Osservazioni sul commercio delle Due Sicilie

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1. Il controllo inglese e francese sul commercio estero del regno borbonico

Il regno di Napoli e quello di Sicilia erano stati inseriti per molti secoli nell’area commerciale dominata da grandi città mercantili italiane, anzitutto le repubbliche di Venezia e Genova che furono per lungo tempo i maggiori centri mercantili di tutta Europa.

Il Mezzogiorno esportava principalmente prodotti agricoli in traffici che erano controllati dai mercanti e banchieri delle città-stato settentrionali.1

Questa gravitazione commerciale del Meridione attorno all’orbita veneziana e genovese si conclude nel secolo XVIII ma soltanto per essere sostituita dall’egemonia di Inghilterra, Francia ed Olanda.

Naturalmente non si può parlare di un mutamento improvviso e bisognerebbe distinguere anche per categorie merceologiche, tuttavia è il Settecento a segnare questo passaggio di consegna fra la tradizionale egemonia di mercanti dell’Italia settentrionale e quelli del nord Europa nella commercializzazione dei prodotti del sud Italia.

La sostituzione inoltre interviene in un contesto internazionale molto diverso rispetto al passato. L’Italia per almeno quattro secoli (XIII-XVI) era stata nel complesso la regione più sviluppata economicamente di tutta Europa ed ancora nel secolo XVII, nonostante il declino in corso, rimaneva fra i paesi più prosperi.

Al contrario, nel secolo XVIII era ormai divenuta una regione periferica.

Il Mezzogiorno partecipava a queste dinamiche, cosicché la sua subordinazione commerciale alle maggiori potenze mercantili settecentesche ed ottocentesche fu assai più netta di quella anteriore verso le repubbliche marinare di Genova e Venezia. Il regno di Napoli era nel ‘500 senz’altro definibile quale ricco, come ricorda Braudel in Civiltàà e imperi, mentre nel ‘700 partecipava della decadenza economica italiana.2

L’esito fu che il commercio internazionale del regno di Napoli e di quello di Sicilia, ovvero del regno delle Due Sicilie a partire dalla Restaurazione, divenne controllato da società e stati stranieri, la cui longa manus erano colonie di mercanti per lo più inglesi. Costoro, che solo non si fondevano con la popolazione locale, agivano per conto di case commerciali e di mercati stranieri, in base alle loro richieste ed interessi.

 

I prodotti esportati od importati nel o dal Mezzogiorno erano per queste società soltanto una piccola parte del totale e le filiali  ivi impiantate erano soltanto poche fra le molte esistenti sparse nel mondo.

Al contrario, il regno borbonico aveva un numero limitato di compagni commerciali, poiché importava ed esportava per la maggior parte da Inghilterra, Francia, Austria: questi tre paesi da soli costituivano il 65 % circa delle importazioni.

Esisteva quindi un grande squilibrio di peso nei rapporti mercantili, poiché quelli che per il reame delle Due Sicilie erano i principali soci d’affari internazionali avevano invece in esso soltanto uno dei tanti partner minori.

Le merci esportate inoltre erano quasi esclusivamente prodotti agricoli o zootecnici, anzitutto l’olio che da solo costituiva il 40 % del valore totale, seguito da grano, lana, canapa, seta, liquirizia, robbia. Questi beni formavano il 75 % dei prodotti d’esportazione. Al contrario, le merci importate erano ripartite in una gamma assai più ampia e comprendevano principalmente manufatti.3

È un contesto economico caratteristico degli “scambi diseguali” fra regioni sviluppate, esportatrici di prodotti lavorati di maggiore valore, e sottosviluppate, esportatrici di materie prime.

Il controllo del commercio estero del regno borbonico da parte di imprenditori privati stranieri era accompagnato dall’ingerenza di stati esteri nell’economia del reame borbonico e nelle stesse decisioni di politica economica.

