Le tradizioni del Natale a Manduria raccontate da scrittori del passato

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In occasione del Natale vorrei dedicare un breve contributo alle tradizioni natalizie della mia cittadina, ubicata nell’alto Salento (antica Terra d’Otranto), così come sono state riportate da alcuni scrittori locali.

Per ragioni cronologiche partirò da Giuseppe Gigli, vissuto a cavallo tra il XIX secolo e quello appena trascorso, che ho già menzionato in un recente studio dedicato al fenomeno del tarantismo nel Salento.1

L’autore, nella sua nota opera “Superstizioni, pregiudizi, credenze e fiabe popolari in Terra d'Otranto”, edita a Firenze nel 1893, al capitolo intitolato “Superstizioni minori”, dopo aver premesso che

«Il Natale ha pure le sue superstizioni, intorno alle quali si intrecciano mille e mille graziosissimi racconti sulla nascita del bambino Gesù.», così descrive le usanze della gente di Manduria, delle quali egli era ancora testimone:

«Il Natale è la festa che più commuove e consola il popolo: esso pensa che in quel giorno non deve rimaner digiuno nessuno. In quasi tutte le case, in quella notte, si lascia acceso il fuoco, per potersi scaldare Gesù, se mai venisse in cerca di asilo.

Il concetto religioso spesso nel popolo si eleva stupendamente sino alle più gentili vette della poesia: questa del Natale è una delle più meravigliose poesie popolari. E non solamente il fuoco è tenuto vivo durante tutta la lunga notte, ma molti e molti preparano i vestitini più caldi e le pietanze più saporose pel Bambino. I presepi di cartone e di conchiglie sono lì ad attestare un altro lato di questa bella fede popolare.

E non dimenticano di ornare tali presepi di molte squisite frutta, perchè riescano più gradite al divino infante.

 

E non oblìano di lasciare ogni notte un lume acceso, perchè il futuro Salvatore possa, alla mite luce d'una lampadina ad olio, veder sempre dinanzi a sé rischiarata la stanza.

E’ comun pregiudizio poi che nella notte di Natale, tutte le bestie parlino. Difficilmente troverete in tal tempo un carrettiere che voglia imprendere un viaggio.  Molti, i più credenzoni, in quella notte non dormono nelle stalle, con lo scopo principale di non turbare, con inutile presenza, i dolci colloqui dei cavalli, degli asini e dei muli».2

Molte di queste tradizioni descritte dal Gigli sono comuni non solo alle zone vicine, ma anche ad altre più distanti.

Esse, infatti, presentano un’accentuata analogia con gli usi di alcune località abruzzesi, dei quali ci dà notizia Giovanni Titta Rosa, scrittore bravo a comporre meravigliosi “quadretti” di vita popolare.

Racconta l’autore:

«La vigilia il paese era già in festa, una festa che non somigliava per nulla alle altre, senza spari di mortaretti, luminarie, processioni. Ma le case fumavano da ogni camino, si preparava il cenone […] Era pronto il ciocco, una radica terrosa e massiccia di ciliegio o di quercia. Sarebbe stato collocato sugli alari al principio della cena ed avrebbe arso per tutta la notte, lentamente, accumulando brace e cenere.

In ogni stanza della casa doveva restare fino all’alba accesa una lucerna, perché la notte di Natale i morti della casa tornano tutti, e girano per le stanze. Tenerle al buio, voleva dire essersi dimenticati dei propri morti, ed era un malaugurio.

Poco prima di cena […] si andava al presepio di casa. Nonni, ragazzi, serve e garzoni, s’inginocchiavano davanti al Bambino nudo sulla paglia lucente; la nonna cominciava a recitar litanie, poi tutti intonavano la  “Pastorella” […].

La cucina era illuminata in ogni angolo, una fila di lucerne pendeva dalla cappa del camino e quando si rientrava, si vedeva splendere sulla tavola il candelabro d’ottone, come un albero d’oro. Subito cominciava la cena…».3

Come si può ben notare sono molte le affinità: dal fuoco che vien fatto ardere nel camino durante la notte, alle lucerne ad olio lasciate accese per rischiarare le stanze, e poi il presepe domestico, la cena con le varie pietanze (nove secondo la tradizione mandurina), e via dicendo.

