Napoli, i tipi antropologici e le professioni. Lo stimato "provessore"

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Nel parlare di questa categoria mi ritengo dispensato dalle premesse che mi sono sentito obbligato a fare nel trattare dell’avvokäto.

Devo però ricordare che in tali premesse chiarivo che la mia trattazione si riferisce al tipo puramente caricaturale, che risulta presente nell’immaginario collettivo. E quindi non si riferisce in alcun modo alle persone in carne ed ossa, né singolari né collettive, che a Napoli rappresentano la figura dell’avvocato.

In relazione a questo ho anche chiarito che è ben lontana dalla mia critica tanto un’intenzione dispregiativa e offensiva quanto un’intenzione distruttiva.

Lo stesso discorso vale pertanto per l’altra categoria tipico-professionale di cui parlerò ora in questo articolo, e cioè quella del medico. Più precisamente si tratta ovviamente del medico di grido, e cioè esattamente quello che è presente nell’immaginario popolare collettivo partenopeo.

Bisogna brevemente soffermarsi sul senso che ha il parlare di un medico «di grido», e non invece semplicemente «di successo». Tale precisazione può essere infatti considerata essa stessa un’importante premessa a ciò che dirò. Ad essa vanno però aggiunte anche altre preliminari considerazioni

Con quanto ho appena detto, ho infatti già escluso dalla tipologia da trattare il medico napoletano in assoluto, e cioè «in-sè». Categoria professionale alla quale peraltro anche appartengo. Ho fatto questo genere di esclusione anche per l’avvokäto, e però devo dire che ciò è possibile a Napoli in una maniera per definizione soltanto limitata.

Dico non perché (anche per l’interesse personale che ho nella questione) io intenda limitare e ridurre il giudizio negativo che potrebbe essere espresso sui medici.

 

Lo dico invece innanzitutto per gli stessi motivi che ho addetto anche per l’avvocato, ma soprattutto per il fatto che la categoria professionale del medico non può assolutamente avere a Napoli lo stesso significato che ha quella dell’avvocato. Ed il perché l’ho illustrato diffusamente già nel precedente articolo.

È evidente infatti che il medico in sé non possiede alcuna delle caratteristiche che così spontaneamente assimilano così facilmente l’avvocato all’identità negativa del napoletano.

E basti dire per questo che egli non è in alcun modo un retore. Ma sta di fatto che non lo è idealmente, e cioè sul piano puramente obiettivo della relativa téchne. Lo è invece senz’altro su un altro piano. E questo è esattamente il piano sul quale anche il medico diviene di fatto una tipologia professionale presente nell’immaginario collettivo partenopeo, e quindi anche assimilabile in una certa misura all’identità negativa che così direttamente lo determina.

Ma con ciò abbiamo di fatto già spiegato perché mai possiamo e dobbiamo parlare solo del medico «di grido», e non invece del medico «di successo». È evidente infatti che quest’ultimo rientra molto coerentemente più nella categoria tipologica del medico in sé.

I motivi del suo successo sono insomma oggettivi e giustificati; e pertanto non vengono in alcuna maniera sorretti da quell’immaginario che invece per definizione è solo soggettivo, e peraltro nel modo più arbitrario possibile. Ecco allora che il medico «di successo» è in via di principio quello che, riconosciuto o meno dalla fama (che è ben altra cosa che il successo) svolge il suo lavoro nella maggiore concordanza possibile con gli standards qualitativi che governano la sua arte. Ed abbiamo visto che la stessa cosa vale perfettamente anche per l’avvocato in sé.

Le cose già cambiano sensibilmente quando il suo status viene definito dall’espressione «bravo». Qui infatti vi è inevitabilmente già l’intervento dell’immaginario collettivo. Risulterà quindi chiaro che, almeno in via di principio, il medico «di grido» non è affatto tale perché è un medico «di successo».

Lo è invece soltanto perché la sua figura è stata riassorbita nella sfera dell’immaginario collettivo. E così egli rischierà fortemente anche di figurare come un medico «bravo».

Così però restiamo ancora lontani dal centro della fenomenologia di cui stiamo parlando. Qui infatti l’immaginario collettivo non ha nemmeno cominciato a svolgere per davvero la propria opera. E quindi noi non avremo ancora davanti a noi il medico «di successo» nella sua pienezza.

Lo avremo invece davanti solo e soltanto quando – esattamente com’è avvenuto con l’avvokäto – noi ci ritroveremo davanti allo stesso fenomeno della distorsione ad arte dell’espressione che lo definisce. Ed eccoci dunque al cospetto dello stimato provessore.