Ad esempio, il timido tentativo di Carlo di Borbone di formare l’embrione di una industria, ricorrendo a maestranze specializzate provenienti dall’Italia settentrionale e dalla Francia, fu stroncato dall’Inghilterra con una guerra commerciale che affossò sul nascere il progetto.4

Non casualmente, una proto-industria comparve nel regno di Napoli sotto Murat, sia per gli incentivi concessi, sia perché il blocco continentale impediva l’arrivo di merci inglesi. È significativo comunque che una parte rilevante in molti opifici murattiani fosse spettata ad imprenditori esteri, specialmente svizzeri.5

Il caso più famoso e significativo dell’ingerenza estera negli affari interni dell’economia del regno delle Due Sicilie fu il contrasto per il controllo del mercato dello zolfo siciliano.

Questo minerale aveva iniziato ad essere estratto nell’isola nella seconda metà del secolo XVIII, ma la vera esplosione di questa attività mineraria avvenne a partire dal 1808, quando la Sicilia era in pratica un protettorato inglese. Per decenni sia l’estrazione sia la commercializzazione, nonché naturalmente la lavorazione, dello zolfo furono per intero sotto la gestione di grandi capitalisti inglesi.

Il governo borbonico non volle o non poté far nulla per impedire che l’intera filiera fosse di proprietà anglosassone.

Soltanto un trentennio più tardi si offrì la possibilità di spezzare il monopolio inglese, ma tramite una ditta anch’essa straniera, la francese Taix & Aycard. Essa propose a Ferdinando II di affidargli la gestione delle miniere, in cambio sia di un aumento del prezzo di acquisto dello zolfo estratto, sia della costruzione di un’industria chimica per la lavorazione del minerale in Sicilia.

Il sovrano inizialmente accettò la proposta francese, ma i capitalisti inglesi furono solleciti a rivolgersi al proprio governo, che reagì con decisione minacciando d’imporre un embargo al regno delle Due Sicilie. Ferdinando II si sottomise alle pretese d’Albione ed accettò di ripristinare il precedente monopolio anglosassone. In più, egli fu costretto dalle pressioni, questa volta di Parigi, a risarcire la Taix & Aycard.6

La debolezza politica ed economica del reame borbonico dinanzi a potenze straniere traspare evidente da questa vicenda.


2. La debolezza della marina mercantile

Il predominio straniero nell’importazione ed esportazione dal Meridione borbonico fu favorito anche dall’insufficienza della flotta mercantile delle Due Sicilie.

I tentativi delle autorità regie d’aumentare le dimensioni della flotta si scontrarono sia con le carenze tecnologiche, sia con quelle di personale stesso e furono dirette non tanto ad ammodernare la marina, aumentando le dimensioni e la modernità delle navi, ma solo accrescendone il numero, il che avveniva naturalmente con il varo d’altre piccole imbarcazioni.

Si può citare, nella ricca storiografia sull’argomento, quanto afferma lo storico Di Gianfrancesco.

Nel 1860 la marineria italiana, di tutti gli stati preunitari riuniti, era per tonnellaggio la quarta d’Europa.

La prima era quella inglese, con 4.669.000 tonnellate. La seconda era quella francese, con 1.011.000. La terza quella tedesca, con 808.000. Infine la quarta era quella italiana, con 607.000 tonnellate. È facile evidenziare comunque come quella inglese da sola fosse più grande di quelle francesi, tedesche ed italiane tutte messe assieme, con 4.669.000 contro 2426000. La percentuale della marina italiana rispetto  al tonnellaggio  mondiale era inoltre diminuita negli anni, passando dal 6,4%  del 1820 al 5,3% del 1860.

Soltanto un terzo della marina mercantile italiana nel 1860 batteva bandiera delle Due Sicilie. Secondo il Gianfrancesco, la marina borbonica arriva a 260 mila tonnellate nel 1860, mentre il totale della marina mercantile  del regno d’Italia arrivava a 607 mila tonnellate, a cui si sarebbe dovuta aggiungere ancora la marina del Veneto per 46 mila tonnellate, quella del  Lazio ed ancora quella (davvero rilevante per dimensioni) di Trieste.7

Giusto per fare un  confronto con i dati sopra citati, si possono indicare alcune raccolte statistiche compilate già nel secolo XIX, come quella del Bursotti.8

Il Bursotti  confronta le flotte di alcuni paesi  europei, proponendo le seguenti  serie per la navigazione di lungo corso: Svezia e Norvegia: 1.450 bastimenti per 355.520 tonnellate di stazza; Paesi Bassi: 379 bastimenti  per 214.284 tonnellate; Austria: 562 bastimenti per 148.492 tonnellate; regno di Sardegna: 690 bastimenti per 123.336 tonnellate; Grecia: 509 bastimenti per 95.978 tonnellate; Danimarca: 963 bastimenti per 95.373 tonnellate; Due Sicilie: 501 bastimenti per 89.148 tonnellate.

