Una riflessione a margine del congresso nazionale sul risorgimento

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La scorsa settimana la città di Napoli ha ospitato il sessantottesimo congresso nazionale per la storia del risorgimento, aprendo le porte di alcuni dei siti più suggestivi e rappresentativi del suo ricchissimo patrimonio storico-artistico. Si tratta di un appuntamento fisso per gli addetti ai lavori e non, le cui radici risalgono al XX secolo e si sono intrecciate con le diverse fasi della nostra storia recente.

Molti anni sono trascorsi dal primo Congresso del 1954 e la società italiana è mutata significativamente, così com’è cambiata la visione diffusa nella società civile del nostro processo unitario.

Lontano dalla rappresentazione oleografica affermatasi all’indomani dell’Unità, si assiste oggi ad un processo che mira a mettere alla berlina il Risorgimento, inteso come turning point negativo della storia del Mezzogiorno e momento iniziale delle tante difficoltà che, sotto diversi profili, hanno caratterizzato le vicende della parte meridionale della penisola italiana dal 1861 ad oggi.

In tal senso, sotto gli occhi di tutti sono state le virulente polemiche suscitate dalla mozione presentata dal Consiglio regionale pugliese e la risposta che, in modo unito e compatto, ha fornito il mondo accademico italiano. La questione, ampiamente dibattuta anche su questa rivista, è riuscita a sconfinare dal mondo accademico, ponendo di nuovo l’accento sulla questione dell’uso pubblico della storia.

 

Ed è in questo contesto rissoso e complesso, dunque, che si è tenuto questo nuovo Congresso, dedicato alle personalità di Francesco De Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini, due delle principali figure del poliedrico Risorgimento meridionale.

Le vicende dei due protagonisti, ricche di affinità e, allo stesso tempo, di non poche differenze, sono state debitamente ricostruite ed analizzate dai numerosi relatori intervenuti che si sono focalizzati sui profili dei due liberali, sul rapporto che ebbero con l’Europa coeva, sulle loro vicende private e sulla loro azione politica. 

Il Congresso, però, offre anche lo spunto per riflettere in modo più ampio ed analitico sul futuro che si prospetta dinanzi agli studi risorgimentali, gradualmente caduti in disuso ed oggi più che mai bersaglio di critiche provenienti da una parte consistente della pubblica opinione.

A livello accademico, non sono certamente mancati negli ultimi anni studi di rilievo sulle vicende del Mezzogiorno pre e post unitario (si pensi agli studi della De Lorenzo, di Paolo Macry e di Carmine Pinto, solo per limitarci ad alcuni nomi), ma è innegabile che la tematica risorgimentale stia ormai perdendo quel fascino che, nei decenni passati, le ha permesso di divenire uno dei principali interessi della storiografia italiana e straniera, suscitando anche interpretazioni nettamente contrastanti tra di loro. In tal senso, si pensi alle differenti letture fornite da Antonio Gramsci e, decenni dopo, dal siciliano Rosario Romeo.

Ma il sentiero che si pone dinanzi agli studi risorgimentali non è certamente reso difficile solamente dalla perdita di appeal della materia trattata, ma anche dall’ormai evidente affermarsi di una nuova interpretazione del Risorgimento, nata dalla “pancia” della società civile, del tutto priva di rigore e credibilità scientifica, ma comunque in grado di raccogliere significativi consensi.

Pare evidente che il movimento neo-borbonico e, più in generale, tutti coloro che si attestano su posizioni secessioniste non rappresentino certamente un interlocutore credibile e di spessore per la comunità scientifica, ma è altrettanto evidente che questi movimenti pongano una sfida, decisiva affinché si possa aprire una nuova ed importante fase.

Occorre invertire l’attuale senso di marcia, caratterizzato dalla graduale scomparsa delle cattedre di storia del Risorgimento e della storia risorgimentale dai programmi scolastici. Un simile trend può solo rendere ancora più scarsa e circoscritta la conoscenza che la società italiana e, in particolar modo, i giovani hanno del processo unitario.

Dinanzi ad un simile scenario, possiamo e dobbiamo augurarci che il recente Congresso possa imprimere uno slancio significativo, in grado di ridare impulso a quanti, addetti ai lavori e non, credono fermamente nei valori fondanti del nostro Risorgimento. In questa ottica, un compito certamente difficile ma decisivo spetterà ai tanti comitati provinciali dell’Istituto italiano per la storia del Risorgimento ed alle società di storia patria.

A loro, infatti, radicate per loro natura sul territorio, spetta instaurare una fondamentale e proficua collaborazione con le diverse istituzioni locali, in modo particolare con gli istituti scolastici di diverso grado. Promuovere lezioni aperte, concorsi a premi ed altre iniziative di questo genere potrebbe essere un modo efficace per rinsaldare il legame tra la società civile e la storia della nostra nazione, un legame che, come detto, ora si mostra più fragile che mai.

Tenendo soprattutto conto degli scarsi mezzi a disposizione, è evidente che si tratti di iniziative complesse e che richiedono la costante collaborazione di attori diversi, ognuno dei quali con un ruolo decisivo. Tuttavia, pare essere una delle poche vie percorribili al fine di garantire una significativa inversione di rotta e riuscire a contrastare con determinazione le posizioni di carattere anti-unitario che oggi sembrano dominare la scena.  

 

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