Il “leggendario francescano”di Manduria

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«Dovendo io far comparire alla luce del Mondo divise in più Volumi le Vite prodigiose dei più celebri Figliuoli del mio gran Patriarca S.Francesco…» sono queste le parole di incipit che figurano nella prefazione al primo volume del Leggendario francescano, ovvero Istorie de Santi, Beati, Venerabili Ed Altri Uomini Illustri, Che Fiorirono Nelli Tre Ordini Istituiti Dal Serafico Padre San Francesco, le quali illustrano chiaramente il fine prefissosi dall’autore dell’opera.1

Il Leggendario è stato  «…scritto per la prima volta dal padre Benedetto Mazzara di Solmona, minore riformato della Provincia di S.Bernardino»dimorante nel Convento francescano di S.Nicola di Sulmona, ed è stato stampato in quattro tomi in Venetia nel 1676 presso Bartolomeo Tramontino.

Successivamente è stato ampliato e riordinato in dodici tomi da padre Pietr’Angelo da Venetia nel 1719 e stampato, sempre in Venezia, per i tipi di Domenico Lovisa

Il Leggendario francescano è concepito come una sorta di martirologio o calendario delle vite dei santi,  «nel quale secondo l'ordine dé mesi si rapportano le vite, e morti dé santi, beati, ed altri huomini venerabili & illustri, quali per le loro rare virtù»,  e raccoglie notizie ed eventi relative alla vita ed alle opere di uomini e donne di santa vita (santi, beati, venerabili) appartenuti ai tre ordini francescani, disponendoli cronologicamente nel corso dell’anno in base alla data della loro morte o rinascita nel cielo  (dies natalis).

L’opera, che probabilmente mutua il suo titolo dalla biografia ufficiale di San Francesco, la Legenda maior scritta da San Bonaventura da Bagnoreggio, appartiene alla letteratura edificante e della devozione tipica dell’epoca ed il suo scopo è quello di far conoscere le «vite di moltissimi Huomini vissuti figli e fattisi imitatori del Serafico Patriarca, quali possono non hà dubbio spronar’ i Nostri, ed incitar’altri alla perfezione, scopo principale degl’Autori de’ Sagri Volumi».

L’autore avverte però che «Non è stato a me possibile raccoglierle tutte per esser la Religione (n.d.a., la famiglia francescana) sì vasta, é trovarmi io ristretto tra i confini, in cui tantosto non capitano, é malagevol’il procurarle».

 

Tale avvertimento sull’ampiezza dell’indagine avviata dall’autore alla ricerca di francescani vissuti in concetto di santità, tanto in Italia, quanto all’estero (Europa, Asia. Americhe), accresce l’importanza del fatto che,  in un’opera tanto vasta, figurino le biografie di ben tre frati francescani di santa vita,  nati a Casalnuovo (Manduria).

Essi rispondono ai nomi di fra’ Antonio Monaco, frà  Bernardo da Casalnuovo e fra’ Vito da Casalnuovo e le relative notizie agiografiche sono riportate nel Leggendario, in corrispondenza delle date di morte, avvenuta, rispettivamente, l’8 Gennaio, l’1 Ottobre e il 27 Dicembre.

Tali biografie non figurano nella edizione originaria, in quattro volumi, scritta da padre Benedetto Mazara, ma nella successiva rielaborazione in dodici volumi curata da padre Pietrangelo da Venezia.

Quest’ultimo, come egli stesso riferisce, ha attinto abbondantemente alla “Cronica de’ Minori Osservanti Riformati della Provincia di San Nicolò” scritta da padre frà Bonaventura da Lama, per la provincia francescana di S.Nicola (originariamente comprendente, prima della scissione, la provincia monastica di Bari, che ne ha conservato il nome, e quella di Lecce, successivamente intitolata a S. Giuseppe).

Il primo in ordine cronologico (essendo stato riportato, appunto, il giorno 8 di Gennaio) è fra’ Antonio Monaco, laico riformato francescano, nato «in Casalnuovo detto anticamente Manduria» nell’anno 1587 da Orazio Monaco e Lucente Galatina. Al religioso mandurino sono dedicate dieci pagine fitte di notizie (pagg. 136-146 del tomo I), in parte tratte dal testo di padre Bonaventura da Lama.

