1869. La breve vita della I Internazionale a Castellammare di Stabia

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I licenziamenti nel Regio Cantiere Navale

Il decennio successivo all’unificazione del Paese non fu uno dei più tranquilli per la classe operaia stabiese, sconvolto da licenziamenti a catena che falcidiarono l’occupazione nel Regio Cantiere com’ebbe a scrivere Piero Bevilacqua nella sua Breve storia dell’Italia meridionale.

«(…) a seguito dell’abolizione pressoché immediata delle vecchie tariffe protezionistiche, dall’ottobre 1960, esponendo di colpo buona parte delle industrie dell’ex Regno alla concorrenza esterna mettendola in grave difficoltà e costringendo, talora, le più deboli alla chiusura».

A Castellammare, negli anni successivi all’unificazione, gran parte degli opifici legati al capitale straniero, come l’industria tessile e conciaria – diventata famosa in tutta Italia e in alcuni casi esportata perfino all’estero grazie ad alcuni abili imprenditori - chiusero una dopo l’altro, non trovando più la convenienza ad investire nell’area stabiese e nel Mezzogiorno in generale.1

La crisi economica, con il vertiginoso aumento del costo della vita e il dilagare della disoccupazione, si fece sentire in tutta la sua gravità fin dai primi mesi del nuovo regime, oscurando ben presto la gioia di quanti avevano salutato il nuovo ordine politico invadendo festosamente le strade per accogliere degnamente le camicie rosse di Garibaldi.

Dappertutto salutati come autentici liberatori – i vincitori d’ogni tempo, luogo e colore, sono sempre salutati come liberatori - salvo pentirsene amaramente, il popolo minuto innanzi tutto, quando si resero conto che il cambiamento tanto auspicato tardava a farsi vedere.

Nell’immediato il nuovo ordine portato dai piemontesi si risolse, per la grande maggioranza della popolazione, in un peggioramento delle condizioni di vita, favorendo con ciò il diffondersi del brigantaggio. Nel napoletano la crisi si presentò fin dal gennaio 1861, quando si arrivò alla chiusura momentanea d’opifici e arsenali e forti furono le paure di una loro definitiva smobilitazione provocando le prime reazioni.

 

Sull’atteggiamento tenuto dal nuovo governo nazionale è interessante la critica avanzata nel 1864 dal marchese Pietro Calà Ulloa (1801 – 1879), l’ultimo Presidente del Consiglio dei Ministri dell’ex Regno delle Due Sicilie, nominato da Francesco II alla vigilia della sua definitiva caduta, in una delle sue lettere napoletane. Una lettura di parte, ma non per questo meno vera:

«Gli spiriti, allorché il governo decretò la chiusura degli arsenali, e dei cantieri, erano di già molto inaspriti. La flotta fu condotta a Genova, il cantiere di Castellammare soppresso, tutto il personale licenziato. Gli arsenali di terra, ov'erano state depositate tante ricchezze militari; furono saccheggiati senza vergogna e senza riguardo, 250,000 fucili, e tutti i cannoni di bronzo degli arsenali, e delle piazze furono spediti in Piemonte. Dopo la caduta di Gaeta, il saccheggio e la distruzione non conobbero più limiti. I palazzi di Napoli, di Capodimonte, di Portici, di Caserta e della Favorita, ricche di tante magnifiche opere di arte, divennero le spoglie opime di Torino e dei Verri, che venivano in l'un dopo l'altro ad occuparvi a breve intervallo le funzioni di proconsoli».2

Un primo tentativo di difendersi, se non altro dagli effetti della disoccupazione, delle malattie e della vecchiaia, distribuendo piccoli sussidi, gli operai del Regio Cantiere navale lo fecero nel 1862, quando 800 di loro costituirono una Società di Mutuo soccorso, detta delle Maestranze del Real Cantiere. Una tra le prime fondate in Campania e nel Mezzogiorno, ma contro la crisi incombente poco si poteva fare.3       

La maggioranza del popolo, forse anche alla luce dei pochi brillanti risultati portati dai vincitori venuti dal nord, continuava a dimostrare lealtà al pur giovane e romantico Francesco II (1836 – 1894), nonostante che questi non fosse meno reazionario del padre. Chiuso nella fortezza di Gaeta, l’ultimo re di Napoli costruiva la sua leggenda, deciso a resistere e, forse, a morire in un’inutile sanguinosa prova d’orgoglio e nel frattempo, alimentate dai borbonici, le dimostrazioni infiammavano città e campagne del Mezzogiorno, provocando arresti, morti, feriti e nuova linfa a quanti intendevano rimanere fedeli al vecchio regime.4

Dalle ribellioni di piazza non si esentarono Castellammare e Torre Annunziata, provocando tumulti fin dal 31 dicembre 1860, così come si erano già avute a Torre del Greco, dove inferocite massaie invasero le strade, lamentandosi dell’improvviso aumento del prezzo dei fagioli e a Napoli, interessando gli operai dell’Arsenale e di Pietrarsa. 