Tra queste costumanze, il fuoco tenuto acceso durante la notte rimanda alla tradizione del ceppo o ciocco natalizio, grosso pezzo di legna acceso nel camino, la sera della vigilia di Natale, dalla famiglia riunita come segno augurale di  abbondanza. Tant’è vero che, in alcune zone della Toscana, al momento dell’accensione veniva recitata la preghiera «…la grazia di Dio entri in questa casa; le donne facciano figliuoli, le capre capretti; le pecore agnelletti, abbondi il grano e la farina, e si riempia la conca di vino».4

Sul ceppo veniva posta della legna minuta che bruciava più facilmente, consentendo al primo di ardere lentamente durante tutta la notte e, in alcune regioni del nord, addirittura fino all’Epifania.

L’usanza, certamente collegata ai riti pagani del solstizio d’inverno, è stata letta anche in chiave cristiana, come immagine del Bambino Gesù venuto al mondo per salvare l'umanità, simboleggiato dalla luce solare che giunta al suo minimo annuale alla metà di dicembre, timidamente riprende il proprio cammino di crescita verso l’estate. Il fuoco acceso in casa, ma anche ai crocicchi delle strade (fanoi), doveva, appunto, aiutare l’astro solare a ritrovare la propria strada.

L’illuminazione della casa durante tutta la Notte Santa presenta, invece, motivazioni diverse: nella tradizione locale aveva lo scopo di preparare l’arrivo del Salvatore con le lucerne messe a rischiarare le stanze, mentre, in quella abruzzese,  serviva ad accogliere i defunti che facevano ritorno nel luogo in cui erano vissuti.

La credenza degli animali parlanti, la cui presenza a Manduria è attestata dal Gigli, era comune a molte altre regioni, in Italia e fuori.

Presso il nostro popolo assumeva, a quanto pare, particolare intensità al punto da sconsigliare la permanenza nelle stalle o il viaggio con mezzi a trazione animale.

 

Da Natale, con un rapido balzo in avanti, passiamo al 28 Dicembre, giorno dedicato alla memoria dei SS. Innocenti, ossia di quei bambini di Betlemme, di età inferiore a due anni, che furono uccisi per ordine di Re Erode.

Questa festa viene così descritta dal Gigli:

«I1 28 dicembre d'ogni anno ricorre nella maggior parte dei comuni di Terra d'Otranto una festa popolare, nominata festa degli Innocenti. In tal giorno usasi dal popolo formulare mille scherzi, consistenti specialmente nel far delle burle a danno dei più credenzoni. Si creano affari, che non esistono, per mandare una persona da un luogo a un altro, e farla rimaner con un palmo di naso; si inventano malattie per far correre i parenti al capezzale di malati, che godono invece la miglior salute del mondo, e cosi di seguito. Questa festa popolare ha qualche riscontro nel moderno 1° aprile.

Senza dubbio poi è una continuazione del culto che i Romani avevano per le feste di Saturno, Saturnalia, che ricorrevano ai 17 di dicembre, e che erano le feste più celebri di quel gran popolo, che, senza distinzioni di classi, si abbandonava alla gioia, ai festini e fin anco all'orgia».

L’esistenza della festa a Manduria è stata confermata anche da  un altro autore, Michele Greco, in un suo conosciutissimo articolo dal titolo Pettuli, purcidduzzi e cartiddati…, pubblicato, con lo pseudonimo di G.Remi,  nel periodico quindicinale La torretta del 31 Dicembre 1925.

Lo studioso mandurino riferisce:

«Il dì dei Santi Innocenti (li Nucienti) è il primo Aprile del nostro popolo, per le burle che si appioppano ai malcapitati. Sono piccole commissioni che si fanno fare ordinariamente ai bambini, sono biglietti recapitati, appuntamenti non mantenuti e sono tutti preoccupati di non incapparci (cu no ccappamu)».5

La ricorrenza presente già in varie parti d’Europa, è tutt’ora festeggiata in Spagna, nei paesi dell’America latina (Argentina, Messico, Colombia, Perù, Ecuador, Cile, Panama, Bolivia, Guatemala e Uruguay ) e nelle Filippine, dove, con il nome di Día de los Santos Inocentes, sostituisce il nostro Pesce d’Aprile.

