Ferdinando Palasciano e i diversi itinerari della memoria

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Nel ricchissimo e sfaccettato pantheon di figure che la storia napoletana dell’Ottocento ci offre, è possibile ritrovare personalità che, nel corso dei decenni, sono andate incontro ad un graduale oblio, ad una progressiva damnatio memoriae, nonostante i tanti meriti acquisiti nel corso della loro vita.

Dietro i sovrani borbonici, i Mancini e i De Sanctis, è possibile scorgere figure accattivanti e ricche di fascino che nel corso della loro vita ricoprirono ruoli ed incarichi tutt’altro che secondari.

Percorso solamente in parte simile ebbe anche Ferdinando Palasciano, chirurgo di spessore e fama vissuto nel corso del XIX secolo. Nato a Capua nel 1815, ricevette le prime nozioni educative presso il seminario cittadino. Successivamente, com’era consuetudine per i giovani promettenti o i rampolli delle famiglie agiate di provincia, Palasciano si recò a Napoli onde completare la propria formazione.

Negli anni Trenta dell’Ottocento la capitale borbonica rappresentava un ambiente culturalmente stimolante, in grado di dialogare con le principali capitali europee, nonostante la direzione politica assolutista e conservatrice imboccata da Ferdinando II dopo i primi anni del suo regno.

Testimoniano questo fervore culturale anche le numerose iniziative editoriali che in quel periodo videro la luce, in primo luogo la rivista “Il progresso delle scienze, delle lettere e delle arti” di Giuseppe Ricciardi.

Brulicavano, inoltre, studi giuridici o scuole private di carattere letterario, innanzitutto lo studio d Giuseppe Poerio, ove si formarono molti futuri esponenti dello schieramento liberale napoletano, e la scuola privata di Basilio Puoti, fine conoscitore della lingua italiana e figura di riferimento per i giovani letterati napoletani, in primis De Sanctis che lo ricordò sempre con affetto nei suoi scritti.

 

Tornando a Palasciano, stando alla documentazione disponibile, nel 1840, all’età di venticinque anni, aveva conseguito una prima laurea in Belle Lettere e Filosofia, una seconda in Veterinaria e la terza in Medicina e Chirurgia.

Ultimati i suoi studi universitari, entrò nell’esercito regio col grado di ufficiale e, contemporaneamente, divenne chirurgo presso il nosocomio degli Incurabili, dove rimase per tutto il resto della sua vita professionale. Si trovò coinvolto nei moti quarantotteschi che divamparono lungo la Penisola ed in tutto il vecchio continente, chiamato ad assistere i soldati borbonici feriti sui campi di battaglia.

Ed è proprio in questa circostanza che si può individuare il momento spartiacque della vita di Ferdinando Palasciano che, contravvenendo alla prassi militari dell’epoca ed agli ordini impartiti dal generale Carlo Filangieri, volle curare anche i malati presenti tra le fila degli avversari, ai suoi occhi divenuti neutrali una volta feriti.

Per quanto apprezzabile dal punto di vista umanitario, un simile atteggiamento fu foriero di gravi conseguenze per il medico capuano, posto sotto processo per volere dello stesso Filangieri e condannato alla pena capitale. Una sorte nefasta dalla quale poté esimersi solamente per volontà di Ferdinando II, mosso nella sua azione principalmente da ragioni di carattere politico.

L’episodio segnò profondamente Palasciano che, dopo la truce repressione messa in atto da Ferdinando II, visse il decennio di preparazione in una posizione defilata, mostrando scarso interesse per le vicende politiche del Regno delle due Sicilie e dedicandosi interamente alla sua professione.

Ma la difficile esperienza vissuta tra il 1848 ed il 1849 gli fece anche comprendere quanto la dinastia borbonica difficilmente avrebbe potuto dare avvio ad un significativo processo di trasformazione del Regno, così da dare una concreta attuazione a quei valori civili e morali che lo avevano ispirato nella sua esperienza biografica e professionale.