Sebbene questi non riporti le cifre della marina mercantile d’Inghilterra (la più grande di tutte), di Francia, di Spagna, né quelle di paesi extraeuropei come Usa, Russia, Turchia, Brasile ecc., già solo il suo parziale elenco dimostra che la marina borbonica era assai piccola, inferiore a quelle di Svezia, Paesi Bassi, Austria, Grecia, Danimarca e regno di Sardegna. Non era neppure, nel 1845, la più grande d’Italia, superata dalla marineria del regno di Sardegna.

Si può citare poi uno studio dello storico Clemente, assai recente (pubblicato nel 2011), dettagliatissimo e scritto con grande abbondanza di fonti (riporta nella sua sola conclusione 20 diverse tabelle statistiche).

Esso riferisce per il 1858 dei dati molto simili a quelli sopra  riportati: il tonnellaggio totale della marina mercantile  italiana (inclusa quella “austriaca”, che però per lo più aveva armatori italiani) era di 932.785 tonnellate; il tonnellaggio totale  del regno delle Due Sicilie era di 272.305, quindi sempre meno di un terzo del totale.

Sempre lo studio di Clemente riporta, fra i moltissimi altri dati, quelli riguardanti le dimensioni medie delle navi. La marina mercantile dello stato pontificio era in assoluto quella con il tonnellaggio medio più basso, seguita a brevissima distanza da quella del regno delle Due Sicilie.

Per fare un confronto, il tonnellaggio medio della marina borbonica era di 24,6 t., contro una media nazionale di 46,3 t.. Questo significa che la marina mercantile  borbonica era, in media, più piccola e meno moderna di quasi tutte quelle italiane, con l’eccezione di quella dello stato pontificio.9

La debolezza della marina mercantile dei Borboni e la dipendenza per le importazioni ed esportazioni da flotte straniere si manifestò in maniera emblematica durante la grande carestia del 1764, che condusse alla morte per fame o malattia circa 200.000 persone in tutto il Mezzogiorno.10

Anche per questo Ferdinando I poco dopo il ritorno sul trono dopo i Napoleonidi riconfermò vecchi privilegi commerciali ad Inghilterra, Francia, Spagna, secondo cui le navi battenti bandiera di questi stati avrebbero goduto di una esenzione del 10 % sui dazi doganali per merci provenienti da quei paesi medesimi.11

Erano autentici “trattati diseguali”, in cui non vigeva l’obbligo della reciprocità fra le due parti contraenti.

Il commercio internazionale del sud Italia verso Inghilterra e Francia, che erano i maggiori importatori ed esportatori del regno borbonico, si svolgeva così anzitutto tramite flotte e marinerie di quei paesi.12

 

3. L’assenza del regno delle Due Sicilie alla Esposizione internazionale dell’industria di Parigi

Il reame dimostrò una grave incapacità anche solo promozionale della propria economia, come risaltò all’Esposizione internazionale dell’industria di Parigi del 1855, svoltasi dal 1 maggio al 31 ottobre 1855.

L’Esposizione era stata ripartita in 30 diverse classi o categorie, a seconda della tipologia di attività industriale. Le prime 27 erano ritenute essere propriamente industria, mentre le restanti 3 erano considerate belle arti. È possibile e facile conoscere con assoluta esattezza quali paesi parteciparono all’Esposizione dell’industria e con quanti espositori ed in quali categorie, poiché già nel 1855 fu pubblicata la relazione ufficiale dell’Esposizione stessa.13

Le classi dell’industria erano le seguenti: settore minerario ed estrattivo; industria di  falegnameria, lavorazione prodotti caccia e pesca; lavorazione industriale prodotti agricoltura; meccanica generale applicata all’industria; meccanica speciale e materiali ferroviari e di trasporto; meccanica speciale e materiali degli opifici industriali; meccanica speciale e materiali manifatture tessuti; industria di precisione, orologeria, stampa; oreficeria, bigiotteria, gioielleria; Industria del vetro e della ceramica; industria del cotone; industria della lana; industria della seta; industria del lino; fabbricazione di maglie, tappeti,passamaneria; mobili ed arredamento; oggetti di moda e fantasia; Disegni e plastici applicati alla musica, fotografia; fabbricazione di strumenti musicali.