In febbraio ci furono nel Regio Cantiere i primi 400 licenziamenti, ritenuti in eccesso rispetto alle effettive necessità di una produzione costretta per la prima volta a misurarsi con un mercato non più protetto dalla barriera protettiva dei dazi e dalla frontiera amica, eretta a difesa della debole e traballante industria dai regnanti dell’ormai defunto Regno delle due Sicilie.

Ma di leggi dell’economia, gli operai nulla sapevano e neanche interessava approfondire: era stato loro promesso un mondo nuovo, migliore di quello in cui erano nati e vissuti e reagirono come sapevano, provocando nuove e più violente manifestazioni, cui seguirono numerosi arresti, mentre nella vicina Boscotrecase, in maggio, un tumulto di lavoranti tessitori appoggiati dalla Guardia Nazionale locale fu sedato soltanto con la promessa di un aumento delle paghe.5

I Cantieri navali, orgoglio e vanto della Castellammare marinara, si mossero, dunque, fin dall’unificazione nazionale, tra crisi, minacce di chiusura imminente e nuovi progetti di riconversione industriale, alcuni dei quali, anche se con fatica, furono realizzati.

In particolare dopo il 1877, quando fu approvato il primo piano organico per la costruzione del naviglio militare e per il quale furono stanziati 20 milioni di lire per il decennio 1877-1887. Ma già dopo il 1862 avevano subito una prima profonda trasformazione, quando cominciarono a adoperare il ferro nella costruzione degli scafi, come brillantemente ricorda Luigi De Rosa nel suo, Iniziativa e capitale straniero nell’industria metalmeccanica del Mezzogiorno.

L’anno più nero sembrò essere il 1865: apertosi con oltre mille licenziamenti tra Napoli e Torre del Greco, così come denunciava il Popolo d’Italia il 15 febbraio, seguì un numero imprecisato d’operai della società concessionaria delle ferrovie romane e poi venne il turno di Castellammare. L’annunzio fu dato il 2 marzo, quando il Ministero della Marina scrisse al Prefetto annunciando un forte esubero d’operai e il necessario, conseguente prossimo licenziamento di 541 dipendenti.

Per evitare possibili violente reazioni da parte degli operai, fu consigliato di licenziare a scaglioni, inviando i nominativi prescelti alla Questura per una più attiva prevenzione in caso d’eventuali probabili disordini.6 

Il Prefetto Paolo Vigliani comunicò, a sua volta, la notizia al Sottoprefetto del Circondario di Castellammare di Stabia, l’avvocato Achille Serpieri (1828 – 1887) abile funzionario di governo il cui valore si era già dispiegato a Cesena, dove aveva iniziato il suo lavoro nell’amministrazione provinciale e poi a Potenza dov’era stato consigliere delegato.

Serpieri arrivò nella Città delle Acque il 12 giugno 1863 per sostituire un inefficace Gaetano De Roberto, dimostratosi incapace nella repressione del brigantaggio, riuscendo in breve tempo ad accattivarsi le simpatie e il rispetto delle diverse istituzioni locali.

Non a caso, quando nel gennaio 1865 cominciarono a diffondersi le voci di sue probabili dimissioni, per la volontà del funzionario di presentarsi alle elezioni politiche, candidandosi nel collegio di Rimini, il sindaco di Castellammare, Salvatore Acampora, non esitò a convocare una seduta straordinaria del consiglio comunale, approvando all’unanimità un ordine del giorno da inviare al Ministro degli Interni, Giovanni Lanza (1810 – 1882) per chiedergli di non privare «(…) il Circondario della direzione di sì savio ed esperto funzionario (… )7 il cui contributo era stato importante contro il brigantaggio che infestava la zona».8

