La «città divisa»

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Forse in nessuna città del mondo, come a Napoli, l'usuale separazione tra privilegiati e non privilegiati, tra élite e massa, e tra colti ed incolti, tra degni e indegni, assume tenacemente ed invariabilmente il volto specifico della tradizionale separazione tra “cittadini” e “non cittadini”. Separazione che è così radicata nei costumi, nelle abitudini mentali e nell'immaginario mitico dei Napoletani, da essere praticamente ineliminabile.

Ebbene è un’affermazione, questa, e come tale essa dice quello che dice. Peraltro essa nasce da una delle più lampanti evidenze riguardanti Napoli. Eppure la cosa è talmente paradossale ed incredibile, che io stesso dubito fortemente nell’affermarla. «Sarò poi vero? È mai possibile», mi chiedo quindi ancora proprio nel mentre affermo! Eppure ciò è vero, ed è quindi effettivamente possibile. Anzi si può ben dire che nulla è più vero di questo.

Ma ne volete comunque una prova? Provate quindi solo a dire di essere «napoletano» al cospetto di un Napoletano – ossia colui che è nato e vissuto entro i confini geografici ufficiali ed effettivi del Comune di Napoli (e non un millimetro più in là) –, il quale però sappia che ciò non corrisponde a verità. Vedrete allora immediatamente un sorriso beffardo iniziare ad increspargli le labbra minacciando poi sempre più di giungere a piegarne anche gli angoli.

Quel sorriso sarà appena accennato, anzi quasi impercettibile. E lo sarà per rispetto. Anzi, più precisamente, per decenza.

 

E quindi proprio per decenza esso sarà inesorabile. Solo chi non sa nulla di Napoli e dei Napoletani non lo coglierà. Invece i due che si stanno confrontando – uno che dice la bugia e l’altro che smaschera invece impietosamente la verità – sapranno entrambi benissimo ciò che sta accadendo.

Per la precisione sta accadendo che, come è ben tipico, il mito si rivela essere più forte di qualunque ragione e ragionevolezza, di qualunque raziocinio, di qualunque senso, di qualunque obiettiva verità.

Soprattutto il mito è ben più forte del ridicolo e dell’assurdo che dominano totalmente lo scenario delle conoscenze e sentimenti che sono qui in atto.

Ebbene tale mito non è altro che quello nel quale finora ci siamo costantemente imbattuti, ossia quello secondo il quale Napoli sarebbe il luogo più bello e degno in assoluto in tutto il mondo.

Ma se ciò è invece di fatto incontestabilmente vero per qualunque Napoletano, la verità di tale convinzione inizia evidentemente a valere ben prima di estendere lo sguardo a tutto il mondo, e cioè inizia il quello spazio (realissimo) che si estende tra le ideali «mura» della città (il suo ufficiale ed effettivo confine geografico) ed i confini geografici della regione nota come Campania.

Questo è infatti il potenziale Lebensraum sul quale Napoli vanta il suo assoluto diritto di proprietà e soprattutto di interdizione etico-estetica; e sul quale essa pertanto esercita la sua retorica mitica. Infatti l’inesorabile ed immutabile decreto emesso dallo Spirito Napoletano sul circondario è il qualcosa del genere: – «Homo sum, sed humani omnia a me alienum puto».

Si tratta del famoso detto di Terenzio, ma modificato (ed anche maccheronizzato) nel senso che l’umano essenziale sta per il Napoletano essenziale, e il nihil è stato sostituito dall’omnia. In altri termini il decreto afferma: – «Non vi è assolutamente nulla di non autenticamente napoletano (e quindi di fatto subumano), che possieda anche solo lontanamente bontà, bellezza e dignità». Ergo, colui che è nato anche solo un millimetro al di là del confine geografico di Napoli, dovrà rassegnarsi a vivere sotto il peso del peggiore e maggiore possibile tra i marchi dell’infamia, e cioè quello di cafone.

Tradotta più precisamente nel linguaggio proprio del mito, l’espressione indica quella che è da considerare una vera e propria colpa connatale e atavica, oltre che un’infamia, ossia quella di essere nato come un «non-napoletano», e quindi tale essere irrevocabilmente. È insomma l’essere spregevole per definizione. Essere che, il suo semplice esistere, suscita nel «vero-napoletano» un disgusto incoercibile.

Non vi è il minimo dubbio che si tratta di vero razzismo. E ci sarebbe senz’altro da indignarsi e protestare per questo così normale obbrobrio. Solo che intanto, in questo, il dominio incontrastato della solita invariabilmente ilare teatralità partenopea, fa sì che di fatto si debba prendere anche tutto ciò come un mero e vuoto scherzo. Insomma appena uno sfottò (sebbene crudele), nel quale il puro Napoletano si arroga la libertà di trastullarsi e si deliziarsi.

Non a caso il Napoletano alla serietà di tutto ciò non crede lui stesso, nello stesso momento in cui però ne è comunque fermamente convinto.

Anche qui insomma la teatralità napoletana appare così cogente, nel suo condizionare all’assurdo più totale possibile, da configurare una vera e propria forma di insania; forse una vera e propria forma di follia psicotica (quella che rende impossibile non prendersi ferocemente gioco di tutto e di tutti, pur sapendo in fondo che non ve ne sono nemmeno le ragioni).

Non a caso proprio questo è uno dei sintomi della psicosi schizofrenica.

Bisogna ancora però aggiungere un'altra espressione tipica che sulle labbra disgustate del vero Napoletano accenna incoercibilmente ad affiorare, quando egli si trova di fronte all’immonda e ridicolissima presenza di un cafone. L’espressione è paese, ossia il luogo non-civile in cui il cafone vive. E con essa il disgusto del vero Napoletano giunge davvero al culmine; ma non senza che a ciò si aggiunga anche l’orrore.

Il cafone vive infatti invariabilmente in un paese, ossia quanto di più opposto possa esistere rispetto a ciò che è invece città (laddove ovviamente Napoli è poi il paradigma stesso di città).

E quindi esso rappresenta un luogo che per il Napoletano è in sé assolutamente inimmaginabile e perfino innominabile (a causa della sua inconcepibile infamia). Nel paese dunque tutto è sommamente indegno, così che è assolutamente d’obbligo provarne ribrezzo anche solo a sentirne parlare.

Tutto lì è povero, striminzito, patetico, rozzo, inelegante, scostumato, primitivo, sporco, disgustoso, privo di vera dignità, inglorioso, improduttivo, inefficiente, imperfetto ed insufficiente per definizione.

E di conseguenza il vero Napoletano, quando sarà costretto a mettere piede in un posto come questo, sarà obbligato dalla sua stessa dignità a farlo solo nel modo più sprezzante possibile. Così egli se ne starà lì con un’aria di sdegnosa quanto annoiata e disgustata condiscendenza ad una calamità che purtroppo non ha potuto propri evitare.

Insomma il terreno gli scotterà letteralmente sotto i piedi, ed il solo contatto con le cose e le persone gli ispirerà un ribrezzo infinito. E spesso, allora, egli non mancherà nemmeno di far sentire al cafone quanto grande è stata fino a quel momento la generosità della sua condiscendenza, e, nello stesso tempo, quanto grande è il sacrificio che egli sta facendo.