Ebbene, qui la distorsione è di segno e senso tangibilmente diverso rispetto a quella che è all’opera nella genesi dell’avvokäto. Lo è in termini di segno grafico specifico e tipico. Qui esso è infatti la «v» che sostituisce la «f».

E qui non vi è nel relativo atto alcuna ostentazione (con tutti i correlati che abbiamo esaminato nell’articolo precedente). In questa sede invece è all’opera semplicemente l’inflessione dialettale, anch’essa tipicamente napoletana. Anzi per la precisione essa è tradizionalmente napoletana, e quindi per definizione sposta l’orologio storico dei fenomeni all’indietro in direzione dell’«antico».

È dunque esattamente così che il medico viene riassorbito nell’immaginario collettivo, acquisendo così lo status di professionista «di grido», e conseguentemente la qualifica di stimato provessore. Egli viene insomma riportato alla sfera antica del giudizio di qualità su un professionista dell’area medica. Quella sfera che è appunto dominata da un dialetto, che poi (come accade nel giudizio di valore collettivo che costituisce l’avvokäto per ciò che è) è ampiamente condiviso.

L’espressione «provessore» trova infatti il pieno consenso (per quanto tacito, ossia volutamente implicito, e nel senso dell’ostentazione di una falsa umiltà) nel protagonista stesso. Egli insomma si riconosce nello specifico ruolo che gli viene affidato. E così lui ed il paziente, che in quel momento gli si propone come «cliente» pieno di ammirazione, parlano di fatto lo stesso identico linguaggio.

Appunto un linguaggio nel quale l’antico domina attraverso una serie molto complessa e ricca di immagini. Tanto che per elencarle ci vorrebbe uno scritto a parte, e peraltro anche esteso. Mi limiterò quindi a menzionare appena alcune immagini suggestive.

C’è qui insomma all’opera un medico di antica pasta, infagottato in un camice di spessa tela bianca che lo copre dalla stesa ai piedi. È quel medico, tanto compassionevole quanto preso e compreso nel ruolo offertogli dall’appena nata Sacra Scienza, che si aggira da irraggiungibile protagonisti in stanzoni di degenza lugubri e desolanti, e nei quali giacciono ammalati per definizione poveri e senza speranza.

E questo poi non è altro che lo stesso Gran Lazzaro, colto però in uno dei suoi momenti peggiori; ossia quello in cui la sua naturale prosopopea si mostra per quello che è per davvero, ossia vigliaccheria e servilismo verso qualunque forma di apparenza del Potente.

Questo è il medico, con i relativi luoghi, delle caverne tubercolotiche che sboccano sangue, delle ripugnati ulcere sifilitiche (e relativi scoli blenorragici e condilomi ano-genitali), dei settici ormai verdi ed in pieno respiro stertoroso, dei malarici all’ultimo stadio, degli appestati ricoperti di neri bubboni, dei colerosi ridotti ormai a scheletri e fetidi di escrementi.

È insomma il medico collocato nel pieno del più nero ed estremo scenario barocco di quella Napoli seicentesca che abbiamo già visto non essere mai morta.

Non importa affatto se lo scenario reale dell’esercizio della medicina si svolge oggi in luoghi e circostanze ben diversi, e con ben altre prospettive. Per l’immaginario collettivo lo stimato provessore è esattamente questo e solo questo.

E così, in qualunque luogo egli eserciti la sua professione, l’immaginario popolare non vede altro che colui che se ne sta seduto dietro la sua non meno barocca scrivania nell’ambulatorio situato nel solito non meno barocco (non importa il reale stile architettonico) palazzo prestigioso della zona «nobile» (non importa se di anima o solo di sangue corrotto, o magari solo di portafoglio) della città.

Ebbene, costui sarà invariabilmente il medico «che salva»! Altrimenti non è nemmeno lontanamente quello che sembra. Ci si aspetta infatti che la sua perizia tecnica provenga da quei sinistri ed oscuri ambienti nei quali il dominio della sventura estrema e la morte forgiano il medico, rompendolo a tutto e rendendolo così una sorta di dio in terra.

Ecco, questi sono gli elementi di orientamento per avere un’idea delle forme per mezzo delle quali può e deve essere identificato un vero stimato provessore.

La fatale «v» dialettale è pertanto ciò che proprio in questo modo richiama inevitabilmente lo «stimato», che a sua volta viene ad aggiungersi a quella qualifica scientifico-professionale di «professore», che anch’essa non è affatto né neutrale né indifferenziata.

Essa insorge infatti esattamente sullo e nello scenario che ho appena raffigurato. Il nostro provessore è insomma un professore che è tutto del popolo e per il popolo, che insorge nel popolo e che quindi proviene tutto (come dignitario) dal popolo.