Nei giorni successivi l’intero consiglio comunale si recò in delegazione, nella sede della Sottoprefettura, al Corso Vittorio Emanuele, per incontrare Achille Serpieri, rinnovandogli la preghiera di rinviare la sua partenza. Andrà poi via all’inizio dell’estate di quello stesso anno, sostituito dall’abruzzese Emidio Gomez Mezzopreti (1826 - 1889), non prima di aver compilato materialmente, per richiesta dell’Assemblea dei soci, il Regolamento dell’Associazione per Mutuo Soccorso delle Maestranze di Castellammare.9  

I licenziamenti avvennero tra aprile e luglio, senza incidenti di rilievo grazie al solerte intervento del Sottoprefetto, che aveva, in quelle settimane cruciali, continuamente sollecitato l’amministrazione comunale a far assorbire la manodopera in eccedenza nei cantieri edili, avviati propri in quei mesi dalle imprese cui erano stati affidati numerosi lavori pubblici.

In questo modo il previdente Achille Serpieri poteva scrivere nel suo rapporto come «(…) niuna perturbazione è avvenuta e ai primi lamenti si è posto riparo dal sottoscritto col fare offrire, dall’ufficio di pubblica sicurezza, posti nei lavori comunali…altri invece si sono sparsi nei vari comuni cui appartenevano e non ricevo alcun lamento della loro disoccupazione».10

Si erano da poco consumati gli ultimi licenziamenti, quando in luglio il Ministero annunciava la necessità di tagliare altri 40 posti di lavoro, gettando nella costernazione lo stesso Prefetto. Inutilmente il senatore Paolo Vigliani si affrettò a rispondere:

«Nelle presenti condizioni in cui versa questa provincia, un nuovo licenziamento d’operai dal cantiere di Castellammare, arrecando un vivo sconcerto nei rapporti economici di molte famiglie, è evidente che l’ordine pubblico ne sarebbe gravemente compromesso».11 

La viva preoccupazione espressa dal Prefetto non servì a nulla, irrigidì, anzi, ancor di più la posizione del ministero teso a portare avanti il suo programma di ridimensionamento degli organici. Cosa importavano le preoccupazioni del Prefetto, anche se queste non erano per niente campate in aria?

Era noto come i diversi lavori pubblici avviati dall’Amministrazione comunale non erano stati sufficienti a contenere i continui licenziamenti avviati in quei mesi dal cantiere militare e la conferma venne da una corrispondenza del successivo 2 ottobre sul Giornale di Napoli in cui si rendeva noto una ripresa dell’emigrazione dalla città delle acque, in particolare d’operai del cantiere verso l’Egitto.12

Castellammare, la sua gente, in particolare i lavoratori del Regio Cantiere e le loro famiglie, dovettero ben presto abituarsi a vivere nella continua paura, spesso trasformatosi, in concreta disperazione; allo stillicidio di notizie, spesso vere, altrettante volte false o fatte passare per tali dopo averle abilmente ritratte.

Così fu accolta, dunque, l’ennesima notizia rimbalzata da Napoli a Castellammare e trasformatosi immediatamente in effettiva preoccupazione: il Ministero della Marina aveva cominciato a progettare il trasferimento dell’arsenale da Napoli a Taranto, allarmando gli arsenalotti napoletani e successivamente anche i 2mila operai del cantiere di Castellammare.

Stavolta a preoccuparsi non furono solo i diretti interessati, perché anche il Questore cominciò a prendere sul serio le varie e contraddittorie notizie provenienti da Roma se il 2 gennaio 1867 si affrettò a scrivere al Prefetto affinché «(…) Fosse posta la più solerte attenzione del Governo…per alleviare la dolorosa condizione….».

Era presente in tutti il pericolo dell’effettiva chiusura dell’Arsenale e di come questo avrebbe compromesso irrimediabilmente l’esistenza di circa cinquemila famiglie trascinando nel baratro anche il maggiore opificio di Castellammare con i suoi duemila operai «che si troverebbero un bel giorno gittati nella strada con i cinquemila di Napoli».13

Contro i continui licenziamenti e le prime avvisaglie di privatizzazioni, l'undici gennaio delegati degli arsenalotti di Castellammare e di Napoli, vinta la paura, consapevoli della necessità di reagire in qualche modo a quanto accadeva, finalmente s’incontrarono per avviare la costituzione di un’Associazione tesa a fronteggiare le minacce di smobilitazione delle loro fabbriche.14

Ma i tempi non erano ancora maturi, forse mancò la forza, il coraggio, l’esperienza necessaria o, più semplicemente, la crisi economica si mostrò più forte d’ogni resistenza.

