Nel furore della reazione del 1799. Memoriale di Giuseppe De Lorenzo

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«Io mi propongo  di dar un picciol saggio delle vicende più rimarchevoli alle quali fui assoggettato dalla Provvidenza, e particolarmente di quelle capitatemi nel cambiamento dei governi ben tre volte accaduto nelal mia infelice Patria».

Candidissimo narratore, così come lo ha definito Benedetto Croce, Giuseppe De Lorenzo non fu un uomo di idee e d’iniziative politiche, di quelli che promuovono una rivoluzione, ma quando è avviata e ci si trovano dentro, la servono con zelo, fedeltà ed intelligenza.

In realtà fu il desiderio di un impiego in un ufficio amministrativo a coinvolgerlo nella vicende della Repubblica Napoletana del 1799, ma seppe ugualmente essere un buon soldato al Ponte della Maddalena e dopo l’esilio, ancora un buon combattente nella Legione Italica.

Secondo di undici figli era nato a Napoli nel 1778. Dopo gli studi generali si dedicò alla contabilità riuscendo ad ottenere piccoli impieghi fino al 1798 quando fu assunto come impiegato di ruolo nel Banco del Salvatore.

Come visse i mesi della rivoluzione fu lui stesso a raccontarlo nelle sue Memorie. Il manoscritto fu inviato nel 1899 dal suo avo omonimo alla  Società Storica (l’attuale Società Napoletana di Storia Patria) che decise di pubblicarne la prima parte, quella relativa al 1799.

 

Nell’introduzione Croce ne sottolineava l’interessante descrizione della reazione furiosa della plebe napoletana e delle masse sanfediste, dei tormenti indicibili e delle persecuzioni che patirono Nel furore della reazione i repubblicani.

Una narrazione, quella del De Lorenzo, che si legge d’un fiato, con commozione, con un coinvolgimento emotivo talmente forte da spingere il lettore a riviversi tra quelle scene di orrore e miseria.

Alla fine del 1799 fu accusato di lesa maestà e condannato all’esilio.

Nelle Filiazioni dei Rei di Stato condannati dalla Suprema Giunta etc. ad essere asportati da’ Reali Dominij, Napoli 1800, p. 36 si legge: «Giuseppe di Lorenzo, di Napoli, figlio di Alessandro, di anni 22 circa, di statura piedi 5 pulgate 3 e linee 3, capelli castani oscuri, fronte giusto, ciglio castagno, occhi torchini, naso giusto, faccia giusta, barba sbana».

Dopo brevi rientri a Napoli durante il periodo francese, morì appena quarantaquattrenne nel 1822.

Lasciò sei figli, tra cui Errico, padre di Giuseppe che cento anni dopo avrebbe consegnato ai posteri  il memoriale del nonno, contribuendo a recuperare preziosi frammenti della nostra storia patria: sei mesi di libertà e tante vite stroncate, storie di anime che i Borbone, per anni, avevano cercato di cancellare.

 

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