Capiterà allora che egli dica qualcosa del genere: – «Ma guarda, io poche ore fa io stavo là, e ora invece sto qua!». Che infamia! Che scempio di bellezza, grazia, eleganza, civiltà, nobiltà e dignità!

Dunque, l’insieme contrastante di cose che abbiamo finora costatato implica anche che tutto ciò viene preso dannatamente sul serio da tutti gli attori della tragi-commedia. Era infatti esattamente questa – cafone! –, la parola fatale che aveva inteso silenziosamente pronunciare il sorriso di scherno del vero Napoletano, senza però poter in alcun modo trattenersi (in un giudizio sorretto intanto da cotanto decreto). Ma l’altro, il cafone, lo aveva visto, udito e compreso benissimo.

La bolla dell’anatema era stata dunque inesorabilmente scagliata.

E, come sempre, era andata infallibilmente a segno. Infatti, la determinazione con la quale il vero Napoletano è incrollabilmente convinto di tutto questo assurdo, corrisponde in maniera esattamente speculare alla determinazione con la quale il “non-vero-napoletano” è portato a vergognarsi per davvero di ciò che intanto viene affermato dall’inappellabile decreto di condanna. Decreto di condanna da lui ammesso ed accettato senza opporre quindi mai alcuna sostanziale obiezione.

Perché in effetti il primo a credere incrollabilmente nel mito di Napoli è proprio lui. E così egli invidia profondamente il vero Napoletano, senza intanto in alcun modo riuscire ad opporre a tale invidia nessuno degli argomenti razionali (contro il ridicolo e l’assurdo) che pure oggettivamente sussistono e sono in sé decisamente prevalenti. Si verificano così il ridicolo e l’assurdo ancora maggiori del sussistere di questa dinamica mentale-sentimentale solo e soltanto entro lo spazio geografico simbolicamente e miticamente prossimo a Napoli (ossia quello che sta sotto l’effetto del suo fatale incanto), e cioè appunto quello della Campania. Fuori da questo spazio nessuno sa nemmeno cosa possa significare un’assurdità del genere. Non a caso essa non potrà essere ritrovata in nessun tipo di rapporto che leghi altre città al loro circondario.

Invariabilmente dunque, il nostro cafone, quando si troverà lontano da Napoli, dirà di essere «di Napoli». A nessuno importa un fico secco se egli lo è o non lo è.

Ma lui non può in alcun modo fare a meno di sentire dentro di sé di aver così pronunciato la più efficace formula che esista per dichiarare la propria inalienabile dignità. Ma guai a lui, allora, se in quel momento si troverà lì presente un vero Napoletano. Egli non esiterà infatti un solo attimo a sbugiardare, nuovamente ed ancora più ferocemente, la così inammissibile bugia pronunciata dal cafone (colui che ha il minor titolo possibile ad usurpare il sacro nome di napoletano). La circostanza costituirà allora uno dei più ambiti trionfi del mito che il Napoletano impersona e (in una certa misura) rappresenta perfino nel mondo. Si tratta dunque del trionfo reso possibile dal totale smascheramento dell’infamia che è essenzialmente propria del cafone, ossia il più decisivo possibile smascheramento della sua cattiva natura. Ebbene questo è il davvero definitivo e rovinoso naufragio del cafone. Cosa che il Napoletano ha da sempre desiderato molto ardentemente nel proprio cuore.

 

Ecco insomma i termini della questione. Come si può vedere essi sono così elementari da dover essere necessariamente considerati non solo estremamente volgari ma anche decisamente incredibili. Ci si potrà allora chiedere (come ho dovuto fare io stesso all’inizio) come possa essere mai esistita, e come possa mai restare ancora in piedi, una così totale assurda stupidaggine come questa. Eppure, come abbiamo visto, le cose stanno effettivamente così. Tutti infatti credono fermamente nei termini di questa pantomima delle pantomime (messa in piedi dal Mito) – tanto gli accusatori (i degni) quanto ancor più gli accusati (gli indegni).

E pertanto, volenti o nolenti di tale questione dovremo occuparci. E precisamente – andando anche aldilà dal fatto che tutti credono nell’assurdo ordine di valori che sta al suo fondo – dovremo farlo per due motivi.

Il primo motivo è che la divisione conosce in effetti livelli ancora maggiori e ben più sofisticati di articolazione e di manifestazione.

Ed il secondo motivo è che di fatto proprio un fenomeno così inconsistente (in quanto retorico ed anche teatralissimo, ma solo nel modo più assurdo possibile) informa di sé addirittura la struttura effettiva della città.

Esso insomma fa di Napoli una città che è realmente e tangibilmente «divisa». E ciò del tutto ad onta di un’altra delle cosiddette leggende metropolitane che circolano entro il Mito stesso, ossia che Napoli sarebbe esemplare per la perfetta integrazione tra le classi sociali in essa presuntivamente esistente già a livello architettonico. Si tratta invece solo di una balla colossale. E peraltro lo è ancora di più perché tutti lo sanno ma intanto fanno di tutto per far mostra (cioè finta) di non saperlo.

Andate infatti in uno di questi famosi palazzi del centro storico, dove al piano terra c’è il basso sottoproletario, dal primo ed al terzo piano la casa di un proletario o impiegatuccio, nel mentre dal quarto piano in poi (fino all’attico) abita il ricco e magari pure titolato professionista, o addirittura (come nel teatro partenopeo) addirittura lo stesso “gran signore”.

Andateci. E prendete atto della cura impiegata dagli abitanti dei piani alti a non mescolarsi mai con quelli dei piani bassi.

Dunque, come abbiamo dovuto già dire altre volte, «coraggio guardiamo!»

 

Il primo coraggioso sguardo che dobbiamo gettare sul fenomeno è quello che ha per oggetto la sua stessa essenza. Ebbene, avremo già avuto forse modo di cogliere che quanto è qui in atto sembra essere la teorizzazione, da parte del Napoletano, di qualcosa di simile all’”intoccabile”.

La sua preoccupazione centrale (nonostante la pur dovuta ammissione della teatralità del tutto) sembra essere insomma quella per la più rigorosa purezza. È dunque proprio quest’ultima la dirimente della così rigorosa distinzione tra “cittadini” e “non-cittadini”.

Pertanto ciò che sembra si intenda in tal modo preservare è la purezza della vera città e dei propri abitanti. Entrambi appaiono insomma dover essere preservati dall’impurità che caratterizza tutto che è da considerare “alieno”, in quanto si trova al di fuori dei confini fisici della città.

Appare evidente che gioca qui un decisivo ruolo la distinzione, comunque nella cultura greca, tra “non-barbaro” (o civile) e “barbaro”.

Laddove poi il primo è tale in quanto si trova entro i limiti di quella Civiltà che è una sola cosa con la polis – quale città-stato, e quindi estendente la propria virtuale influenza (in senso positivo o anche negativo) su uno spazio ben più vasto di quello effettivamente geografico che è compreso entro la cinta urbana.

Ed in questo giocano quindi probabilmente un ruolo anche i residui delle memorie storiche delle guerre che sempre hanno opposto Neapolis (e le vicine colonie euboiche) alle popolazioni autoctone dell’interno, osche e sannite (oltre che in parte anche etrusche).1

Tuttavia l’intoccabilità rende estremamente prossima anche quell’antica dottrina indù delle caste, che poi era anch’essa molto imparentata con la dottrina etico-politica delle città-stato greche (specie nella forma delle stratificazioni sociali previste da Platone nella Repubblica).2

E ciò espone necessariamente la complessiva teoria a tutti gli eccessi comportati da tale parentela.