Di certo tutto questo non faceva dormire sonni tranquilli a nessuno, nell’impotenza generale dettata da una crisi economica dalla quale sembrava nessuno capisse come uscirne, tranne aumentare a dismisura le diverse imposte con l’unica conseguenza di far avvitare la crisi su se stessa, in una spirale senza fine.

Tra l’ottobre e il dicembre del 1870 ci fu un fitto carteggio tra il Sottoprefetto del Circondario, Alessandro Righetti, a Castellammare dal 27 aprile 1867 e il Prefetto di Napoli, a seguito di nuovi e più numerosi licenziamenti verificatosi nei cantieri navali.15

E altri ancora ne verranno nel corso del 1870, mentre comincerà a mancare il lavoro anche nel Cantiere Mercantile. Altri licenziamenti seguiranno nel 1871 mentre nell’arsenale di Napoli, nonostante una disperata petizione tesa a scongiurare la smobilitazione, furono in 550, nel gennaio 1872, a ritrovarsi di colpo senza più lavoro.16

 

La sezione stabiese della I Internazionale

La crescente disoccupazione e il diffuso malcontento approdarono, il 31 gennaio 1869, in un’assemblea d’operai a Napoli guidata dall’anarchico Stefano Caporusso e conclusasi con l’adesione alla Sezione Italiana della Prima Internazionale.17

L’Associazione ebbe un successo immediato e qualche mese dopo poteva già contare su 1.200 soci, in gran parte operai dell’arsenale e delle officine ferroviarie di Pietrarsa. La Sezione riuscì anche a pubblicare un settimanale diretto dal professore di legge Giovanni Battisti Statuti, genero del Caporusso, il cui primo numero uscì il 5 novembre 1869, L’Eguaglianza, sottotitolato Giornale degli operai, in cui si affrontarono i problemi, le speranze e le forme di lotta più adeguate al nascente movimento operaio organizzato:

«Propugneremo esclusivamente le cause del lavoro e gli interessi economici sociali e politici della classe operaia», era scritto nel primo numero.18   

La comune esperienza vissuta dagli arsenalotti di Napoli e di Castellammare nel 1867, quando si erano associati per unire le forze e trovare una strategia comune contro la raffica di licenziamenti di quei primi anni ’60, portò per forza di cose ad estendere l’iniziativa nella vicina cittadina stabiese, favorita dalla presenza del capo mastro Luigi Maresca, “già noto rivoluzionario”, ed entusiasta promotore della fondazione di una «(…) frazione dell’Associazione Internazionale di Londra di cui sono dappertutto divulgati i turbolenti propositi».

La Sezione era stata appena costituita e ad essa avevano aderito circa 500 operai, tutti dipendenti del Regio Cantiere, quando nella mattinata del 9 novembre 1869, tre suoi rappresentanti, Vincenzo Carrese, Gaetano Pesanto e Gioacchino Citarella, si recarono dal sindaco, Francesco De Angelis, per chiedere l’uso di un locale dove poter tenere le proprie riunioni.

Avuta notizia di quanto stava accadendo, Alessandro Righetti, allarmato, relazionò immediatamente al suo diretto superiore chiedendogli di prendere le opportune contromisure:

«(…)Per impulso principale di certo Luigi Maresca – scriveva il Sottoprefetto - capo maestro del Cantiere Militare, già noto rivoluzionario, ora camuffato da liberale spinto, cooperato da altri operai dipendenti da lui, nello scopo di costituire anche qui una frazione dell’Associazione Internazionale di Londra di cui sono dappertutto divulgati i turbolenti propositi…trovo strano si abbia a tollerare che essa sia promossa e costituita da coloro che essendo, come il Maresca, impiegati del Governo, dovrebbero essere elementi di moderazione (… ) conchiudo adunque pregando la S.V. Illustrissima, ove lo creda, di provocare il trasferimento del Maresca in altro cantiere, anche perché non sia di grave ostacolo nel caso non improbabile d’elezioni politiche».19

Il Prefetto Rodolfo D’Afflitto (1809 – 1872),20 che aveva assunto l’incarico da pochi giorni, il 4 novembre, non si fece ripetere due volte il suggerimento chiedendo l’immediato intervento del Comandante del II dipartimento marittimo affinché si adoperasse per un rapido trasferimento del Maresca.

