I Martiri garibaldini del 1867 contro la teocrazia papale

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I Martiri garibaldini del 1867 diedero la loro vita per un orizzonte ideale ancora più ampio dello stesso Risorgimento Italiano.

Oltre che per l’Unità d’Italia e la sua trasformazione in un paese liberale e costituzionale, per un pieno ingresso nella Modernità, per un’Europa di Libere Nazioni, essi diedero la vita per abbattere anche la teocrazia papale, un modello pericoloso ed inquietante, allora ed oggi, di una monarchia assoluta su basi religiose, non dinastiche, negatrice dei fondamentali diritti dell’uomo e del cittadino, centro dogmatico universale negatore della libertà religiosa, della libera ricerca filosofica e scientifica, della democrazia, del libero sviluppo moderno della civiltà liberale, del socialismo, profondamente antisemita.

Solo con il nostro grande, poliedrico, nobile Risorgimento ebbe fine l’era dei ghetti e dell’emarginazione millenaria di questa nobile, commovente, dolorante minoranza religiosa, dando riconoscimento pieno dei diritti civili, politici, tanto che giunsero  a divenire anche presidenti del Consiglio con il ministero dell’ebreo Luigi Luzzatti negli anni 1910-1911 e con il grande sindaco di Roma l’ebreo Ernesto Nathan negli anni 1907-1913.

Il Papa Pio IX riassunse la posizione ufficiale del cattolicesimo dogmatico, intransigente, di rifiuto e di condanna di tutto il mondo moderno, di tutto il mondo liberale, democratico, socialista dell’Umanità con il famoso “Sillabo”, che è del 1864, si ripete, 1864, con scandalo dell’Europa colta e libera tutta di allora, tre anni prima del moto garibaldino del 1867.

 

Il Sillabo è l’appendice di 80 proposizioni giudicate inaccettabili dalla Chiesa cattolica di allora, appendice posta alla fine dell’enciclica Quanta Cura dell’8 dicembre 1864.

Oggi la Chiesa cattolica è formalmente e in tanti aspetti mutata, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, e accetta e riconosce almeno formalmente tutti quei diritti e quei principi, diritti civili, politici, sociali, principi di libertà, di democrazia, di libero pensiero, di libera ricerca, contro i quali si era levata come nemica principale nel 1864 ed aveva scagliato il suo esercito di mercenari, di zuavi, nel 1867 e per l’affermazione dei quali si levarono invece giovani volontari di ogni parte d’Italia, in particolare toscani e umbri, e in tanti diedero anche la vita.

La Chiesa cattolica oggi in ogni sede ufficiale, nei discorsi del Papa a Piazza San Pietro e nei viaggi all’estero, come quelli di questi giorni di Papa Francesco in Estremo Oriente, parla di dignità di ogni essere umano, dei suoi diritti, della libertà, della democrazia, della pace.

Questo è lodevole, merita rispetto, è importante, specialmente in questo mondo dominato ancora da dittature, da diseguaglianze, da conflitti, dai pericoli di apocalisse nucleare.

Allora, si dovrebbe concludere, se si è onesti e rispettosi veramente della verità storica: allora avevano ragione i protagonisti del moto risorgimentale del 1867.

La Chiesa di oggi dovrebbe onorare quei Martiri e quei Patrioti critici di una Chiesa, che viveva allora, nel 1867, ancora nell’assolutismo politico, nel potere temporale-clericale, e nel dogmatismo duro, nella prepotenza ideologica, nell’antisemitismo, e che si è avviata man mano storicamente, poco alla volta, come nella prassi della sua struttura complessa millenaria, verso nuovi orizzonti di Verità e di Umanità, grazie, tra gli altri, anche allo scossone del moto del 1867.

La Chiesa cattolica, il cattolicesimo italiano dovrebbero di più richiamare, onorare la componente cattolico-liberale, che fu parte fondamentale del Risorgimento Italiano (e basti richiamare ad esempio le nobili figure del vescovo-Martire della Repubblica Napoletana del 1799 Michele Natale, i sacerdoti Martiri di Belfiore, come don Enrico Tazzoli, il grande  scrittore Alessandro Manzoni, il sacerdote e filosofo Antonio Rosmini).

Invece (e questo dimostra amaramente che si rimane ancora lontani, che si è sul piano dei riconoscimenti solo formali e delle parole, non nei fatti, tranne qualche episodico momento di richiesta di perdono, come nel caso dell’umiliazione inflitta a Galilei ed alla sua libera ricerca astronomica) sui Martiri e sui Patrioti del 1867 sono calate, oltre la condanna violenta dell’epoca, l’altra più dura condanna, quella del silenzio, della rimozione, che durano fino ad oggi, tanto che in tutti i mezzi di comunicazione di massa il 150° dell’insurrezione per Roma capitale d’Italia del 1867 è passato sostanzialmente nel silenzio collettivo, con pochissime sparse, solo locali, manifestazioni.

Si spera sempre che il clima cambi a livello delle classi dirigenti a tutti i livelli e si sia più rispettosi della verità storica, col coraggio e l’onestà di essa, e la si onori nei suoi eventi e nelle sue Personalità nobili.

Si farebbe civilmente del bene a tutti, specialmente alle nuove generazioni, che non sarebbero condannate a essere immerse solo nel presente, nello stordimento, nella distrazione, con la nebbia del passato e l’incertezza quindi del futuro. Un Paese senza memorie nobili costantemente richiamate ed onorate non ha futuro.

 

 

 

 

 

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