In ogni caso l’atto e fenomeno che viene così allo scoperto (nel contesto della difesa della purezza civile da ogni possibile contaminazione) è quello della segregazione.

Il relativo atto si pone naturalmente nel senso più positivo possibile (almeno dal punto di vista di chi lo compie).

Esso cioè mira a rendere possibile il sussistere incontaminato di qualcosa di espressamente positivo in termini insieme estetici ed etici, ovvero qualcosa di bello ma anche di incontestabilmente buono. Pertanto ciò che resta fuori è sempre solo diametralmente opposto, e cioè è brutto e cattivo. È evidente come la ricaduta negativa che l’atto ha, sugli uomini investiti dalle conseguenze della segregazione, non può né deve interessare minimamente a colui che intanto si fa promotore (e magari anche attore) dell’atto stesso. Ciò che egli persegue resta infatti immancabilmente positivo, in quanto l’effetto dell’atto resta cogentemente in riferimento con i soli criteri e punti di vista di chi lo ha posto in essere.

Ecco allora che il protagonista di tutto questo agire dovrà necessariamente considerare inalienabilmente positivo quanto da esso scaturisce – qualunque conseguenza ciò possa avere al di fuori dell’ambito delle sue primarie preoccupazioni. Ciò che a lui può e deve interessare è infatti la città e solo la città. Solo la città, e quella specifica città, costituisce infatti un valore. E quindi ci troviamo qui nuovamente in un ambito inconfondibilmente ellenico – la polis fu infatti per i propri abitanti un valore effettivamente etico ed insieme perfino religioso.3

Eppure la dimensione teatrale che comunque a Napoli va constatata in relazione a tutto questo, fa sì che anche questa serie di seri significati (con tutta la loro possibile giustificazione) si sciolga immediatamente come neve al sole. Napoli è infatti appena una polis da burla, e solo da burla. E del resto lo è proprio all’interno di quel così cogente codice teatrale (autentico “dover essere”imposto a qualunque forma di essere) che per i suoi abitanti stessi è di primaria importanza.

Ebbene la schiacciante conseguenza di tutto ciò demolisce in un sol colpo l’intera retorica, ed ancor più di quanto faccia la stessa constatazione della sua teatralità. Ciò che si verifica è infatti un totale ribaltamento dei termini del discorso retorico-mitico.

La verità è infatti che non vi è alcuna vera preservazione di un oggettivo positivo (la città), dalla contaminazione di un oggettivo negativo (ciò che non è città).

Ma vi è invece appena l’esatto contrario di ciò. E cioè vi è solo la segregazione di un certo oggettivo negativo etico-estetico, ossia l’identità partenopea (nel proprio auto-definirsi), dall’altrettanto certo oggettivo positivo, ossia l’esteriore a Napoli, che potrebbe influenzare il primo termine nel senso della sua demolizione.

È evidente allora che in tal modo la stessa “contaminazione” (puramente retorico-mitica) muta totalmente di segno – essa si pone infatti proprio come ciò che, nel suo solo apparente contaminare, in effetti invece libera e salva. E con ciò il giudizio stesso di impurità gettato sull’esteriore a Napoli non solo decade del tutto, ma addirittura ricade proprio su chi lo ha comminato – dato che nulla, come l’inversione della dinamica di contaminazione, mette più allo scoperto l’indegnità di fondo dell’identità partenopea.

Tuttavia è altrettanto evidente che in tal modo si configura quel possibile atto di apertura di Napoli all’influsso da parte dell’esteriore ad essa, il quale, una volta verificatosi per davvero (come avviene entro la tesi di La Capria), costituirebbe poi di fatto la sua vera ed unica salvezza dalla schiavitù perenne al mito di sé stessa.

È chiaro inoltre che in tal modo verrebbe a cadere miseramente anche la così surrettizia immagine retorica (più che vero concetto) di una relazione tra Napoli ed il mondo che si limita a quella esistente tra la città ed il territorio della regione di cui essa è capoluogo, ossia la Campania. Qualora l’atto di apertura avvenisse, infatti, non solo la Campania eserciterebbe su Napoli un influsso inequivocabilmente positivo, ma soprattutto lo farebbe anche e il mondo stesso che sta al di fuori di entrambi. Il che segnerebbe in un solo momento la fine tanto del mito della Campania indegna per definizione (il mito del paese), quanto dello stesso mito autoreferenziale di quella città-cartolina, che è narcisisticamente ed improduttivamente innamorata perdutamente di sé stessa e solo di sé stessa.

E ovviamente ciò farebbe cessare in un solo momento anche l’intero ridicolo ed assurdo del fenomeno della città divisa.

Ecco allora che finalmente – com’è assolutamente giusto che sia – un’immensa risata (quella della Campania e del mondo intero) seppellirebbe il mito di Napoli.

Ma questo sarebbe solo un bene per la città.

Solo così si verificherebbe infatti quell’inversione di tendenza (ma verificatasi finora), dalla quale soltanto possiamo attenderci a Napoli qualcosa di meglio. E con ciò abbiamo davanti a noi esattamente gli effetti positivi e costruttivi di quell’inversione della retorica della quale prima abbiamo intanto constatato l’assoluta plausibilità, e cioè l’inevitabilità logica, etica ed estetica.

Naturalmente comunque con tutto ciò cesserebbe anche l’estremamente sagace silenzio occultante che dal Napoletano viene disteso su questa intera retorica mitica. Anche questo rientra infatti nel repertorio di quelle cose che i Napoletani (e nel caso specifico anche i loro così indegni vicini più prossimi) devono intanto assolutamente sapere, e che però nessun altro deve in alcun modo venire a sapere.

La profonda indegnità della cosa è quindi ben presente alla coscienza del Napoletano.

Ma la protervia che dal profondo lo guida, lo istiga proprio per questo al sagace occultamento dello scheletro nell’armadio – e non solo, ma anche alla sua compiaciuta venerazione di fatto –, e non invece a quella confessione della propria infame colpa che sarebbe poi davvero liberante. Inoltre va anche costatato che tutto ciò va di pari passo con l’effettiva condivisione collettiva del mito retorico e segregante.

E questo ne raddoppia il guardingo e sagace l’esoterismo. Ancor più infatti tutti sanno e nessuno sa. Tutti ammettono e tutti negano. Si tratta insomma di un caso tipico di omertà mafiosa.

Ed ancora una volta siamo così condotti davanti ad un’indegnità della quale ci si compiace invariabilmente (ossia di fatto nel consenso collettivo accordato ad essa), proprio nel mentre intanto si è di essa consapevoli fin negli ultimi dettagli.

In questa sede ci imbattiamo pertanto di nuovo in quel così inquietante fenomeno che è la necessità di «pentirsi di essere napoletani».

Anzi qui la necessità ci sembra ancora meno eccentrica, paradossale ed ingiusta di quanto può apparire a prima vista. Proprio qui infatti è evidente che il Napoletano stesso è il primo ad essere consapevole della colpa di fondo di «essere napoletano».