Il sollecito a sua volta non trovò ostacoli, al punto da trasferire il capo mastro fin dal 21 novembre nell’arsenale di Venezia.

Indebolita, dunque, fin dall’inizio, con la perdita del suo fondatore, da considerare, a giusta ragione, il primo socialista della Castellammare operaia, la sezione stabiese della Prima Internazionale sorta in un ambiente non ancora permeabile alla propaganda della nuova dottrina marxista, sottoposta a continui controlli della Sottoprefettura, immediatamente resasi conto della pericolosità di questa nuova associazione, non ebbe vita facile né lunga e fu travolta dagli eventi nel febbraio dell’anno successivo, spegnendosi con la chiusura della sezione di Napoli.

Il numero degli iscritti alla I Internazionale era andato crescendo sempre di più, con la Sezione di Napoli ormai avviata a raggiungere i 2.200 soci.

A questi bisognava aggiungere gli operai delle associazioni di Sciacca, una cittadina industriale in provincia d’Agrigento e di Castellammare, raggiungendo ben presto, complessivamente, una forza di ben 3mila iscritti. Erano troppi e tendenzialmente pericolosi perché il Prefetto non ritenesse, a questo punto, indispensabile agire.

L’occasione si presentò il 4 febbraio 1870, a seguito di uno sciopero di conciapelli guidato dallo stesso Stefano Caporusso, fornendo in questo modo l’alibi alle forze dell’ordine di provocare, il suo arresto e quello d’altri tre operai, sorpresi mentre raccoglievano denaro per la cassa di resistenza, tutti condannati ad un mese di carcere.

In seguito espulso con l’infamante accusa di essersi appropriato i fondi della sezione, questa in poco tempo decadde; ma mentre quella di Castellammare chiuse per non riprendersi mai più, l’Associazione napoletana trovò nuova linfa per merito soprattutto di Carlo Cafiero (1846 – 1892), inviato in Italia da Friedrich Engels (1820 – 1895) con il compito di stabilire collegamenti tra le diverse sezioni dell’Internazionale e possibilmente di costituirne delle nuove.21   

Seppure breve la vita della Sezione di Castellammare della Prima Internazionale, e nonostante l’allontanamento forzato del suo principale leader, quanto seminato non andò completamente perduto. Il 26 agosto 1873, infatti, il Sottoprefetto avvertiva il delegato di pubblica sicurezza di Gragnano:

«(…) Con la mia circolare del 15 luglio ultimo, portavo a vostra conoscenza delle mene degli internazionalisti che tentano di promuovere scioperi tra la classe degli operai…importante perciò di vigilare attentamente all’ordine pubblico, si stima opportuno ripetere le massime raccomandazioni ad indagare le cause degli scioperi stessi perché fa mestiere vedere quando i medesimi si producano per cause ordinarie e, quanto siano l’effetto dei suggerimenti di un partito sovversivo».22

Ancora al 6 giugno 1874 doveva resistere un forte nucleo, collegato con i centri sovversivi impegnati in un tentativo rivoluzionario da effettuarsi nell’agosto di quello stesso anno, se a quella data il Prefetto poteva scrivere al Questore di Napoli:

«(…) Particolari informazioni mi farebbero credere che…a Napoli e nel resto della provincia la propaganda dell’Internazionale sia assai attiva, essendo riuscita a fare reclutare molta gente, in ispecie fra gli operai addetti alla marina mercantile, fra i lavoratori dei cantieri…Castellammare sarebbe il punto centrale delle operazioni dell’Internazionale nel napoletano».23

Un successivo rapporto della seconda metà di luglio confermava come nella città stabiese fossero ormai in via di formazione nuclei armati di repubblicani e socialisti, pronti per l’insurrezione, attesa per i primi giorni d’agosto.

Alle forze dell’ordine distribuite sul territorio si raccomandava quindi d’essere pronti a fronteggiare la situazione.

L’imminente rivoluzione fallirà ancora prima di decollare con l’arresto, la notte del 2 agosto, di Aurelio Saffi (1819 – 1890) e altri 27 capi cospiratori. Il cinque sarebbe stata la volta di Andrea Costa (1851 – 1910), la vera mente pensante dell’insurrezione.