Ragioni di spazio e di limiti, che mi sono imposto per l’indagine, mi consentono di soffermarmi soltanto sugli episodi della vita del frate che ritengo meritevoli di maggior attenzione, rinviando i lettori più esigenti alla consultazione dell’opera disponibile sul web.

Premette l’autore che   «Poche cose della vita, ma prodigiosi miracoli oprati dal Signore per i meriti, ed intercessione di questo suo servo in tutto il tempo che visse, e dopo la sua morte potremmo addurre, perché le relazioni trasmesseci dalla nostra Provincia di Bari […] tutte si diffondono in narrare i di lui stupendi miracoli, ch’oprò vivendo, perché tutta la sua vita fu un continuo oprar meraviglie; cosiché giustamente da tutti viene chiamato il Taumaturgo della Provincia di Bari non solo, ma di tutto il Regno …».

Fa seguire quindi la descrizione meticolosa e circostanziata dei vari prodigi attribuiti al frate mandurino, veramente numerosi, con l’indicazione precisa dei luoghi, delle persone e dei tempi.

Innanzitutto, l’autore fornisce alcune brevi notizie biografiche riferendoci che, vestito l’abito religioso nel convento di Francavilla Fontana nel 1607, inizialmente il frate «esercitosi in tempo del noviziato nell’arte del sarto, ch’avea portato dal secolo, cucendo e rappezzando gli abiti de novizi. […]“ fino a quando “gli fu assegnata la cerca, nel qual uffizio s’affaticò fino all’ultimo della vita, così volendo il Signore, affinché si manifestassero l’opere di Dio in questo suo servo. In tre soli conventi ritrovo esser egli stato cercatore, cioè in Francavilla, in Salice, & in Casalnuovo sua patria, dove si fermò più che altrove».

Prosegue dopo con la descrizione di miracoli ed altri fatti prodigiosi, tra i quali molto spazio occupano quelli operati a Manduria (Casalnuovo). Per questi (ma anche per quelli compiuti in altri posti) ricorre, come ho anticipato, l’indicazione precisa dei nomi delle persone di volta in volta coinvolte, nomi tutti di chiara origine locale come, ad esempio, Trojano, Erario, Pasanisi, Moscogiuri, Micelli, Schiavoni, Erario, de Mitri, Sala, Siena, Sorano, Omodei, ecc., appartenenti a casate illustri ed a famiglie mandurine estinte o ancora esistenti.

Ciò a riprova della veridicità storica dei personaggi e dei luoghi relativi ai fatti descritti.

Come premesso non mi è possibile parlare dei numerosi casi di guarigioni miracolose che l’autore (attingendo alle relazioni fatte pervenire dalla provincia monastica di Bari) viene ad attribuire a frate Antonio, essi hanno ad oggetto situazioni diverse: ammalati, risanati da malattie varie, che molto spesso sono precisamente indentificati con il loro nome,  persone che hanno riacquistato la salute dopo aver subito infortuni di vario genere (ad esempio, il caso di «un soldato Borgognone [n.d.a. della Borgogna, ma di stanza a Manduria] gettato a terra dal suo cavallo che fu dal medesimo calpestato nella faccia, ed in tutte le parti del corpo», o quello di «un certo contadino giacente nel letto per essere stato calpestato da bovi e passatoli il carro sopra il corpo, una donna (tale Cecilia moglie di Francesco Carlo Pasanisi) che venuta a contesa col marito fu ferita da lui nella faccia con un candeliere d’ottone,  un pazzo si furioso e terribile, che chiunque gli capitava alle mani, lo sbranava coi denti, e perciò lo tenevano sempre inceppato nelle mani e nei piedi» che fu dal nostro frate guarito a Monteforte, mentre si recava a Roma per comparire dinanzi al Tribunale dell’Inquisizione, e cosi via dicendo.

Ma, particolarmente significativi e molto belli per i loro contenuti, sono i racconti di alcuni prodigi operati dal frate quando «facea crescere il grano nelli granaj, il vino nelle botti, guariva cavalli vecchi e abbandonati, e s’erano morti col segno della Croce li ritornava in vita».

