Juan de Valdés, il mistico riformatore

Condividi

Nel 1547,  il viceré di Napoli, Don Pedro da Toledo, tentò l’istituzione di un Tribunale del Santo Ufficio secondo lo spirito della Inquisizione, allo scopo di intervenire drasticamente contro la formazione di focolai ereticali e per frenare l’atteggiamento ostile della nobiltà napoletana nei confronti del governo vicereale.

Da tempo, infatti, un fermento nuovo agitava la società napoletana che aveva accolto con viva simpatia Juan de Valdés, un teologo e riformatore spagnolo che, nella sua villa sulla riviera di Chiaia, riuniva elementi della colta nobiltà napoletana desiderosi di apprendere con vivo interesse il pensiero di Erasmo e quello dei più illuminati scrittori cattolici.

La presenza di Valdés a Napoli valse a smuovere nuovi interessi e a creare, tra i soggetti più illuminati, uno spirito innovativo che andava contro  la retrograda mentalità della Napoli del Cinquecento, ancora saldamente legata ad una interpretazione della vita religiosa da tempo superata.

Il viceré don Pietro di Toledo aveva però  intuito che le discussioni teologiche costituivano un pericolo non solo  per la religione cristiana, ma anche per l'autorità vicereale. Attraverso tali discussioni, non sempre controllate, si incorreva facilmente oltre i propositi e si discuteva anche di libertà civili.

Le prime manifestazioni popolari contro l’istituzione del Tribunale del Santo Ufficio si ebbero nel  febbraio del 1547, ma il viceré, incurante della volontà popolare, autorizzò l'affissione dell'editto.

Nobili e popolani si organizzarono per ottenere non solo la revoca del provvedimento, ma anche la rimozione dalla carica di Pietro di Toledo. Tommaso Agnello, capo della rivolta popolare, ebbe l’ardire di strappare e buttar via l’editto affisso alle porte del Duomo.

Il suo arresto scatenò  l’insurrezione a cui parteciparono tutti i ceti sociali, preoccupando seriamente il potere costituito. Pietro di Toledo ricorse ai mezzi più drastici per domare i ribelli e non esitò a fare intervenire l'artiglieria e la fanteria spagnola contro la città insorta. Tommaso Agnello fu liberato a furor di popolo, ma in suo gesto e la rivolta conseguita fecero solo ritardare di sei anni l’entrata in vigore della Inquisizione a Napoli.

 

Cameriere segreto del papa Clemente VII, Juan de Valdés era nato poco prima del 1500 da genitori di origine conversa.

I conversos erano persone che per la loro cultura e preparazione trasmisero la loro forte esigenza di libertà ed indagine, la loro "necessità" di esplorazione dei sentieri della cristianità, ma soprattutto della sua legge dell'amore che fino ad allora era stata vissuta dai "vecchi cristiani" solo in maniera parziale e rigidamente fissa.

Questo stesso bagaglio culturale e religioso li portava ad essere attenti osservatori ed innovatori, "vittime" essi stessi dei sincretismi e contaminazioni che il sentire umano e la mente producono, spesso inconsciamente, a contatto con altre culture, con altri credi.

Il padre Fernando de Valdés fu regidor perpetuo (governatore) di Cuenca dal 1482 al 1520, succeduto nella carica dal primogenito Andrés de Valdés. Fernando e Andrés de Valdes furono entrambi perseguitati dall'Inquisizione spagnola e dovettero fare atto di penitenza.

Il fratello della madre, Fernando de Barreda, fu condannato a morte e bruciato sul rogo nel 1491 in quanto giudaizzante.

Nel 1523-24 ad Escalona al servizio di Diego López Pacheco, marchese di Villena. Juan de Valdés frequentò il circolo intellettuale che si era riunito attorno al vecchio marchese, animato dal predicatore laico di origine conversa Pedro Ruiz de Alcaraz, che fu arrestato dall'Inquisizione nel 1524 e condannato nel 1529 al carcere perpetuo. Dopo l'arresto di questi Valdés lasciò Escalona e dal 1526 al 1530 studiò diritto canonico, Sacre Scritture, teologia, latino, greco ed ebraico presso l'Università di Alcalà de Henares.

In anonimato, nel gennaio 1529 fece stampare la sua prima, importante ed unica opera pubblicata in vita, il  Diálogo de doctrina cristiana che catturò ben presto l'attenzione dell'Inquisizione spagnola, ragion per cui egli reputò opportuno lasciare la Spagna e trasferirsi in Italia, alla corte di Clemente VII cameriere segreto.