In tutte queste 27 classi dell’industria il numero di espositori delle Due Sicilie fu pari a zero. Non vi fu un solo espositore dalle Due Sicilie, su di un totale di 21779 partecipanti.

Il reame borbonico fui quindi completamente assente nell’Esposizione dell’industria propriamente detta. Eppure, ad essa parteciparono anche stati dell’America meridionale, dell’Africa e stati minuscoli come il principato di Baden, il ducato di Sassonia, la lega delle città anseatiche.

Il Messico mandò 107 espositori, il poverissimo Guatemala 7, la minuscola isola di Grenada 13. La spopolata Argentina del 1855, che comprendeva quasi solo Buenos Aires e dintorni mentre la sterminata pampa era quasi spopolata ed abitata in prevalenza da indios dediti alla pastorizia nomade,  mandò 6 espositori.

L’Egitto ebbe 6 espositori ed il regno delle Hawaii, il piccolo reame ancora indipendente abitato dai polinesiani, ne inviò 6. Il Lussemburgo ebbe 23 espositori, il ducato di Brunswick 16, quello di Hannover 18, la Baviera 172.

Naturalmente, la parte del leone era fatta dalle maggiori potenze industriali, per cui il Belgio ne mandò 687, l’Austria ne 1298, la Prussia 1319, il Regno Unito 1589, la Francia addirittura 10003 (ma questa cifra, più alta addirittura di quella dell’Inghilterra massima potenza industriale dell’epoca, dipendeva dal fatto che l’esposizione era organizzata a Parigi).

A scanso di equivoci, non si sono qui riportati tutti i paesi partecipanti ma soltanto una piccola parte per brevità, essendone stati ancora molti che provenivano dall’Europa, dall’Asia, dall’Africa, dall’America.

Parteciparono ovviamente anche il regno di Sardegna, con 204 espositori, il granducato di Toscana, con 197 espositori, lo stato pontificio,  con 72 espositori. Regno delle Due Sicilie, come si detto, non partecipò nemmeno.

Si possono trovare espositori delle Due Sicilie soltanto nel settore delle Belle Arti, che comprendeva tre classi: pitture, incisione, litografia; scultura ed incisione su medaglie; architettura. Vi furono due espositori delle Due Sicilie nella classe XXVIII (pittura, incisione, litografia) ed altri 2 nella classe XXIX (scultura ed incisione su medaglie). Gli espositori in queste tre classi furono in totale 2175, di cui appunto 4 (quattro) delle Due Sicilie.

L’Austria ne ebbe 108, la Prussia 111, il  Belgio 142, il Regno Unito 297, la Francia (anche qui grazie al fatto che l’Esposizione si teneva a Parigi) ben 1072. Il regno di Sardegna ne mandò 17, lo stato pontificio 16, la Toscana 10.

Si può ora riassumere. Il regno delle Due Sicilie non partecipò proprio all’Esposizione dell’industria in senso stretto, poiché non vi fu un solo suo espositore in tutte le 27 diverse categorie industriali. Si ebbero 21779 espositori delle prime 27 classi industriali, 0 (zero) provenienti dalle Due Sicilie. Esso partecipò invece al settore delle Belle Arti, con 4 (quattro) espositori su di un totale di 2175.

Il numero totale complessivo di espositori delle Due Sicilie fu inferiore non soltanto a quello delle maggiori potenze industriali (in modo abissale), non solo a quello degli altri stati italiani (regno di Sardegna 221, il granducato di Toscana 213, lo stato pontificio 82), ma persino a paesi poverissimi e minuscoli come l’isola di Grenada (13) od il regno delle Hawaii (5), i cui espositori avevano dovuto  percorrere tutta la distanza fra l’arcipelago e Parigi sulle navi dell’epoca.