Tra questi di particolare bellezza, anche per la somiglianza (sia pure con un finale al contrario) con la storia del miracolo delle noci narrata dal fra’ Galdino manzoniano nei Promessi sposi, è l’episodio della moltiplicazione del frumento. La gustosissima scena è così raccontata dall’autore: “

«Vittoria Bruni non aveva in casa, che tre tumula di grano, designati da suo marito dottor Francesco Antonio Ferraro per seminarlo a suo tempo; avendone bisogno Frat’Antonio d’un tumulo, andò dalla suddetta a dimandarlo, la quale gli espose l’intenzione del marito; Non importa (disse il buon Religioso) Iddio e San Francesco provvederanno, ed in tre volte che gli dimandò il grano, sempre gli replicava l’istesso, cosiche lo prese tutto. Venuto il tempo di seminare, mandò la Padrona al Convento ad avvisare Frat’Antonio che il marito chiedeva il grano per seminarlo; ed egli mandole a dire ch’avesse fede, che troverebbe la cassa piena, e molto più delli tre tumuli già ricevuti per limosina. Andò la donna a vedere, e vidde coi proprj occhi il miracolo del suo grano così notabilmente cresciuto, onde le aumentò la devozione e la fede verso il Servo di Dio».

Segnalo infine un’altra storia, scelta, tra le tante che pure meriterebbero lettura, perché si contraddistingue per una vivace nota folcloristica riguardante la comunità albanese stanziata nel casale di S.Marzano.

Racconta l’autore che «Essendo abitata la Villa di S.Marzano da Gente Albanese, seguivano ancora quei terrazzani alcune usanze e costumi, praticati nell’Albania; Tra l’altre v’era la seguente. Quando sposavasi una donna, oltre dei balli che si facevano in casa, si ballava altresì nella pubblica Piazza, ed entravano nel ballo tutti i parenti e congiunti dello sposo, come della sposa, non avendo riguardo a ciò fare nemmeno li sacerdoti. Or mentre un giorno questi danzavano arrivò Frat’Antonio, quale vidde molti diavoli, ch’in un altro cantone della Piazza medesima facevano lo stesso. Acceso di zelo il servo di Dio, esagerò contro quel malissimo abuso, e lo fece con tanto spirito e con tanta energia, che fecegli desistere dalla danza, e ritornare contriti alle loro case; e da quell’ora in poi non si è fatta più danza nelle strade publiche, ma solo nelle case privatamente, come si pratica a fare trà parenti».

Il Leggendario si sofferma anche sulle tribolazioni patite dal nostro frate quando fu convocato in Roma dinanzi al Tribunale della S.Inquisizione per rendere conto dei prodigi da lui compiuti che, un malevolo delatore (a quanto pare, un prete di S.Marzano) attribuiva ad “arte diabolica”.

Durante il viaggio alla volta di Roma, che egli affrontò a piedi, armato solo di bastone e di bisaccia, avrebbe accettato il passaggio in carrozza offertogli da un alto prelato.

A questo, alla fine del tragitto, avrebbe predetto l’imminente attribuzione della porpora cardinalizia pronunciando la seguente frase di commiato:  «Ringrazio V. Eminenza, e mi rallegro perché adesso è cardinale, come nella strada riceverà l’avviso della sua promozione».

Di questa cosa, come racconta l’autore, il prelato fu avvertito da un messaggero, mentre era ancora in viaggio, non appena frate Antonio fu sceso dalla carrozza.

Ovviamente, l’esito della convocazione fu positivo per il nostro religioso, grazie anche all’intercessione del novello cardinale, il quale dopo averlo accolto in Roma «lo fè ritornare felicemente ala Provincia, dove invece di ricever confusione, acquistò maggior stima di prima […]».

Il racconto della vita del frate si chiude quindi  con la descrizione delle vicende relative alla sua morte avvenuta in Gennaio «…alli 8, col riso in bocca mandò felicemente l’anima al Creatore nell’anno 1662, avendo d’età 75 anni, e 55 di Religione».

Altri miracoli e fatti prodigiosi seguirono, secondo l’autore, la scomparsa di fra’ Antonio Monaco e sono puntualmente descritti. Inoltre, è anche narrato il fenomeno delle secrezioni bianche che scaturivano dalle sue ossa, interpretate come simbolo di purezza e santità, che valsero al religioso l’appellativo di “Latte fresco”.

Le sue spoglie mortali dovrebbero ancora trovarsi nel convento francescano di Manduria, chiuse in un vaso di creta murato alle spalle dell’altare maggiore della chiesa, dove è collocata un epigrafe che ne conserva la memoria.