Ciononostante, in alcuni punti prestabiliti del Paese, nella notte tra l’otto e il nove agosto, gruppi di disperati si mossero ad Imola, a Firenze e in Puglia. Verso la fine d’agosto, il Comitato Italiano per la Rivoluzione Sociale tentò ancora, con un appello, di far sollevare la popolazione, ma ormai la sconfitta era totale.

Il primo a rendersi conto della necessità di mutare metodi e strumenti fu Andrea Costa, successivamente approdato al socialismo, dopo essersi liberato della radice anarchica, diventando, nel 1892, il primo deputato socialista nel parlamento italiano.24

Più modestamente al nascente movimento operaio stabiese toccò attendere il 1902 per mandare in parlamento un suo rappresentante, il repubblicano Rodolfo Rispoli (1863 – 1930), poi diventato fervente nazionalista alla vigilia della Prima Guerra Mondiale.

Ma questa, come sappiamo, è un’altra storia, quella brutta del voltagabbanismo meridionale, tutt’ora in vigore. Oggi più che mai.

 

 

 

Note

1 «I prodotti della fabbrica di Maurizio Iammi Bonnet di Castellammare hanno tanto di rinomanza conquistata che dove prima sol da qualche luogo d’Italia erano richiesti, ora rilevanti spedizioni se ne fanno all’estero e specialmente per Costantinopoli…alla stessa mostra industriale di Napoli del 1853 presentavano saggi...Antonio Contento di Castellammare». Cfr. Massimo Petrocchi, Le industrie del Regno di Napoli dal 1850 al 1860, ed. Pironti, Napoli, 1955, pag. 16 e ss.

2 Pietro Calà Ulloa, Lettere napoletane, Roma, 1864.

3 Sulla nascita delle società di mutuo soccorso, i suoi congressi e sulle origini del movimento operaio italiano, sono indispensabili le letture di Gastone Manacorda, Il movimento operaio italiano, Editori Riuniti, 1963 e Stefano Merli, Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale, ed. La Nuova Italia,Firenze, 1972.

4 Il lungo assedio della fortezza di Gaeta, cominciata nei primi giorni del novembre 1860, terminò il 13 febbraio 1861 con la resa di Francesco II e della sua giovane moglie, Maria Sofia di Baviera.

5 Alfonso Scirocco,  Democrazia e socialismo a Napoli dopo l’Unità, Libreria Scientifica Editrice, 1973, pag. 73, che lo trae da ASN Relazione del Sottintendente di Castellammare, Min. Pol., f. 1166. Cfr. anche Antonio Barone, I briganti del Monti Lattari, Città di Castellammare di Stabia, 1986, pag. 9-10.

6 Alfonso Scirocco, Democrazia, cit. pag. 159 e ASN, Prefettura f. 312.

7 ASC, Sul Sottoprefetto Achille Serpieri, busta 97, inc. 1. Dal Giornale di Napoli del 4 febbraio 1865 apprendiamo anche che, Il Consiglio comunale di Castellammare, in una recente tornata conferiva per acclamazione la cittadinanza al bravo Sotto Prefetto.  Achille Serpieri era nato a Rimini l’otto settembre 1828. Patriota e combattente risorgimentale si era fatto onore combattendo nel 1848 e nel 1849 in diverse campagne, conquistando sul campo gradi e medaglie. Deputato dell’Assemblea di Romagna nel 1859 si avvierà poi nella carriera di funzionario dello stato, diventando ben presto Prefetto. Cfr. anche successive note 17 e 18.

8 All’indomani dell’uccisione del famigerato brigante Francesco Vuolo detto il “Caporale Vettichese”, per opera di uno dei suoi stessi uomini – la banda operava sui monti di Agerola e d’Amalfi, città da cui era originario il Vettichese - e al successivo costituirsi di quattro briganti, il quotidiano l’Italia in una sua corrispondenza da Castellammare del 12 aprile 1865 così chiosava l’accaduto: «Di tutto questo il merito principale è dovuto al Sotto Prefetto signor Serpieri, il quale col senno, l’attività ed il coraggio ha saputo rendere un grande servigio. Se la lode onesta e sincera è premio a questi servigi, noi diciamo al signor Serpieri: Noi vi rendiamo grazie del bene che avete fatto».A seguito delle rivelazioni di uno dei quattro costituiti, ci fu l’arresto di altri tre briganti di Boscoreale e di altrettanti complici che favorivano la loro latitanza, facendo ancora una volta esultare L’Italia nella sua corrispondenza del 13 aprile: «Restano quattro briganti di più di 100 che dal 1861 infestarono il Circondario. Sono da lungo tempo dispersi e nascosti». Per ulteriori particolari sul brigante Francesco Vuolo cfr. Antonio Barone, I briganti, cit.