In questi paesi la tradizione è arricchita dal fatto che, il 28 Dicembre, è anche sconsigliato prestare soldi od oggetti, perché si ritiene che chi li riceve sia autorizzato a non restituirli.

Anticamente, così come spiega anche Giuseppe Gigli, la festa era denominata la festa dei pazzi o festa dell’episcopello. Il giorno della festa di S. Nicola (6 Dicembre), i seminaristi eleggevano scherzosamente (ioci causa) un loro piccolo vescovo (episcopus innocentium), la cui durata in carica sarebbe terminata il giorno dei Santi Innocenti. 

Il vescovo fanciullo presiedeva a finte funzioni religiose, paludato nei sacri paramenti, quasi che fosse il vescovo vero. Alle cerimonie partecipavano gli altri seminaristi che si abbandonavano a danze, canti, scherzi e altre manifestazioni di gioia e di allegria.

Era una sorta di carnevale delle chiesa, che dapprima tollerato, fu, a seguito degli eccessi, proibito dalle autorità ecclesiastiche.

Proprio a Manduria il soggetto dei SS.Innocenti figurava in «un quadro in tela che rappresenta la strage degl'Innocenti e la fuga in Egitto della S. Famiglia»  che a detta dello storico locale Leonardo Tarentini6 si trovava sull’altare maggiore della chiesa della Santissima Croce (sita in Via S.Antonio angolo Viale Scegnu), ed è presente, ancora, nella bella tela di Diego Bianchi (Manduria 1683-1767) esistente nella Collegiata (Chiesa Matrice).

Sono i segni evidenti di una devozione popolare, oggi scomparsa, verso questi santi martiri morti in età infantile.

Ancora Michele Greco, nell’articolo già citato, parla della festa di chiusura del periodo natalizio: l’Epifania.

«La Befana (Pasca Bufania) con i suoi doni non è tradizionale del nostro popolo e nei fanciulli del popolo, se non per il Bambino che appare già vestito in quel giorno di una dorata e lucente festicciola (lu Bamminu è scapulatu) e per l’arrivo dei Magi accanto alla grotta».

Non vorrei contraddire l’autorevole studioso, ma della tradizione della Befana con i suoi, all’epoca, molto miseri doni (per lo più, dolcetti, frutti e, raramente, giocattoli, oltre alla consueta, giusta dose di cenere e carbone), ho sentito parlare i miei genitori e i loro coetanei. Si trattava, però, di generazioni nate già negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, che forse avevano visto comparire nuove usanze e nuove mode.

Il Bambinello vestito (o Bambino della Presentazione), era, spesso, destinato a restare, con il presepe domestico, fino alla vera festa di chiusura del ciclo natalizio, la Candelora (2 Febbraio).

Il tutto secondo un uso che ancora oggi persiste nella Francia meridionale (Provenza), dove la crèche reste jusqu’à la Chandeleur.

Accanto alla grotta vi erano le figurine dei Magi: non più quelle a cavallo (o cammellate) da sistemare sul fondale, tra improbabili scenari desertici fatti di sabbia marina e di palme, ma quelle a piedi o in ginocchio, nell’atto di adorare il celeste Bambino.

L’espressione popolare Pasca Bufania riportata dal Greco ricalca, invece, la terminologia degli antichi calendari liturgici, quando le Pasque erano più di una, annoverandosi oltre a quella principale o “di Resurrezione” altre Pasque, come quella “di Natale”, “delle Palme” (o Pasqua fiorita), “di Pentecoste” (o Pasqua rosa) e quella, appunto, “di Epifania”: tante quante le feste cristologiche e le altre religiose di rilievo.

 

 

 Note

1 G. P. Capogrosso, Il tarantolismo negli studi manduriani, su Nuovo Monitore Napoletano, 15.9.2017.

2 G. Gigli, Superstizioni, pregiudizi, credenze e fiabe popolari in Terra d'Otranto, Firenze, 1893.

3 G.Titta Rosa, L’avellano. Storie e leggende della terra d’Abruzzo, Torino, 1966.

4 A. Cattabiani, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, Milano, 1988.

5 M. Greco, Pettuli, purcidduzzi e cartiddati… pubblicato con lo pseudonimo di G. Remi nel periodico quindicinale La torretta del 31 Dicembre 1925.

6 Cfr. Manduria Sacra, 1899, p. 66.

 

 

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