L’accaduto era stato notato e compreso nel suo significato già da Giustino Fortunato, che scrisse: «Alle mostre delle industrie mondiali, prima di Londra, nel 1855, poi di Parigi, nel 1857, ove finanche la Turchia e il Giappone mandarono i loro prodotti, noi soli mancammo ...»14

 

4. La frammentazione del mercato interno e la sua debolezza

Non esisteva un vero mercato unitario interno nelle Due Sicilie, quanto una pluralità di aree commerciali rurali separate fra di loro. Molti sono le ricerche che conducono a questa conclusione, fra cui si può citare ciò che scriveva Aurelio Lepre, asserendo che la mancanza di un sistema di comunicazioni terrestri adeguato impediva la formazione di un’area commerciale comune all’interno del reame borbonico.15

Il “regno senza strade”, come era soprannominato quello borbonico in Europa, era notoriamente deficitario in fatto di vie. Nel 1860 esistevano nel regno borbonico 1848 comuni, ma di questi solamente 227 erano collegati da strade. Gli altri si servivano di mulattiere o piste per il bestiame.

Il commercio interno era prevalentemente locale e collegato alle diverse fiere paesane, mentre in confronto era assai più ridotto il cosiddetto “commercio stabile”. Anche per questo, vi erano grosse difficoltà a commercializzare all’interno dei confini dello stato gli stessi prodotti nazionali esportati.16

Le congiunture commerciali incidevano anche in modo grave, persino politicamente, sul regno. Questo riguardava anzitutto il settore granario, da cui dipendeva l’alimentazione della maggioranza della popolazione.

Il governo ne era consapevole e cercava di consentire l’esportazione di grano soltanto qualora vi fosse una eccedenza rispetto alle esigenze interne, mentre al contrario favoriva la sua importazione qualora ve ne fosse scarsità ovvero se i prezzi interni salissero.

La politica governativa aveva in questo una sua logica, che però non si poneva come obiettivo l’aumento di una produzione cerealicola che chiaramente non assicurava rese tali da garantire l’autosufficienza alimentare. Il mercato del grano rimase quindi sospeso per anni fra Scilla e Cariddi, perché consentire l’esportazione rischiava di provocare sottoalimentazione nelle classi povere (o di aggravare quella esistente …) mentre autorizzare l’importazione minacciava di far abbassare troppo i prezzi e danneggiare i coltivatori.

S’intona con questo quadro l’osservazione del generale Carascosa, che ipotizzava un collegamento fra la rivoluzione del 1820 ed il disagio sociale provocato dall’importazione di cereali dalla Russia, che era stata decisa in seguito alla carestia del 1816-1817, ma che aveva abbattuto il valore del grano nel Mezzogiorno.17

Anche per questo il Mezzogiorno, con un mercato interno asfittico e frammentario, aveva maggiore necessità di sbocchi esterni per le sue eccedenze e era perciù più dipendente dai mercati stranieri.

 

5. I dati quantitativi sul commercio internazionale delle Due Sicilie

Lo storico Augusto Graziani ha pubblicato nel 1960 una monumentale documentazione statistica sul commercio estero delle Due Sicilie, che copriva in modo ininterrotto più di due decenni di importazioni ed esportazioni di  questo reame con una serie quasi ininterrotta dal 1832 al 1855, distribuita in vari «gruppi merceologici» sulla base dei parametri Istat allora vigenti per la classificazione delle attività economiche.18  

I dati quantitativi riportati, davvero abbondanti ed assai analitici e precisi, offrono un quadro esauriente del commercio con l’estero del regno borbonico.

Esso era in tutta Europa (in tutta Europa!) il paese con il più basso commercio estero pro capite, ossia in percentuale al numero di abitanti.

Il suo commercio internazionale annuo nel 1858 era di soli 6,52 ducati per abitante. Tutti gli altri stati italiani avevano livelli assai superiori, che andavano dai 40,13 ducati pro capite del regno di Sardegna (sei volte quello del reame borbonico!) sino ai 9,06 dello stato pontificio.