9 Nell’agosto 1866 Serpieri sarà nominato reggente della Prefettura di Caserta facendosi ancora una volta onore contro il brigantaggio nei nove mesi del suo mandato.  Prefetto di Caltanissetta nel maggio 1867 e in seguito di Reggio Calabria, Sassari, Foggia, Massa Carrara, Cremona e Caltanissetta. Nel 1878 rinunciò al suo incarico per dedicarsi alla professione forense a Roma.  Nel 1887 accettò la nomina di Prefetto di Messina dove, nello stesso anno mori durante l’epidemia di colera il 19 settembre. Fu autore di diverse pubblicazioni. Cfr. Nico Randeraad, Autorità in cerca di autonomia. I Prefetti nell’Italia liberale, 1997, pag. 304-5.

10 Antonio Barone, Castellammare di Stabia. Pagine di storia, Edizioni Godot 1990, pag. 34. Sull’argomento vedi anche la corrispondenza da Castellammare del 29 marzo 1865 sul quotidiano dell’Associazione Unitaria Costituzionale, L’Italia: «Dal R. Cantiere di Castellammare saranno licenziati 500 operai a brevi distanze 100 circa alla volta. Il fatto sarebbe di gravi conseguenze, ma la previdenza e solerzia di questo Municipio le rimuoverà tutte. Pei semplici operai vi sarà lavoro ad esuberanza nella costruzione di due strade, nella sistemazione di due altre, nella erezione di un Gazometro e pei maestri calafati, carpentieri e fabbri ferrai si darà forma e regola d’urgenza al Cantiere Mercantile per attirarvi i costruttori, ed oltre a un legno in compimento, due altri andranno in costruzione subito e tutti e tre di grossa portata. Sarà costruito un recinto, assegnando il terreno a ciascun costruttore sarà facilitato il magazzinaggio, regolato la custodia e tutto ciò davvero e subito. La costruzione navale è nel genio di questa popolazione, ed è utile alla Nazione che oltre la Governativa si abbia qui in ampie proporzioni la privata».

11 Alfonso Scirocco, Democrazia, cit., pag. 312.

12 Giornale di Napoli, 2 ottobre 1865: «Emigrazione. La mancanza di lavori tra noi obbliga i nostri operai a cercarlo altrove. Di questi giorni molti operai addetti al Cantiere di Castellammare hanno preso la via dell’Egitto, ove se ne ha vivo bisogno».

13 Alfonso Scirocco, Democrazia, cit., pag. 244. Anche il Giornale di Napoli aveva affrontato, fin dal 1865, in un suo articolo del 18 febbraio, la questione del trasferimento del porto militare da Napoli a Taranto, consapevole che questo comportava: «Uno spostamento di interessi che la prudenza governativa deve rendere il meno dannoso possibile». Seguiva poi l’inevitabile domanda: «Ma una volta eseguito il trasloco del porto militare, che ne avverrebbe dell’arsenale di costruzione di Castellammare? La questione è della massima importanza».

14 Paolo Ricci, Le origini della camorra, Edizione Sintesi, pag. 81.

15 Il Sottoprefetto Emidio Mezzopreti era andato via nel giugno del 1866, trasferito a Urbino, dopo aver ben operato nel breve periodo della sua permanenza in questo circondario, mettendosi in evidenza nella lotta contro il brigantaggio che ancora infestava le colline di Agerola, come si evince dalle cronache di quei giorni.

«.. Qui avevamo tre briganti, ora ve ne sono dieci. I tre vecchi sono Oliva che fa da Capo ed è di Scala, un tale Esposito di Agerola ed un soldato siciliano disertore, i nuovi sono tutti di Agerola meno uno che pure è siciliano. Il nostro Sotto Prefetto vuole farla finita con questa canaglia ed ha ottenuto dal signor Prefetto ciò che non si è mai potuto avere dagli altri Prefetti…».