Dopo Roma, nel 1534 si trasferì a Napoli dove accolse attorno a sé un vivace cenacolo spirituale, le cui riunioni si svolgevano presso la sua residenza a Chiaia, che fu all'origine dell'esperienza degli “Spirituali” in Italia.

Particolarmente fecondo fu il sodalizio con la nobildonna Giulia Gonzaga, che ereditò tutti i manoscritti valdesiani. Tra gli altri frequentatori del circolo vi furono i vescovi e nobili napoletani tra cui Galeazzo Caracciolo  e Vittoria Colonna, nota poetessa, amica di Michelangelo Buonarroti.

Influenzato soprattutto dalle dottrine di Erasmo e Lutero, il pensiero di Valdés ebbe comunque un suo sviluppo autonomo. Mistico ed evangelico, egli credeva nell'illuminazione dello spirito, come rivelazione di Dio e chi  si abbandonava alla sua misericordia era chiamato alla salvezza. Solo mediante la negazione di se stessi, gli uomini potevano ricevere l'illuminazione divina e perciò conformarsi all'immagine di Dio, di cui erano fatti.

La fede era quindi un argomento puramente soggettivo, fondata cioè su un senso molto individuale della religione, in contrapposizione al magistero ufficiale della Chiesa e alle sue reinterpretazioni delle Sacre Scritture.

Secondo Valdés solo la fede giustificava e le opere non avevano nessuna influenza nella salvezza dell'uomo. Le Sacre Scritture non erano che una "fioca candela" nell'illuminare l'uomo verso l'autentica esperienza cristiana, in confronto al "sole" dell'illuminazione divina. Lo spiritualismo valdesiano sminuiva profondamente il ruolo della gerarchia ecclesiastica, nonché i riti esteriori e le devozioni.

La vita del circolo napoletano di Valdés si esaurì con la sua morte, avvenuta a Napoli nel 1541.

La maggior parte dei discepoli del Valdés fu duramente perseguitata dal Sant'Uffizio romano a partire dagli anni cinquanta, particolarmente sotto i papati di Paolo IV e Pio V.

La resa dei conti definitiva tra il Sant'Uffizio e la "scola maledetta" (secondo una celebre definizione di Paolo IV) dei valdesiani fu costituita dal processo contro l’ecclesiastico riformatore Pietro Carnesecchi.

Nominato protonotario apostolico da Clemente VII, dopo la morte di quest'ultimo nel 1534, il Carnesecchi  si era traferito a Firenze e poi a Napoli, dove risiedette dal 1539 al 1541 ospite di Giulia Gonzaga ed ebbe occasione di frequentare assiduamente il circolo di Juan de Valdés.

Dal 1541 al 1542 fu poi a Viterbo alla corte del cardinal Pole, che aveva raccolto i seguaci di Valdés alla morte del maestro. Perseguitato dall'Inquisizione romana, in particolare sotto il papato di Paolo IV subì un processo in contumacia, mentre si trovava a Venezia sotto la protezione di Cosimo de' Medici.

Nell'aprile 1559 fu condannato a morte, ma il processo subì una revisione alla morte di Paolo IV e Carnesecchi poté trascorrere in relativa tranquillità gli anni del papato di Pio IV: dopo la morte di quest’ultimo si recò a Firenze, quindi a Roma, a Napoli (presso Giulia Gonzaga), di nuovo a Roma, per ristabilirsi infine a Venezia alla fine del 1563.

La situazione precipitò  nel 1566 con l'elezione di Pio V  e la morte della nobildonna napoletana. Quando l’abitazione della Gonzaga fu perquisita, fu ritrovata una corrispondenza  estremamente compromettente per il Carnesecchi. Ormai nel mirino anche  dell'Inquisizione veneziana, persa la protezione di  Cosimo de' Medici,  fu arrestato e condotto a Roma. 

Il processo si concluse con la condanna a morte, eseguita il 1° ottobre 1567.

 

 

Cerca

Condividi su FaceBook



Statistiche

Utenti registrati
117
Articoli
2054
Web Links
6
Visite agli articoli
7338745

(La registrazione degli utenti è riservata solo ai redattori) Visitatori on line

Abbiamo 170 visitatori e nessun utente online