Proprio per questo infatti egli si trova di fatto invischiato in un gioco sporchissimo – fatto non a caso di affermazioni scientemente false e di negazioni scientemente omertose – del quale però conosce a menadito la bassezza e bruttura.

È del tutto chiaro, allora, che meno che mai è utile qui affidarsi ad una lettura sociologica della realtà napoletana. Troppo lampante è infatti la macroscopicità della dimensione etico-negativa, per potersi affidare ad un metodo così gelidamente scientifico e quindi eticamente imparziale.

Qui invece è strettamente necessario e cruciale un giudizio sui fatti, che intanto vada perfettamente di pari passo all’osservazione obiettiva di essi. Ed è evidente che può offrircelo solo la lettura metafisica – lettura che sempre, nel mentre osserva la superficie (ossia le immediate ed inoppugnabili evidenze), si immerge anche nel profondo per cercarne le vere ragioni. Essa insomma non si limita mai alla sola superficie.

E quindi non rischia mai di divenire vittima da un lato della fredda obiettività e dall’altro degli stessi inganni della retorica.

Ebbene in questo caso, anche volendo e dovendo rinunciare alla sociologia, bisogna comunque ricorrere a quelle visioni descrittive che ad essa si affidano, ma evidentemente non rinunciando intanto anche ad una lettura profonda dei fatti.

Esattamente questo ci sembra che abbia fatto La Capria in uno dei momenti più felici, efficaci e forti del suo Ferito a morte. La sua è qui quella descrizione del Circolo, che equivale poi anche al perfetto coglimento del fenomeno della «città balneare».4

Dunque, sebbene ad essa ho accennato già più volte nei precedenti articoli, mi sembra che valga la pena di soffermarsi ora sui suoi dettagli. In questa sede La Capria descrive il fenomeno dell’invasione domenicale della spiaggia sotto Palazzo Donnanna. Ma questa costituisce poi una rappresentazione davvero perfetta del conflitto sussistente a Napoli tra la bellezza della Natura e l’irrimediabile bruttezza della Cultura. Ma il fatto è che quest’ultima è poi anch’essa in qualche modo Natura, sebbene corrotta; vale a dire quella propria della rigurgitante quanto ripugnante varia umanità che popola il continente napoletano, ovvero i portatori dei tratti originali più letterali dell’identità partenopea.

In ogni caso però non si tratta affatto solo di questo. Perché, in modo simile a come ho fatto io, La Capria vede il Gran Lazzaro di fatto dappertutto, ed affatto invece solo nel tipico sottoproletario. Ed a questa omogeneità negativa di Napoli, che è senz’altro impersonata maggiormente nelle classi elevate e perfino dirigenti, egli dà poi costantemente il nome di Foresta Vergine.

In ogni caso qui prevale decisamente l’immagine (così tipicamente partenopea) della folla vociante e scomposta – quel soverchiante magma umano, che inzeppa ogni vuoto; ed il quale, ossessivamente e prepotentemente, impone la sua ingombrante presenza, sempre, comunque e dovunque. È allora proprio tale massa quella che suggerisce a chi non sente di appartenerle quel fastidioso senso di promiscuità, ovvero ciò che rende la vita in questa città pressoché insopportabile per alcuni.

Ma prima e dopo tutto questo, negli stessi luoghi, e trascendentemente rispetto ad essi, vi è un’altra, e forse ancora maggiore bassezza, ossia quella sorniona, cinica, supponente, sprezzante ed infingarda dei personaggi tipici del Circolo Nautico: ‒ gli avvocato Lo Surdo, i marchese D’Onofrio, i cavalier Gargiulo, i Bebbè Coppola, i Cocò Cutolo, etc. Ecco insomma il nostro «gran signore» (affatto necessariamente aristocratico), una volta colto nelle vesti inequivocabili del Gran Lazzaro.

Ma tra le due bassezze – tra loro (solo apparentemente) distanti anni luce –, ecco apparire Napoli stessa nella sua maggiore pienezza, e soprattutto nella più cruda luce! Appartenerle? Impossibile! Perché ciò comporterebbe l’essere totalmente, irrimediabilmente ed ignominiosamente «…fagocitato dal magma umano come un albero nella lava, distrutto, l’appartenenza a sé stesso perduta, risucchiato dalla prevalente unità psicologica, sopraffatto e partecipe di colpe storiche».La sua identità, infatti, aldilà della schiuma edulcorata dei frequentatori di Circolo (dalla battuta pronta, dal fieto sotto il naso, e dal riso perennemente ghignante), che vi galleggia sopra, è solo e soltanto questa: ‒ «...Adoratori di Facciagialluta e faccia tosta, vili e servili sognano ancora farina e forche, un re lazzarone, i guasti i pasti e i fasti del quarantaquattro, campano ancora per scommessa, nascosti al Padreterno nel gomitolo del vicolo: ultimi detriti dello sfasciume».

Ecco insomma raffigurato quel Gran Lazzaro che su tutto domina e prevale. Ma qui la sua sembianza tradisce esattamente quei tratti di una parte della retorica mitica della segregazione della quale stiamo ora trattando. Il luogo raffigurato è infatti la quintessenza stessa di quella Napoli che è più Napoli, e che quindi si pone come il centro motore stesso più possente possibile atto di segregazione. Eppure, come si può vedere, gli effettivi protagonisti dell’atto sono dei personaggi tanto tronfi quanto patetici al massimo grado. Nulla più che figurine sbiadite e squallide dell’eterna Recita napoletana.

E quindi alla fin fine con il fenomeno della «città divisa» non si tratta di null’altro che questo. Ossia si tratta in effetti di un purissimo e vuotissimo Nulla.

 

Ed in effetti è proprio tale teatralità del tutto inconsistente ciò che fatalmente svuota anche tutti gli elementi del fenomeno non appena essi vengono a galla. Il che significa che, anche quando ci disponiamo ad osservare ed analizzare il fenomeno della città divisa in quella che è la sua effettiva struttura (ossia la sua esistenza fattiva), noi non possiamo ricavarne null’altro che una nebbia sordida e senza alcun senso.

E così riemergerà proprio qui ancor più nella sua inconsistenza il fenomeno –  costatato già con l’imitazione collettiva del gran signore – che è rappresentato dal fatto che il primario sostenitore del mito della segregazione è proprio il lazzaro storico, più ancora che il Napoletano di elevato rango. Ma a ciò poi, da parte del «gran signore» storico (borghese o aristocratico che sia), corrisponde specularmente – e nello stesso tempo davvero drammaticamente – la sola messa in scena di quelli che dovrebbero essere gli atti idealmente propri di un’effettiva élite. Del resto abbiamo appena visto La Capria descrivere proprio questo.

E così quello che in questo caso dovrebbe essere serietà – e per questo anche ragionevole e giustificata pienezza (della condizione e del ruolo) –, si trasforma anch’esso in pagliacciata, e quindi per questo anche fatale vuotezza.

Il che fa poi sì che, proprio in quanto Napoli dispone di uno strato così sostanzioso di gran signori, essa di fatto però non dispone affatto di alcuna vera élite.

Quella che dovrebbe essere tale, naufraga infatti ogni giorno ed ogni ora nel vuoto puramente formale e leziosamente teatrale dell’esclusiva rappresentazione di sé stessa.