 

Un secondo personaggio del quale il Leggendario Francescano reca notizie  (questa volta più stringate ed attinte non dal padre da Lama, ma dalle cronache più essenziali inviate dalla Provincia religiosa di Napoli) è fra’ Bernardo da Casalnuovo, nato nel 1580, del quale non è indicato il nome che egli ebbe al secolo, prima di professare i voti.

Il nostro Leonardo Tarentini ci informa che sarebbe stato compagno dell’altro manduriano Padre Gregorio Pasanisi che, sempre in Napoli, avrebbe rivestito la carica di Provinciale dei riformati.

La sua vita ha però l’onore di essere stata riportata nell’almanacco, al tomo IX, pagina 3, il 1° di Ottobre (giorno della morte), tre giorni prima di quella del Serafico Patriarca  S.Francesco d’Assisi, fondatore dell’ordine minoritico.

L’autore ci fornisce la seguente notizia biografica: «Fu Fra Bernardo nativo di Casalnuovo, Terra cospicua e grande della Provincia d’Otranto, e prese l’abito di Frate laico riformato nella Prov. Riformata di Napoli nell’anno del signore 1606, adì 3 Settembre dell’anno 16 della sua età».

Continua con il racconto della vita del frate, del quale non sono riportati episodi particolari, ma soltanto generiche descrizioni delle sue virtù che vengono diffusamente esaltate e lodate, sempre senza entrare nello specifico.

Le uniche notizie più dirette riguardano le abitudini di vita, improntate ad estrema umiltà e povertà, per le quali il narratore racconta che «una Croce di legno e due nude tavole, dove brevemente dormiva, erano tutte le suppellettili della sua misera cella. Il cibo era, per lo più, un tozzo di pane ed il suo vestire un abito tutto rappezzato, ed in questo uso poverissimo di cose terrene consisteva tutto il suo patrimonio […]».

Vengono anche descritte le apparizioni celesti di cui il frate godette: «…si era reso così caro e familiare alli Cittadini del Paradiso che frequentemente quelli calavano ad  imparadisare (sic!) la sua angustissima cella. Ebbe moltissime apparizioni celesti come lui riferì al suo confessore […]». 

Mentre, secondo i gusti letterari dell’epoca, la notizia della sua morte è data nel modo seguente:  «…la sua anima innocente sciolse le vele dalli lidi di questa vita caduca nell’anno 1637 per approdare al Porto dell’eternità, a godere eternamente il suo Dio, come si spera».

 

Per finire, l’ultima figura in ordine cronologico è quella di Padre Fra’ Vito da Casalnuovo, riportata nel Leggendario al tomo XI, tra le vite di Dicembre il giorno 27 (tomo XXI, pagg. 380-384).

L’autore introducendo le notizie della vita del frate chierico mandurino,  vissuto nella Provincia religiosa di Napoli, riferisce che:  «visse questo padre dopo che entrò nella religione per molti anni, una vita niente dissomigliante dal vivere degl’altri religiosi” fino a quando preso dalla brama di raggiungere una maggiore perfezione […] con una eroica rivoluzione si deliberò di camminare per il più stretto sentiero della santità” e si sforzò di imitare “l’asprissima vita che avevano menata li Santi del nostro Ordine».

In questo modo, si sarebbe sottoposto a continue penitenze e mortificazioni anche corporali tant’è che «Stando di stanza nel convento di S.Antonio di Teano fu veduto più volte dormire nudo sopra una loggia scoperta, esposto alli rigori di rigidissimo inverno, contentandosi piuttosto di gelare e interezzire che dar luogo a qualche larva notturna d’impurità».

Oltre a questa, sono molte altre le prove cui intese assoggettarsi il frate casalnovetano, puntualmente descritte dall’autore con dovizia di particolari, anche perché fossero di esempio per i correligionari.

Ma ritengo che molto più belle, per i risvolti umani che esse presentano, siano le parti del racconto che riguardano il suo rapporto con il popolo e, soprattutto, con i poveri.

Narra il Leggendario che «esercitando per ubbidienza l’ufficio di portinaio nel Convento della Croce di Palazzo, raccoglieva un gran numero di poveri e con inesplicabile carità e pazienza li dispensava il cibo. Procurava con grandissima diligenza, pane e legumi dalli sui divoti, li cuoceva di propria mano, e poi li distribuiva alli miserabili, e con tanta riverenza ed ossequio, come se servisse l’istesso Cristo in persona».