Dalla stessa Urbino giungeva a Castellammare, Agostino Soragni (1829 – 1898), poi costretto a dimettersi a seguito delle elezioni politiche del 10 marzo 1867 per il suo coinvolgimento nello scandalo che ne seguì (vedi nella biografia di Tommaso Sorrentino alla fine del capitolo). Lo sostituì Alessandro Righetti, figlio di un banchiere, nel 1848 ministro delle finanze nella Roma di Pio IX, sotto il ministero di Pellegrino Rossi (1787-1848). Vedi L’Italia, giornale dell’Associazione Unitaria Costituzionale, del 12 e 14 giugno 1866.

16 Alfonso Scirocco, Democrazia, cit., pag. 244 a sua volta ripreso da ASN Gab. Pref. f. 62 carteggio tra Sottoprefetto di Castellammare, Prefetto di Napoli e Ministero della Marina, ottobre- dicembre 1870; novembre-dicembre 1871

17 Stefano Caporusso era nato a Modugno (Bari) nel 1816. Ex sarto, da anni era ormai segnalato nei rapporti di polizia come persona pericolosa. Lo troviamo nel febbraio 1865 presidente della Società operaia, Umanitaria e distributore del giornale, Libertà e lavoro. Secondo lo stesso Cafiero era più un psticcione che un disonesto e subì l’influenza negativa del genero, Michelangelo Statuti.

18 Alfonso Scirocco,  Democrazia, cit. pag. 248. Sulla Prima Internazionale a Napoli vedi anche Aldo Romano, Storia del Movimento socialista in Italia, Ed. Laterza Bari, 1966. Nel primo dei tre volumi: L’Unità italiana e la Prima Internazionale.

19 Antonio Barone, Pagine di storia, cit., pag. 73-74.

Le elezioni politiche di cui si preoccupava il Sottoprefetto in realtà si terranno il 20 novembre 1870 e saranno le prime vinte dal liberale di sinistra, il gragnanese Tommaso Sorrentino

20 Rodolfo D’Afflitto, marchese di Montefalcone, era nato ad Ariano di Puglia. Impiegato nell’amministrazione borbonica, fu arrestato nel 1859 per i suoi principi liberali. Nominato senatore nel 1861, fu Prefetto di Genova e della stessa Napoli già nel 1861 e nel biennio 1863-64. Diventerà poi vice presidente del senato dal 1867 al 1871. Cfr. GDE UTET, vol. VI ad nomen.

21 Agli inizi del 1872 il Prefetto scriveva al Sottoprefetto informandolo che Carlo Cafiero era andato a Castellammare col preciso intento di riguadagnare alla causa gli operai della disciolta società e con la speranza di riuscire a fonderli ed incorporarli nella sezione di Napoli. Vedi Domenico Demarco, Per la storia sociale di Napoli. La fondazione della Prima Internazionale (1869-1870), da Rassegna Economica, n° 3, settembre-dicembre 1966.

22 Antonio Barone, Pagine di storia, cit. pag. 75-76 e ASN Sottoprefettura I serie. Nota del Sottoprefetto a delegato di pubblica sicurezza di Gragnano.

23 ASN Questura Gabinetto fascio 48. Vedi anche Aldo Romano, Storia, cit. «Nelle Calabrie e nelle Puglie si sarebbero già formate delle bande armate composte di repubblicani e socialisti, ed attualmente si lavorerebbe per lo stesso oggetto anche in Castellammare».

24 Per maggiori particolari sull’impossibile rivoluzione sociale sognata dal movimento internazionalista italiano con il suo ingenuo e romantico appello alla sollevazione: «Suvvia dunque insorgete, irrompete, levatevi in massa. Tutti un grido, una volontà, una ragione. Accorrete colle bande alla campagna, sulle barricate nelle città. Ai Palazzi, alle chiese; atterrate le rocche dei vostri nemici». Cfr. Pier Carlo Masini, Storia degli anarchici italiani, Nuova edizione BUR, 1974, pag. 88. A pagina 36 si cita anche la relazione sulla sezione napoletana dell’Associazione internazionale di Carmelo Palladino per il Consiglio generale del novembre 1871 in cui si parla della costituzione in Castellammare di Stabia della sezione della I Internazionale forte di ben “cinquecento individui”. Su quest’ultimo argomento vedi anche Nello Rosselli, Mazzini e Bakunin, edizione Piccola Biblioteca Einaudi 1982, pag. 224-231

 

 

 

 

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