Ma il fatto è che è proprio su questo si incentra poi il mito della segregazione. Al suo centro vi è infatti esattamente questo supremamente vuoto Luogo di rappresentazione, ossia la Napoli che è più Napoli. Un luogo che è in realtà non è altro che un totale Nulla. Non a caso i suoi protagonisti – fermamente convinti di essere quanto di meglio esiste al mondo in quanto si sentono «la classe dirigente di Napoli», ossia quella del migliore luogo esistente al mondo – nei fatti, posti a confronto appunto con il mondo, non sono in verità altro che nullità. La loro nullità però non va considerata oggettiva. Essa sussiste infatti solo e soltanto a causa della loro espressa volontà, ossia della loro così spropositata ambizione.

Insomma è proprio nel confronto irrealistico, per mezzo del quale essi pretendono di poter misurare (e obiettivare) la propria grandezza, che la loro grandezza (del tutto ovviamente) si dissolve alla fine come neve al sole.

E non c’è bisogno di dire quanto tragiche siano le ricadute pratiche di tutto questo. Ecco allora che il fenomeno della città divisa, già di per sé assolutamente deteriore, diviene davvero tragico in quanto si traduce nella causa effettiva di un devastante autolesionismo. Infatti, quanto più rigorosamente la città viene mantenuta divisa – in forza dell’applicazione cieca, acritica e terribilmente orgogliosa del mito della segregazione – tanto più essa cessa di fatto di costituire per davvero una città.

Una città sussiste non a caso solo quando essa configura per davvero un corpo, ossia un insieme integrato di tessuti, luoghi e centri. Ma Napoli non lo è proprio in quanto non lo vorrebbe essere nemmeno per tutto l’oro del mondo.

Il concetto di città che essa cerca di attuare è infatti esattamente quello imposto soltanto dal mito della segregazione. Esso configura cioè un’entità strenuamente centrale – e per questo mantenuta dal mito stesso entro limiti spaziali-geografici quanto più ristretti possibili–, che dovrebbe appunto concentrare in sé tutto ciò che effettivamente può e deve essere considerato davvero come città. Quindi per definizione essa stessa traccia i limiti nettissimi, oltre i quali invece di città non si potrebbe né si dovrebbe parlare.

Ciò delimita insomma chiaramente la realtà costituita dalla Napoli che è più Napoli, ossia quella entro la quale abbiamo or ora visto svolgersi la pantomima delle pantomime, e cioè quella di un’élite che non sa né vuole essere una verta élite.

L’ovvia conseguenza pratica di ciò è quel corpo civico-sociale intrinsecamente separato da una miriade di incolmabili fratture, e che quindi, come tale, non potrà mai in alcun modo svolgere una vera funzione. Il che poi ci mostra che quelle funzioni che nei fatti Napoli effettivamente ogni giorno svolge, in effetti sono da dentro e dal profondo minate da una tremenda tendenziale inconsistenza; e quindi rischiano costantemente di essere del tutto inautentiche proprio nel senso di un’improduttività finale di fatto. Ed eccoci di fronte all’inefficienza così tipica di Napoli come luogo civico, amministrativo, politico e produttivo. Ed eccoci anche all’estrema facilità con la quale a Napoli, sotto l’urto di eventi straordinario, la normalità ordinata della vita civile può dissolversi e svanire in un solo attimo.

 

Ma alla fine questa serie di così drammatiche conseguenze pratiche si lascia in definitiva anch’essa raffigurare per mezzo di immagini rese inevitabili dalla vigenza assoluta del mito di segregazione.

Ci troveremo così di fronte ad una vera e propria radiale gradazione in dignità dei luoghi.

Essa si diparte a raggiera da un centro il quale espressamente aspira ad essere un centro assoluto, ossia di fatto un’entità non spaziale in quanto ristretta fino allo spasimo (quasi come accade nel collasso delle stelle). Essa ambisce infatti ad essere solo e soltanto un centro irradiante, ossia di fatto un non-spazio centrale, un centro dei centi.

E così solo al di là dei suoi confini avremo il configurarsi di effettivi spazi. I quali – proprio come nella teoria Vedantica della Realtà (totalmente concentrata nel solo centro sovra-essenziale)5 – sono da considerare ontici esattamente nella misura in cui ciò comporta un decremento di degnità. Si tratta dell’indegnità sostanziale dei “luoghi” al cospetto di quel “non-luogo” che è solo e soltanto assolutamente centrale.

In tal modo, allora, già all’interno della cerchia urbana noi assisteremo al configurarsi di fasce radiali di progressiva indegnità, che coprono poi poco a poco tutta la superficie urbana fino ai suoi estremi confini.

Ma è evidente che, una volta superati anche questi ultimissimi limiti, la prospettiva della crescente indegnità di moltiplicherà poi esponenzialmente in maniera iperbolica e quindi di fatto incalcolabile. E dunque accadrà che, anche all’interno delle mura ideali della città andrà constatata la presenza effettiva del cafone – e di questo dovrà dolersi molto il lazzaro storico che cerca di inscenare la pantomima del «gran signore», nel mentre si fa intanto il maggiore tra i sostenitori del mito della segregazione.

Laddove però è chiaro che quest’ultimo è un cafone solo relativo, mentre in effetti il cafone quintessenziale ed assoluto esiste solo oltre i confini effettivi della città.

Ma comunque accadrà anche che, a partire da questi ultimi – e sempre sulla falsariga dell’irradiazione da un centro (in questo caso l’effettiva Napoli civico-geografica) –, si configureranno progressive fasce radiali di indegnità crescenti.

Ciò avviene cioè ormai nello spazio che circonda la città fino agli estremi confini della regione. Ed ecco allora queste progressive fasce di indegnità crescente procedono dalla pianura alla collina ed infine montagna (nella quale si ritiene risiedano i “cafoni più cafoni possibili”).

Ma oltre questi ultimi poi – quale logica conseguenza di quanto abbiamo visto all’inizio – ogni crescita della prospettiva di indegnità cesserà e si arresterà. La retorica del mito vale infatti solo fino a questo punto e non oltre.

Il che significa che di fatto il Napoletano, dopo aver compiuto e portato a termine l’atto di auto-identificazione segregante che più gli sta a cuore, poi del resto si disinteressa completamente.

Del resto del mondo (e del suo possibile valore o disvalore) a lui non interessa un bel nulla.

E ciò è assolutamente vero, con l’unica eccezione di quando la sua retorica ambisce ad esportare “in tutto il mondo” l’immagine di Napoli come “cartolina”.

Ma in ciò egli tende a fare sfoggio di tutta la mitezza bonaria propria dell’amabilità, con la quale ama venire conosciuto appunto “nel mondo”.

Da tutto ciò risulta comunque evidente che gli effetti già in sé totalmente paradossali del mito, così come si presenta nel suo vissuto più prossimo al centro, si estendono e perfino si moltiplicano (in assurdità e paradossalità) man mano che ci si allontana da Napoli.

L’abitante della pianura ritiene infatti cafone l’abitante della collina, ed ancor più quello della montagna. E l’abitante della collina, poi, fa esattamente lo stesso con quello della montagna.

Così questi ultimi due ripagheranno gli atti e sentimenti degli abitanti della pianura e della città (tra i quali per essi non vi è alcuna differenza, in quanto sono sempre “napoletani”) con un’invidia mista inevitabilmente ad un odio implacabile e inestinguibile.