È evidente che qui non vi è assolutamente nulla delle caratteristiche davvero obiettive che ineriscono al «professore» reale e esteticamente neutrale. Si tratta invece di un puro parto dell’immaginario popolare.

Proprio come tale egli figurerà anche come luminare della medicina. Ed anche qui l’espressione «luminare» rinvia apertamente a quelle ripugnanti e sinistre oscurità nelle quali ci si aspetto che solo la presenza di questo essere divino porti almeno un po’ di luce.

E questo chiarisce ancor meglio (di quanto abbiamo visto accadere per l’ avvokäto) le relativizzazione alle quali va sottomessa la complessiva raffigurazione.

Ebbene, tutto ciò non toglie però affatto che vi è comunque qualcosa di realissimo in questo. Abbiamo infatti visto che lo stimato provessore è ben lungi dal tenere lontana da sé sdegnosamente (e meno ancora umilmente) la qualifica popolare con tutte le sue conseguenze. Egli insomma esiste davvero, ed esiste peraltro attivamente. Vedremo più avanti le estreme conseguenze che ciò comporta. Ma per ora vediamo alcune di portata minore ma comunque non poco significative.

Vi sono infatti diversi modi in cui lo stimato provessore può presentarsi a noi come un essere realissimo, e quindi nel pieno dell’impersonamento da parte sua del mito. Ed ancora una volta devo rinunciare ad un’illustrazione sistematica di queste forme, dato che essa occuperebbe uno spazio ben maggiore di questo articolo.

Mi limiterò quindi a raffigurare solo una delle tante possibili sue forme. Ma si tratta di una di quelle che sta più intensamente in sintonia con gli aneliti profondi dell’immaginario popolare che ne fabbrica la figura.

Si tratta insomma dello stimato provessore che si presenta a noi nella forma di filantropo, difensore dei deboli e degli oppressi, ed in una parola «buonista». In tale forma egli aderisce perfettamente al cliché, senz’altro di originalissima creazione napoletana (e quindi non poco teatrale), del medico santo. Abbiamo insomma chiaramente davanti a noi l’icona di Moscati.

Ebbene, non c’è bisogno di attribuire a questo genere di medico «di grido» la specifica competenza professionale che lo pone in questa posizione. Può essere un direttore di una qualunque tra le tante Cliniche. Può essere un principe della Medicina Legale.

Può essere un grande Chirurgo. Può essere un Epidemiologo e Statistico della Medicina. Può essere perfino un umilissimo Medico di Base.

Non importa. Ciò che conta è che – nonostante il baffetto stizzoso ed altero che ne caratterizza inequivocabilmente il volto, nonostante il non meno stizzoso e altero farfallino che ne ingentilisce l’inamidato collo della camicia, nonostante la palpebra pesante ed inamovibile da avvokäto, e i connessi sopracciglio appena un po’ inarcato e fatidica sospensione ipo-mimica del volto, con annessa bocca atteggiata a spocchioso sprezzo – egli ama presentarsi come colui che non esiterebbe a calpestare i cadaveri dei colleghi pur di garantire il fatto che le aspettative del paziente indigente siano soddisfatte a puntino, senza la minima esitazione, e soprattutto in maniera totalmente incondizionata.

E chi è questo paziente indigente, dato anche lui non è meno mitico di colui che ne difende così a spada tratta interessi e diritti. Ma è ovviamente il Gran Lazzaro. E qui noi possiamo coglierlo nella veste moderna che lo differenzia enormemente dall’antico pezzente riverso in agonia in uno di quegli orripilanti stanzoni degli antichi ospedali.

Qui lo ritroviamo insomma come quell’«utente del Servizio Sanitario Nazionale», che è ha l’inalienabile diritto di pretendere, dal medico che è chiamato a servirlo (tutt’altro che uno stimato provessore, ma invece appena in normale ed oscuro medico in sé), l’incondizionata soddisfazione di qualunque sua aspettativa.

Che sia giusta o meno, che sia sensata o meno, che sia o meno contraria alla salvaguardia della sua salute. E meno che mai importa poi se quello che chiede sia di fatto illegale, in quanto manda in rovina lo Stato oppure lede in qualunque altro modo gli interessi dalla comunità.

Ecco che in tal modo lo stimato provessore si presenta a noi come alter ego del medico santo, e cioè come medico dei poverelli. Solo con la piccola (eppure rilevante) differenza rispetto a quest’ultimo, che lui i poverelli non li vede nemmeno da lontano, né nemmeno li conosce né tanto meno si sognerebbe nemmeno di toccarli.

In quanto realissimo, egli infatti effettivamente svolge la sua attività nell’ambulatorio barocco dell’antico palazzo barocco che ho descritto prima. E quindi i suoi pazienti sono tutt’altro che poverelli, e le sue parcelle naturalmente si adeguano a questa specifica circostanza.