Anche tutti gli stati europei dell’epoca avevano indici di commercio pro capite superiori a quelli del regno  delle Due Sicilie, con la sola eccezione della Russia che aveva 5,14 ducati per abitante ma che per geografia e storia difficilmente si poteva considerare quale europea ad ogni effetto. Ad esempio, l’Austria (incluso il Lombardo-Veneto) era ad 11 ducati pro capite, la Francia a 35, l’Inghilterra a 71 etc. In ogni caso, il regno borbonico era l’ultimo in Italia per commercio pro capite e, fatta eccezione per la Russia, anche in tutta Europa.

Il panorama negativo era completato da altri dettagli ancora, come un saldo commerciale che rimase costantemente in passivo o lo squilibrio interno fra la capitale e l’entroterra.

La città di Napoli da sola convogliava l’88% delle importazioni, anche se la metropoli in quanto tale quasi non esportava nulla. Al contrario, le poche regioni esportatrici (come la terra di Bari per l’olio e quelle di Enna e Caltanissetta per lo zolfo) non erano importatrici.

L’amplissima ricerca documentaria di Graziani conferma ciò che è largamente ammesso nella storiografia riguardo all’economia delle Due Sicilie. Il regno aveva un’economia quasi soltanto agricola, con un’industria solo embrionale. Al suo interno esisteva poi uno squilibrio notevole fra la capitale, (in cui si concentravano gli investimenti pubblici e risiedeva la classe dirigente, così risucchiando buona parte delle risorse disponibili) e tutto l’entroterra del Meridione continentale. La posizione di questo paese nel commercio internazionale era periferica e rispecchiava la sua arretratezza economica.

 

6. Alcune osservazioni conclusive

Il quadro complessivo delineato dal commercio nelle Due Sicilie appare inconfondibile: esportazione solo di materie prime o di semilavorati con importazione di manufatti, quindi esportazione di merci di basso valore ed importazione di merci di alto valore; trattati commerciali diseguali; controllo della filiera dei propri prodotti d’esportazione da parte di società imprenditoriali straniere; presenza di colonie di mercanti ed imprenditori stranieri che erano rappresentanti locali di società ramificate internazionalmente ed aventi sedi all’estero: ingerenza di stati stranieri nella politica economica interna allo stato borbonico; assenza di un mercato interno nazionale unificato ed esistenza di reti commerciali strutturate ed organizzate soltanto con l’estero; incapacità statale di sfruttare le proprie risorse naturali e di promuovere i propri prodotti all’estero.

È un insieme organico di caratteristiche che si ritrova sovente in paesi subalterni economicamente, come ha avuto modo di sottolineare più volte Galasso. Il controllo di società straniere sul commercio estero delle Due Sicilie ha contribuito ad impedire un processo di industrializzazione ed in generale di sviluppo economico.

 

 

 

 Homan, Pianta di Napoli 1734

 

 

Note

1 D. Abulafia, The two Italies. Economic relations between the norman Kingdom of Sicily and the northen Communes, Cambridge 1977; Idem, Southern Italy and the Florentine Economy (1265-1370), in «The Economic History Review», 1981, n. 3.  - - Questo rapporto esisteva già nel Medioevo e su di esso si è soffermato anche un Fernand Braudel nel suo celebre e celebrato studio sul Mediterraneo all’epoca di Filippo II. - G. Galasso, Momenti e problemi di storia napoletana nell'età di Carlo V, in Mezzogiorno medievale e moderno, Torino 1975, pp. 167-77; F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo II, Torino 1976, vol. I, pp. 621 sgg.

2 Il commercio inglese nel Mediterraneo dal '500 al '800. Corrispondenza consolare e documentazione britannica fra Napoli e Londra, a cura di G. Pagano de Divitiis, Napoli 1984, pp. 29 sgg.; Eadem, II Mediterraneo nel XVII secolo; l'espansione commerciale inglese e l'Italia, in «Studi storici», 1986, n. 1; P. Bevilacqua, Il Mezzogiorno nel mercato internazionale (secoli XVIII-XX), in “Meridiana”, n. 1, 1987, pp. 19-45.