E quest’ultimo ha fatto poi di fatto sentire il suo effetto prima nelle terribili guerre sannitiche sostenute dai romani, e poi anche nel fenomeno del brigantaggio pre- e post-unitario. Insomma qui siamo di fronte all’assurdo e ridicolo più totale che si fa perfino storia.

 

Sta di fatto che però è proprio su questo così assurdo e ridicolo sistema di valori che di fatto viene ri-eretta ogni santo giorno la vita civile napoletana. Non a caso le vuote cerimonie rituali, che in essa si svolgono assolutamente imperterrite, trovano giustificazione proprio solo su questo terreno. Parlo ad esempio della pratica ossessiva di quell’atto di «essere riconosciuti», che poi vedremo essere il centro stesso del fenomeno delle conventicole; ossia un altro tipico fenomeno negativo della vita civile napoletana.

Orbene, la quintessenza di tutto questo resta però comunque quella che è da considerare la liturgia quotidiana stessa del mito di segregazione. Liturgia che viene celebrata dovunque a Napoli, ma soprattutto il quel Luogo rarefatto che ne costituisce non soltanto il Tempio, ma forse addirittura il Sancta Sanctorum stesso.

Nulla da meravigliarsi allora che tale liturgia presupponga strettamente una religione assolutamente perversa, e cioè quella del più totale ed inoltre consapevole cinismo. Non a caso a Napoli la fellonia non è vizio, ma è invece virtù – da quasi tutti onorata e venerata immancabilmente, per quanto solo di nascosto (in pectore) ed al di fuori di qualunque possibile ammissione (omertà).

Ebbene questo cinismo impone, quale universalissima e indiscutibile regola di comportamento, due cose fondamentali.

La prima consiste nel dare pieno valore a pratiche, idee e contenuti quanto più destituiti di moralità ed impuri possibili.

E la seconda consiste poi nel fingere in tutti i modi possibili che tutto ciò abbia un oggettivo ed indiscutibile valore; ovvero un valore tale da dovere e potere suscitare la generale invidia ed ammirazione.

In questo consistono indubbiamente quelle integrali dis-virtù che poi La Capria ha voluto vedere incarnate nell’alta borghesia napoletana. Ma è anche vero che al fondo di quest’ultima c’è il ben più fondamentale fenomeno rappresentato da un’intera città che, nel mettere ossessivamente in scena la pantomima del mito segregante (con tutta la relativa liturgia cerimoniale), di fatto ricostituisce ogni giorno sé stessa come uno spazio geografico che è poi sostanzialmente uno spazio etico-retorico. E cioè è, come abbiamo visto, appena un Nulla.

Esso di davvero civico non ha insomma assolutamente Nulla. Ecco allora che, più che davanti ad una vera classe sociale (ossia qualcosa di primariamente storico-sociologico), noi siamo qui piuttosto davanti di uno status solo retoricamente geografico. Ed i cui contorni coincidono quindi esattamente con le conseguenze dell’atto dell’intronizzarsi privilegiato esclusivo di un’intera razza (ma ancor più del suo vertice sociale) entro lo spazio intanto configuratosi per mezzo del previo atto segregante.

Ciò significa allora che le negative ricadute pratiche di tutto ciò, che abbiamo prima costatato, non possono né debbono venir colte sul piano esclusivamente sociologico, e quindi inevitabilmente anche storicistico (nel solo senso moderno del termine).

Non a caso il fenomeno della “città divisa” comporta l’effetto ben più paradossale (e quindi sociologicamente inspiegabile) del venire a mancare di un’effettiva fisiologia corporeo-civile.

Si tratta insomma del venire a mancare perfino di quella appunto fisiologica (per quanto da un certo punto di vista anche relativamente moralmente deteriore) suddivisione del corpo, che è costituita dal sussistere di davvero effettive classi sociali.

Non vi è dubbio che a Napoli le classi sociali esistano (e sarebbe assurdo negarlo), ma nello stesso tempo non vi è dubbio nemmeno circa il fatto che anch’esse vengono riassorbite completamente in quell’immaginario mitico collettivo, che (del tutto schizofrenicamente) – nel mentre raffigura una città unitaria che però nei fatti non esiste affatto (quella segregata da tutto) –, fa intanto sì che esista invece (sempre nei fatti) solo e soltanto una città divisa (già al suo interno, ma ancor più in relazione all’esterno).

Ciò comporta allora inevitabilmente la totale immoralità (oltre che inconsistenza ontica) delle immagini e dei fenomeni di quella segregazione che – nel suo così vano tentare di salvaguardare una purezza in effetti totalmente inesistente (in verità appena un’impurità assoluta) –, non fa invece altro che suddividere ogni cosa in maniera assolutamente assurda.

Cosa che avviene tra una zona indegna ed una zona indegna e tra un’area di “cittadini” ed un’area di “non-cittadini”.

È evidente, insomma, che viene a mancare in tal modo completamente qualunque vero criterio morale e spirituale dell’organizzazione civica e territoriale.

Ma ciò può davvero essere spiegato solo in forza del riconoscimento della forza motrice dell’intera serie di fenomeni; ossia quella che genera un criterio di divisione che è puramente fantastico, delirante e rituale; ed il cui vero fondamento è in effetti costituito proprio dall’immoralità e l’impurità eretti a valori.

Dunque a me pare che la sociologia abbia pochissimo da dire e spiegare in relazione a tutto questo. E pertanto mi sembra che, se proprio vogliamo attingere al patrimonio di riflessione che è nostro proprio (ossia autenticamente partenopeo, ma nel senso davvero più intellettualmente nobile del termine), dobbiamo risalire molto indietro nel tempo, e ricorrere ad un’immagine poetico-filosofica propostaci da Giordano Bruno negli Eroici furori.6

Qui infatti si descrivono i nove giovani uomini che lasciano la così felice Campania per cercare l’oggetto del loro amore. E quest’ultimo null’altro è se non la bellezza e purezza della conoscenza. Cosa che evidentemente nella nostra terra rappresenta un bene cronicamente raro.

Tale immagine ci mostra insomma con incredibile efficacia (e senza alcuna sociologia) il perché Napoli si orni così insensatamente di un’élite meramente geografica; la quale poi fa solo finta di fare cose utili e nobili, ma in realtà non fa altro che sistemarsi comodamente in un contesto di farsesca elezione.

E quest’ultimo, poi, in quanto del tutto abusivo, è anche fatalmente immorale, mafioso, auto-referenziale e soprattutto assolutamente improduttivo.

 

Ebbene, a questo punto rinuncerò per brevità alla descrizione topografica delle immagini fattive determinate dal mito di segregazione. È quanto nel testo originario (che dedicai a questo tema e che ho menzionato nell’articolo dal titolo Napoli come problema metafisico) descrissi come fenomeno della città inclusa e città esclusa.

Ma si tratta appena di quanto sta intanto sotto gli occhi di tutti noi, e cioè di quella topografia puramente immaginaria del progressivo disvalore (crescente nell’allontanarsi dal centro dei centri) che viene a sovrapporsi in primo luogo ai vari quartieri della città. È esattamente così che il cafone viene di fatto a delinearsi di fatto anche all’intero della stessa Napoli.