E così al collega –  che egli sta intanto professoralmente ammaestrando non alla perizia professionale ma alla bontà –, il quale gli obiettasse che tutto ciò è talmente irrazionale ed improduttivo che nel resto d’Italia, o anche in altri posti del mondo, le cose non vanno assolutamente in tal modo, egli risponderà pontificando dal suo alto Pulpito: – «Eh, ma si dà il caso che noi siamo napoletani!».

Ebbene quale altra prova di vuole del fatto che egli non solo è una creatura passiva dell’immaginario popolare, e cioè del Gran Lazzaro, ma lo è anche in maniera largamente attiva. Egli insomma si identifica totalmente con la figura che gli è stata gettata addosso. Egli «è», insomma, lo stimato provessore. Non si limita invece semplicemente ad esserlo in maniera accidentale ed incidentale. In tal modo il passo è davvero breve dal doverlo identificare – esattamente come l’avvokäto – con il Gran Lazzaro stesso.

Ed infatti siamo giunti esattamente a questo punto della costatazione dello stimato provessore quale ens realissimus, e nel contesto specifico della realtà tipologico-professionale partenopea.

E così dobbiamo pervenire a quello che è davvero l’ultimo atto della costatazione.

Qui insomma – nonostante le pur appropriate relativizzazioni fatte all’inizio – lo stimato provessore finisce fatalmente per presentarsi per mezzo della stessa identica tipologia dell’avvokäto, e così inevitabilmente anche del Gran Lazzaro. Lo fa precisamente in veste di potente ed influente figura, ossia il «gran signore» che, in qualità di tecnico, occupa il vertice della società.

E da ciò conseguono tutte le forme accessorie dell’apparenza che abbiamo visto per l’avvokäto – la localizzazione geografico-cittadina del luogo di lavoro, la partecipazione da protagonissta alla vita mondana partenopea, e specialmente a Cäpri (dove ovviamente egli possiederà una villa) etc.

Ma soprattutto si ripresenta quella fatale maschera demoniaca del Gran Lazzaro, che poi ricalca perfettamente quella dell’Oscuro Signore degli uomini e degli eventi partenopei. Ne abbiamo già visto alcuni segni. Ma ora possiamo completarli con un’immagine più completa.

Avremo allora davanti a noi lo stimato provessore in una delle sue vesti più tipiche, e cioè quella ben nota a tutti come quella del «barone universitario».

Ebbene, proprio come tale, egli se ne starà nel suo effettivo Regno; ossia un Regno del tutto attuale, nel quale quindi lui può perfino permettersi il lusso di deporre i così ingombranti paludamenti dello stimato provessore antico, e potrà finalmente indossare quello dello stimato provessore moderno.

In qualche modo, insomma, l’obbligo della recita è finito. E questo decisamente lo fa sentire a proprio agio. La recita però non cessa affatto nell’impersonamento dell’apicale forma del Gran Lazzaro che abbiamo appena visto. Anzi addirittura si intensifica raggiungendo così un’acme davvero parossistica, e quindi fatalmente anche istrionica

Così, dunque, noi ritroveremo così nel suo prestigioso studio di una Clinica o altro Istituto universitario, o ciò che sia, mentre se ne sta seduto in trono e circondato da tutti i suoi allievi-schiavi. Tutto l’accorato brio istrionico del medico dei poverelli è scomparso dal suo volto, sostituito com’è da una torva cupezza che lo porta a starsene a capo chino, mentre esamina distrattamente le carte accumulate davanti a sé sulla scrivania.

Intanto tutti se ne stanno intorno in circolo, chi quasi sull’attenti, chi, più avanti nella carriera, più spigliato e rilassato, e tutti attendendo pazientemente che la sua cupa trance giunga infine al suo termine naturale. Quando ciò finalmente accade, chi si era illuso che lo stimato provessore non si sentisse bene o avesse qualche cruccio, e magari perfino si fosse amorevolmente preoccupato per lui, resterà subito deluso.

Perché, come un sole che si leva al mattino, il suo occhietto maligno di sempre, liberato intanto lentamente e solennemente del paravento delle pesanti palpebre, si solleverà curioso ed avido di prede, scrutando circolarmente gli astanti riuniti davanti a lui. E ciò nel più assoluto silenzio.

Cosa vorrà? Cosa dirà? Non importa. Perché tutto il peso tremendo della sua maestà si è ormai già rivelato nelle sue precedenti manifestazioni. Ed ora cade come una scure sugli astanti. E senza nemmeno una parola, né un suono né un gesto.

E questo decisamente basta a consolidare il mito di sé stesso per il quale egli vive!

 

 

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