Un tal «Tino de Angelis, nobile dalla Città di Teano, essendo stato mortalmente ferito nel volto da una palla di schioppo, oltre la qual ferita,  era talmente afflitto da una nojosa inappetenza, che già era ridotto all’estremo», ricevuta la visita di padre Vito si sarebbe deciso, su invito del religioso, ad aiutare i poveri, distribuendo loro grano ed altri generi di conforto. Così facendo avrebbe ottenuto la guarigione dall’infermità, dopo che il frate «…presa la scodella di un mendico, pose dentro il cibo per sé apparecchiato e diedelo a mangiare all’infermo […]».

Un altro nobile della stessa città «agente dello Stato di Medina, affatto disperato di poter ricevere una gran somma di denaro che doveva avere dal Viceré, andò con la moglie a raccomandarsi alle orazioni del P.Vito, manifestandoli la sua miseria che era già gionta all’estremo, non avendo più modo di vivere, perché aveva impegnate tutte le sue cose più preziose». Il frate avrebbe risposto di volergli impetrare la grazia «per mezzo delli poveri» e fattesi consegnare delle fave le avrebbe dispensate ad essi esortandoli «che pregassero per una persona che si raccomandava alle loro orazioni». Il miracolo sarebbe stato presto ottenuto giacché «il giorno seguente quel signore tornò in convento a renderli umilissime grazie, perché inaspettatamente e fuor di ogni isperanza, aveva ricuperati ventimila scudi».

Ma proprio questo smisurato amore per i poveri insieme alla sua infaticabile opera di assistenza agli ammalati, soprattutto a quelli di peste, avrebbero causato la morte di padre Vito.

Costui «annichilato dalle penitenze e dalle fatiche continue, e grandi, che aveva intraprese con grandissima carità per servizio degl’infermi, nel principio che incominciò a incrudelire la peste, ed assalito anche egli da questo morbo, nel Convento di Sant’Angelo di Nola […] riposò nel Signore…».

Chiude il racconto la nota dell’autore, il quale dichiara di aver tratto le notizie dalla Cronica de’ nostri Riformati di Napoli, foglio 333.

 

Approssimandosi la festività di Ognissanti (1 Novembre), dedicata, appunto, alla memoria di tutti i Santi, conosciuti, ma anche ignoti, ho voluto riportare all’attenzione dei lettori le antiche storie di nostri concittadini che sono riusciti ad eccellere in un campo, quello della santità, di difficile comprensione ai giorni nostri e, diciamolo pure, di scarsa attualità ed interesse.

E’ vero che in esse, molto spesso, i confini tra la storia e la fantasia non appaiono del tutto nitidi o sembrano intrecciarsi nella tessitura del racconto teso, soprattutto, ad ammaestrare i devoti attraverso il modello delle vite di personaggi esemplari. 

Ma intorno alle figure ed alle opere di questi uomini emergono comunque valori (quali, per citarne alcuni, l’amore per il prossimo e per la natura, la povertà intesa come distacco dai beni materiali, il silenzio come preghiera e momento di elevazione spirituale) che possono essere ancora universalmente condivisi, a prescindere dall’essere, o meno, credenti.

Il 29 Novembre, inoltre, ricorrerà la festa di tutti i Santi dell’Ordine Francescano, così fissata perché in quel giorno di Novembre del 1223, papa Onorio III confermò solennemente la Regola, stabilendo la nascita ufficiale dell’Ordine minoritico.

In quella occasione la famiglia francescana celebrerà la memoria dei suoi Santi, proclamati e non, dai più famosi e noti, a quelli più “piccoli” e nascosti, come gli umili frati mandurini di cui il Leggendario ha inteso perpetuare il nome.

Mentre accompagniamo Ottobre nel suo declinare verso la stagione più buia e più fredda, recuperiamo il senso delle nostre feste e facciamo che, anche nelle nostre scuole, l’inizio del nuovo mese non sia solo la celebrazione di Halloween o di improbabili capodanni celtici, così estranei alla nostra cultura.

 

 

 

Note

1) "Leggendario francescano, istorie de Santi, Beati, Venerabili ed altri Uomini illustri, che fiorirono nelli tre Ordini istituiti dal serafico padre San Francesco raccolto, e disposto secondo i giorni de mesi in quattro tomi dal padre F. Benedetto Mazzara"… (testo ed immagini)

 

 

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