È infatti palesemente manifesto a tutti noi che, entro l’immaginario proprio del mito della segregazione, Chiaia-Posillipo e dintorni superano infinitamente in valore perfino il pur così spocchioso Vomero. Si tratta insomma di assolute stupidaggini, delle quali non vale nemmeno la pena occuparsi. Non prima però di aver intanto debitamente denunciato intanto il fenomeno. Vorrei a tale proposito solo citare un fenomeno realissimo che rappresenta davvero l’assurdo degli assurdi.

Si tratta di un fenomeno del quale sono venuto fortuitamente a sapere, e che si è presentato ultimamente nel contesto dei social frequentati dagli adolescenti vomeresi.

Ebbene in tale contesto di discussione si è venuto a creare una sorta di vero e proprio bullismo razzista, che vedeva il confronto violento (verbale e fisico) tra gli abitanti del Vomero basso (il cui valore assoluto veniva intanto dichiarato dai suoi abitanti in maniera davvero fanatica) ed il Vomero alto, cioè quello della zona collinare adiacente ai Colli Aminei ed ai Camaldoli.

Ebbene, se un tale assurdo è potuto davvero avvenire, ciò significa innanzitutto che la malattia collettiva esiste realmente. Ma poi significa anche che la malattia tipicamente adolescenziale deve aver trovato radici ed alimento in una malattia ben più fondamentale e ben meno attuale.

Si tratta infatti di una malattia da noi adulti napoletani trasmessa ai nostri figli, e che da noi è stata contratta dai nostri genitori; e via via in un regressum ad infinitum fino alle radici profonde dell’identità partenopea.

Non parlerò qui nemmeno del triste destino al quale ultimamente è andata incontro la “città esclusa”, ossia quella da sempre così rigorosamente segregata dall’altra.

Ma – devo dire intanto – tale processo non si è forse compiuto proprio alla presenza di due fenomeni concorrenti:

1) la brama della città esclusa di ricongiungersi al luogo che il mito escludente ha da sempre presentato come la quintessenza stessa della dignità civile; e ciò nel tentativo spasmodico di superare e riscattare in tal modo un’indegnità pienamente impersonata, e l’unico antidoto alla quale può essere pertanto solo il ricongiungimento ad essa in un disperato amplesso;

2) la torva, cinica e malvagia indifferenza della città inclusa al cospetto del verificarsi di questo processo; e ciò nella certezza insensata ed altera che il compiersi di esso (che avrebbe intanto trasformato il didietro stesso del corpo di Napoli in un immondo letamaio unico al mondo) non avrebbe mai potuto mutare nulla nella bellezza intangibile della città affacciata sul mare, e cioè la “città-cartolina”.

Anche delle immagini collegate a questo ho parlato nello scritto originale. Ma del resto lo hanno fatto molto meglio di me scrittori come Silvio Perrella6 e Antonella Cilento.

Quest’ultima infatti, proprio descrivendo questa parte ormai solo atroce di Napoli – ossia quanto prima (non senza una certa ironia) veniva definito come hinterland napoletano, ma ora è invece Napoli stessa appunto nella sua parte posteriore (hinter) –, ha messo in evidenza l’immagine delle facciate scorticate.7

È questo, esattamente questo. È un luogo esso stesso ancora perdutamente antico, ma che intanto presenta in maniera mostruosamente androginica gli attributi dell’antico, insieme a quelli del moderno; e peraltro del moderno peggiore possibile.

Le facciate scorticate sono infatti null’altro che quel moderno che in qualunque parte di Napoli (anteriore o posteriori) viene sistematicamente ridotto di nuovo all’antico; ed all’antico più spregevole e orrido possibile.

E quindi, come fare per non dover chiamare qui in causa nuovamente quell’«armonia perduta» che fu descritta da antichi cronisti nella sua persistenza nonostante il convivere con un orrido che già intanto sussisteva pienamente?

Ebbene, perfino questo così miracoloso equilibrio – il quale fino a non più di almeno quattro decenni orsono era comunque ancora esistente – noi l’abbiamo voluto annientare per sempre. E responsabile di ciò è stato anche il mito della segregazione.

Ed allora ecco come si presentava allora nel contesto di questo equilibrio, la relazione esistente tra Napoli (città inclusa) e la non-Napoli (la città esclusa).

Goethe ce lo mostrò addirittura come una delle più perfette forme di equilibrio possibile, esistente tra una città ed l’agro destinato a circondarla (nel nostro caso la remotissima Campania felix romana): − «Endlich erreichten wir die Plaine von Capua […] Nachmittag tat sich ein schönes, flaches Feld vor uns auf. Die Chaussee geht breit zwischen grünen Weizenfeldern durch, der Weizen ist wie ein Teppich und wohl spannenhoch. Pappeln sind reihenweis auf den Feldern gepflanzt, hoch ausgezweigt und Wein hinangezogen. So geht bis Neapel hinein. Ein klarer, herrlich lockerer Boden und gut bearbeitet. Die Weinstöcke von ungewöhnlicher Stärke und Höhe, die Ranken wie Netze von Pappel zu Pappel schwebend».8

E quindi, dopo che il misfatto è stato ormai irrimediabilmente consumato, eccole infine le due città l’una di fronte all’altra.

L’una acerbamente salina, ma intanto seducentemente acquea, cristallina, trasparente e colorata; e l’altra invece solo terrosa – e così da sempre considerata sporca e indegna (in quanto rozzamente contadinesca) –, ma intanto prima davvero luminosa ed ora invece solo desolatamente arida e acromatica.

E proprio così, luminosa e bella, io ricordo questa città terrosa, dato che ci ho passato i primi diciannove anni della mia vita. Tuttavia le cose da tempo non stanno più così. E pertanto ora la prima città è di fatto (almeno tendenzialmente) aperta sul mondo, grazie al mare; mentre la seconda resta invece ormai sequestrata tra le terga di cemento-asfalto della città e la campagna ormai soltanto mostruosa, venefica ed infruttifera.

Campagna ormai inaridita, inselvatichita, invelenita, sterile, quasi solo un lembo di deserto, esito distruttivo dell’avanzare a ritroso della città ed in avanti della campagna.  Un luogo in cui l’alternanza di luce ed ombra della città si è trasformato oramai in un mostruoso Nulla che avanza ancora, ingoiando così ogni fertilità ed ogni residua bellezza; trasformando così la buona terra umida e grassa di una volta in un polveroso suolo lunare.

Questo si può dire degli ulteriori frutti, tra l’altro, del mito della segregazione.

 

E con questo ritengo di aver detto sulla città divisa tutto quello che credo su di essa ci sia da dire.

Ciò che pertanto va ancora fatto è solo il delineare le più estreme e sintetiche conclusioni che sono da trarre da tutto questo così inutile quanto però ancora oggi terribilmente condizionante ciarpame. Esse possono essere riassumere nei seguenti due giudizi rispetto al fenomeno della città divisa:

1) essa è da considerare un totale ridicolo, ma intanto terribilmente pernicioso;

2) essa è da considerare un inutile quanto controproducente belletto.

Ebbene tutto ciò comporta la totale assenza a Napoli di un civismo che si muova secondo il paradigma di un vero agire solidale.

