere i testimoni: Giovanni Squeglia e Giovanni Marte.

Secondo il fugace rito del matrimonio “per verba dei presenti”, che non prevedeva la funzione religiosa, né pubblicazioni, ma comunque ammesso dal Decreto della Curia vescovile, Giuseppe: «voglio per sposa Agnese di Palma», e la donna replicò: «voglio per sposo Giuseppe Parise».

 

Dopodiché  gli sposi fugaci si allontanarono seguiti dai due testimoni, lasciando don Angelo Mercora a lamentarsi per il fatto di essere stato trattenuto con forza.

In seguito la Corte vescovile, tramite il procuratore don Antonio Francesco Borrello, avrebbe preso  atto che il “matrimonio ad effetto” poteva essere regolarmente  registrato nel libro parrocchiale dei Matrimoni di Camigliano.

Questa prima volta Don Angelo Mercora non riscontrò alcuna contrarietà sostanziale, se non la constatazione che i due non erano soliti adempiere regolarmente i precetti della Confessione e della Comunione.

Ben diverso si sarebbe rivelato più problematico per il parroco il successivo “matrimonio a sorpresa” notificato negli  “Acta Criminalia” dell’Archivio Vescovile di Calvi.

Era il 12 giugno 1706. Don Angelo Mercora  si trovava in chiesa in compagnia di altri sacerdoti e diaconi, quando Giovanni di Cervo, per la piccola porta di via Rocco, entrava in Chiesa  atteso dal clerico coniugato Decio Parise.

Quest’ultimo prelevò la sorella Maria Antonia che stava ascoltando messa presso l’altare del Rosario. Il rito fugace avvenne nella Cappella del Corpo di Cristo dove si trovava il Parroco don Angelo Mercora e due testimoni pronti all’azione.

Ma stavolta  il “matrimonio a sorpresa” di Giovanni di Cervo di Pastorano e di Maria Antonia Parise di Camigliano destò molto clamore tra i  sacerdoti e i diaconi presenti che erano accorsi nella Cappella del Corpo di Cristo.

Le conseguenze giudiziarie non si fecero attendere. Tre giorni dopo i testimoni, Francesco di Cervo, fratello di Giovanni, e Francesco Capozzuto, ambedue di Pastorano, finirono in “carceri formali” per diciotto giorni, dopo i quali furono liberati e messi sotto vigilanza nel Palazzo Vescovile.

 

 

Riferimento documentale: Antonio De Rosa, Vita vissuta nel Settecento a Camigliano in Dialogo,  Periodico mensile di attualità, politica, cultura e informazione, 1985.

 

 

 

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