Non deve stupire, dunque, se lo si inserisce in quel nutrito filone di liberali che, all’indomani della svolta repressiva avviata nel 1848, consumarono il loro definitivo distacco dai Borboni, cospirando negli anni Cinquanta e fornendo il proprio sostegno a Giuseppe Garibaldi prima, durante e dopo la sua spedizione.

All’indomani dell’Unità, la vicenda di Ferdinando Palasciano continuò ad essere soggetta a fortune alterne e non sempre gratificante. Politicamente riuscì ad essere più volte eletto deputato tra le fila della Sinistra, figurando, poi, nel 1874, tra gli esponenti della Sinistra Giovane che, formatasi in seguito ad un’intuizione di Francesco De Sanctis, rappresentò l’ago della bilancia nelle affermazioni elettorali della Sinistra nel Mezzogiorno nel 1874 e nel 1876, quando si consumò la “rivoluzione parlamentare”.

Nel corso della sua esperienza parlamentare, il chirurgo capuano intervenne più volte su questioni di carattere politico che, più o meno direttamente, richiamavano la sua professione.

Nel frattempo, continuò a diffondere i principi umanitari che lo animavano, come dimostrano le parole pronunciate durante alcune conferenze tenute presso l’Accademia Pontaniana subito dopo l’Unità. Proprio in occasione di una di queste sedute, nell’Aprile 1861, Palasciano si espresse così:

Bisognerebbe che tutte le potenze belligeranti, nella Dichiarazione di Guerra, riconoscessero reciprocamente il principio di neutralità dei combattenti feriti per tutto il tempo della loro cura e che adottassero rispettivamente quello dell’aumento illimitato del personale sanitario durante tutto il tempo della guerra.

Il sacrosanto principio della neutralità del ferito in guerra, da lui sostenuto in modo strenuo, trovò piena realizzazione nell’ottobre 1863, quando a Ginevra, per volontà dello svizzero Jean Henry Dunant, fu istituita la Croce Rossa, ancora oggi attenta e freneticamente impegnata nell’offrire cure e sostegno sui campi di battaglia.

In quella circostanza, però, Ferdinando Palasciano fu completamente messo da parte, anche per ragioni di carattere politico. Il governo moderato guidato da Marco Minghetti preferì, infatti, inviare altri due rappresentanti italiani al consesso tenutosi a Ginevra, suscitando non poco sconforto nel chirurgo capuano.

Nonostante i successi ed i riconoscimenti conseguiti, quella ferita non si rimarginò mai in Palasciano, deceduto nel Novembre 1891.

Diversamente da molte altre personalità, il famoso chirurgo capuano non è stato certamente oggetto di un totale processo di dimenticanza, venendo anzi ricordato con costanza dai suoi numerosi colleghi, dagli allievi e dai suoi pazienti.

Ma il suo ricordo, la sua “eredità” è stata nel corso del XX secolo notevolmente circoscritta, limitata ad indicarlo esclusivamente come antesignano dei principi fondativi della Croce Rossa.

In questo modo si è ridimensionata inesorabilmente una personalità importante e sfaccettata; uno scienziato ben consapevole del proprio ruolo, accademico attento nella formazione dei futuri chirurghi, in continuo dialogo con la comunità scientifica europea ed in grado di palesare in diverse circostanze anche un certo acume politico.

La vicenda di Ferdinando Palasciano è degna di essere ricordata, dunque, anche perché ha il merito di mostrare i differenti percorsi che la memoria, il ricordo di un individuo o di un gruppo sociale possono compiere, venendo spesso influenzati da fattori di carattere differente e non esclusivamente politici.

Consapevole di questa “trasfigurazione”, da oltre un ventennio a Capua, città natale di Ferdinando Palasciano ed ancora legata al suo ricordo, l’associazione a lui intitolata promuove iniziative di carattere scientifico intese ad illustrare a tutto tondo la complessità e le diverse sfaccettature della sua azione e della sua personalità.

Promuove, allo stesso tempo, da diciannove anni un premio a lui intitolato e destinato a tutti coloro che, nel tumultuoso mondo contemporaneo, coltivano e portano avanti lo spirito ed i principi che animarono il chirurgo capuano nel corso del 1848 e del resto della sua vita.

 

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