E non mi si venga a dire che però ci sono così tante iniziative, le quali, muovendosi proprio su un piano sociologico, si sforzano comunque di superare questo problema. In ciò opera infatti la presunzione che il fenomeno partenopeo della «città divisa» sia esattamente sovrapponibile a quello che si pone di fatto in tutte le città del mondo.

Ebbene, a fronte di ciò non basta nemmeno far costatare che invece si tratta di ben più che questo, e cioè si tratta di un franco ed atroce razzismo, ossia qualcosa di gravissimo.

Tuttavia questa costatazione allarga di certo la portata del fenomeno, ma non lo differenzia ancora da quanto accade anche altrove.

Bisogna allora invece semmai ancora constatare che a Napoli il fenomeno si presenta come il più folle e ridicolo assurdo possibile, in quanto è basato su quell’insensata quanto collettivamente condivisa recita, che poi a sua volta configura di fatto l’unico civismo partenopeo effettivamente disponibile sul piano dell’attualità storica, sociologica e politica.

E da tale colpa non è immune nessuno di noi, nemmeno i più volenterosi e ben intenzionati.

Tutti noi infatti (più o meno) celebriamo nascostamente ogni giorno almeno una parte di questa così assurda liturgia; e peraltro ne godiamo di fatto anche i frutti.

E ciò è infallibilmente dimostrato da ciò che abbiamo costatato a margine del fenomeno dell’avvokëto e del gran signore. Effettivamente infatti il culmine stesso della dignità professionale viene da tutti noi riconosciuto nel fatto di esercitare esattamente nella zona più (miticamente) prestigiosa della città.

Inoltre c’è anche da far notare che quel fenomeno architettonico-professionale-economicistico, che ha portato all’erezione del cosiddetto Centro Direzionale (la city quale presuntivo cuore pulsante di una città autentica e quindi effettivamente funzionante e produttiva) proprio in quella che è però la peggiore area della città in conformità al mito segregante (non a caso prossimissima ai confini geografici effettivi di Napoli), non ha rappresentato nei fatti altro che l’ennesimo fenomeno di facciata.

La realtà così generata è stata infatti immediatamente riassorbita nel corpo del mito segregante stesso. Infatti nel Centro Direzionale si sono in men che non si dica installati da padroni esattamente gli stessi che occupavano (ed intanto simultaneamente ancora occupano) i centri di potere prima collocati entro lo spazio della Napoli che è più Napoli, oppure in immediata prossimità ad essa. E si può star certi che esattamente questo sarebbe ciò che accadrebbe in qualunque iniziativa di «decentramento», dedicata proprio (sebbene senza dirlo) al superamento del problema della «città divisa».

 

Ma insomma, in davvero estrema conclusione, cosa possiamo e dobbiamo dire di tutto ciò?

Che solo nella terra dalla quale incessantemente esalano i fantasmi dell’assurdo, tutto questo inconcepibile ciarpame trova la fertilità necessaria per nascere, crescere e prosperare? O che forse a Napoli, così come in forse nessun altro posto del mondo, la vida es sueño, come disse Calderón De la Barca? Possono cioè davvero bastare a consolarci queste tutto sommato solo banali suggestioni metafisiche?

Io credo proprio di no. Io credo piuttosto che proprio l’evidenza piuttosto suggestiva, a Napoli, di questa metafisica riduttiva e degenere, impone di combattere strenuamente contro di essa, e peraltro proprio impugnando le armi della più pura, vera ed alta metafisica. Una metafisica solo seria, questa.

In quanto essa va costantemente di pari passo con la più rigorosa ed esigente etica.

Una metafisica che proprio per questo non smette di frugare coraggiosamente sotto le apparenze, finché tutto il marcio non è venuto fuori.

Essa non è di certo sociologia, ma non è nemmeno solo vuota e leziosa elaborazione poetica della sociologia; ossia una sorta di francamente ridicola e del tutto irresponsabile finta metafisica e finta contemplazione a sfondo sociologico – o anche morbosa psicologia estenuatamente letteraria, o infine addirittura letteratura calcolatamente “creativa” (ossia prodotto di venditori), che sfrutta proprio il mito di Napoli per accreditarsi e prosperare.

No! Qui parliamo sì in termini davvero autenticamente metafisici. E quindi senz’altro noi contempliamo, invece di limitarci solo ad osservare neutralmente i fatti nudi e crudi.

E quindi facciamo senz’altro anche poesia. Intanto, però, noi guardiamo la bruttura ed all’orrore senza mai nemmeno per un attimo cessare di avere davanti agli occhi (come irriducibile modello) la più incorrotta ed incorruttibile bellezza.

E proprio a causa di tutto questo noi facciamo maledettamente sul serio. Non scherziamo cioè in alcun modo. Non godiamo cioè in alcun modo. In alcun modo noi estetizziamo alcunché. Meno che mai osiamo estetizzare quegli orrori – oggi ahimè parte integrante dell’ambiguo immaginario di una Napoli sedicentemente internazionale (per intenderci quella che fa bella mostra di sé nella presunta “creatività” dei produttori di serie come quella dal titolo Gomorra) – che invece dovrebbero trovare solo raccapriccio, unilaterale condanna ed infine oblio.

Ebbene se c’è un senso nella così impositiva necessità negativa di Napoli (che questa metafisica pone allo scoperto), esso sta proprio in questo.

È per tale motivo, allora, che, volente o nolente – ossia legittimamente o illegittimamente, ed infine morbosamente o meno (come sono certo che qualcuno sarà portato a pensare) –, io ho di fatto dedicato a questa lotta una parte non piccola della mia vita ed opera.

 

 

 

Note

1 David Ridgway, L’alba della Magna Grecia, Longanesi, Milano 1984, I, 2-3 p. 22-56.

2 Louis Dumont, Homo hierarchicus, Adelphi, Milano 2000, I-XI p. 99-398.

3  Arnold Toynbee, Il mondo ellenico, Einaudi, Torino 1967,I-IV p. 13-66.

4  Raffaele La Capria, Ferito a morte, Bompiani, Milano 1961, VI p.  115-134.

5 Ananda K. Coomaraswamy, «Kha» e altre parole che denotano lo«zero» assoluto, in: Ananda K. Coomaraswamy, La tenebra divina, Adelphi, Milano 2017, 13 p. 209-229, 16 p. 255-265.

6  Giordano Bruno, Gli eroici furori, Rizzoli, Milano 2006, II, Dial. IV p. 365.

7 Silvio Perrella, Giù Napoli, Neri Pozza, Vicenza 2006, p. 137.

8 Antonella Cilento, Napoli. Sul mare luccica, Laterza, Roma Bari 2006, 4 p. 90.

9  «Finalmente raggiungemmo la piana di Capua […] Di pomeriggio si aprì di colpo davanti a noi un campo bello e piano. Lo stradone procede dritto tra verdi campi di grano, dove esso è come un tappeto alto ben una spanna. Pioppi sono piantati in file in mezzo ai campi, molto ramificati e con appese le viti. Così va avanti sin dentro Napoli. Un suolo di un bel colore chiaro, meravigliosamente morbido e ben lavorato. Le viti sono di straordinaria possanza ed altezza, con i tralci sospesi tra un pioppo e l’altro».[Wolfgang Goethe, Italienische Reise, Beck, München 2007, p. 183-184].

 

 

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