3 D. Demarco, Il  crollo del regno delle Due Sicilie. La struttura sociale, Napoli 1960, pp. 76-77.

4 R. Romano, Napoli: dal Viceregno al Regno, Torino 1976.

5 Riguardo alla politica economica nel Decennio francese A. Valente, Gioacchino Murat e l’Italia meridionale, Torino 1965; P. Villani, Italia napoleonica, Napoli 1978; C. Zaghi, Napoleone e l’Italia,  Napoli 2001.

6 Lo zolfo di Sicilia. Questione tra l'Inghilterra e Napoli, da Annali universali di statistica, economia pubblica, storia, viaggi e commercio. Milano, Società degli editori degli annali universali delle scienze e dell'industria, 1840. G. Pescosolido, L’economia siciliana nell’unificazione italiana, in “M e d i t e r r a n e a  R i c e r c h e s t o r i c h e” Anno VII - Agosto 2010, p. p. 225.

7 M. Di Gianfrancesco, La rivoluzione dei trasporti in Italia nell’età risorgimentale, L’Aquila 1979, p. 230. I dati quantitativi sui bastimenti del regno delle Due Sicilie sono contenuti nelle raccolte statistiche degli «Annali civili del Regno delle Due Sicilie» per gli anni 1833, 1834, 1839 e 1852; dal 1841 al 1855 nelle “Statistiche generali commerciali”a cura dell’Amministrazione generale dei dazi indiretti, conservate nel fondo del Ministero delle Finanze dell’Archivio di Stato di Napoli. Naturalmente, sono tutte “fonti dirette” ovvero “fonti primarie”, secondo il lessico storiografico, che risalgono direttamente ai documenti ufficiali del regno delle Due Sicilie.

8 G. Bursotti, Biblioteca di Commercio, Anno II, vol. III, Napoli 1845.

9 A. Clemente, “La marina mercantile napoletana dalla Restaurazione all’Unità”, Il Mezzogiorno prima dell’Unità. Fonti, dati, storiografia, Napoli, 1° dicembre 2011 (CNR-ISSM, in collaborazione con l’Università di Napoli “L’Orientale” e l’Università di Catanzaro “Magna Græcia”).

10 Le dimensioni quantitative della carestia, che colpì sia il regno di Napoli, sia lo stato pontificio, sono inevitabilmente approssimative. A. Caracciolo, La storia economica, in Dal primo Settecento all’Unità, in «Storia d’Italia», III, Torino 1973, p. 522;  G. Galasso, Mezzogiorno medievale e moderno, Torino, 1965, pp. 309-310] Il governo borbonico dovette provvedere all’acquisto all’estero di cereali, che furono trasportati nel  regno da navi inglesi. [De Divitiis, Il commercio inglese cit., pp. 10-11.

11 G. M. Monti, La espansione mediterranea del Mezzogiorno d'Italia e della Sicilia, Bologna 1942 pp. 363-364.

12 P. Frascani, Il Mare, Bologna 2008, pp. 25–26.

13 Si tratta della relazione intitolata “Exposition universelle; Industrie; Produits industriels”, Paris 1855.

14 Giustino Fortunato, La questione meridionale e la riforma tributaria, in Il Mezzogiorno e lo Stato italiano, Discorsi politici (1880-1910), nuova edizione a cura di Umberto Zanotti Bianco, Firenze, Vallecchi, 1926, volume secondo, p. 335.

15 A. Lepre, Contadini, borghesi ed operai nel tramonto del feudalesimo napoletano, Milano 1963.

16 B. Salvemini, Ceti mercantili e crescita urbana in terra di Bari (1815-1830), in Atti del 3° convegno di studi. Ill Risorgimento in Puglia. L’età della Restaurazione (1815-1830), Bari 1983, pp. 539-562.

17 L. Palumbo e B. Salvemini, Aspetti del mercato del grano nell’Ottocento borbonico, in A. Massafra (a cura) Mezzogiorno preunitario, pp. 201-227.

18 A. Graziani, II commercio estero del Regno delle due Sicilie dal 1832 al 1858, in Archivio economico dell'Unificazione italiana, Roma 1960, serie I, vol. X.

 

 

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