Pietro Giannone (Ischitella, 7 maggio 1676 – Torino, 17 marzo 1748)

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Pietro Giannone, questo pugliese-napoletano, questo grande provinciale meridionale, che dalla natìa (1676)  Ischitella nel Gargano (oggi provincia di Foggia) venne nella grande capitale del Regno di Napoli, dove divenne giureconsulto e noto avvocato e che poteva vivere tranquillamente e agiatamente, sentì possenti i doveri della verità storica e della difesa delle ragioni  e dell’autonomia del potere civile, contro le usurpazioni del potere ecclesiastico nella società, nell’economia, nella giurisdizione, nel potere politico, a scapito della sua missione specifica, che è solo spirituale.
Per quella coerenza e quel coraggio della verità dovette affrontare decenni di persecuzione, di accanita persecuzione, da parte di frati, gesuiti, Inquisizione, con l’appoggio vile e indegno del potere politico di Napoli, di Vienna, di Venezia e soprattutto di quel Regno di Sardegna, che sembrava essere forte e indipendente (ma tutti gli stati cattolici di allora erano feudali e clericali), e che invece compì uno degli atti più indegni della sua storia: attirò il Giannone nel suo territorio, per compiacere l’Inquisizione e il Vaticano(in vista di un concordato), nel 1736, e lo tenne in carcere per 12 anni, costringendolo anche all’abiura, sofferente e malato, fino alla sua morte (1748) a Torino (macchia indelebile della sua storia, pur se proprio in quella città, quasi espiazione e nemesi storica,  il grande Cavour riprese il senso profondo della vita e dell’opera di Giannone, con il suo indimenticabile impegno-programma, storicamente realizzato in gran parte, ’libera chiesa in libero stato’).
Solo la calvinista Ginevra offrì vera e sincera ospitalità a Giannone e permise alla sua opera di essere nota, con molteplici traduzioni, in modo indimenticabile (anche oggi) in Europa.

Quel Giannone incarcerato, con i ricordi e le immagini di Bruno arso vivo, di Campanella incarcerato, di Galilei costretto all’abiura, incarnò già al suo tempo, nel suo paese e in Europa, il simbolo della nuova ricerca storica, il martire del libero pensiero, l’apostolo della separazione tra Stato e Chiesa, l’ennesimo esempio della prepotenza e dell’arroganza del potere cattolico controriformistico e della necessità ormai inderogabile di una lotta decisa e frontale, tesa a diminuirne la potenza, nel cui solco si posero decisamente l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese e il Risorgimento, e che spiega la tenace, preziosa presenza di Giannone nell’immaginario collettivo, che si esprime ancora oggi, pur in modo tenue, in questa Italia ‘formalmente’ repubblicana liberaldemocratica, ma tristemente e paradossalmente ridiventata ‘effettualmente’, per massima parte, dal fascismo ad oggi, con accorte tappe successive, quasi riconferma della profezia giannoniana del ‘regno papale’,‘terra vaticana’ (che combatte istintivamente e sottilmente la memoria di Giannone), con intestazioni di vie e di istituti scolatici, come il Liceo-Ginnasio di Caserta (dal 1868).


La sua prima grande opera ‘Dell’Istoria civile del Regno di Napoli’ (Napoli, 1723) inaugurò in Italia e in Europa (con il lavoro di Voltaire sul “Secolo di Luigi XIV”) la nuova storiografia, che allargava l’ottica dell’indagine storica dalle guerre e dalle battaglie alla vita sociale, giuridica e che lo faceva con il richiamo ad un rigoroso metodo critico, fondato su documenti e sull’esame attento delle fonti.
Diceva Giannone ”L’Istoria, che prendo io a scrivere del Regno di Napoli, non sarà per assordare i leggitori con lo strepito delle battaglie e col romor delle armi…e molto meno sarà per dilettar loro colle vaghe descrizioni degli ameni e deliziosi suoi luoghi…Sarà quest’istoria tutta civile, e  perciò, se io non sono errato, tutta nuova, ove della Politica di sì nobil Reame, delle sue Leggi e Costumi partitamene tratterassi…Mi sono studiato inoltre tutte quelle cose che da me si narrano, di fortificarle coll’autorità d’uomini degnissimi di fede e che furono o contemporanei ai successi che si scrivono, o i più diligenti investigatori delle nostre memorie. Il mio stile sarà tutto schietto e semplicissimo, avendo voluto che le mie forze come poche e deboli s’impiegassero nelle cose più che nelle parole, con indirizzarle alla sola traccia della verità.”(1)
Egli scoprì storicamente come da Costantino a Carlo Magno al suo tempo la curia romana aveva invaso illegittimamente la sfera civile nel Regno di Napoli, fino ad allagarla quasi pienamente, e che era venuto il tempo, nel quale lo Stato si riappropriasse delle sue funzioni, delle sue competenze essenziali, che non possono essere per nessuna ragione delegate o sottratte da alcun potere privato (es. dalla giurisdizione alla stampa, all’insegnamento, al matrimonio, al diritto di proprietà, alla sua estensione e ai suoi limiti, alle immunità fiscali), nel solco anche della tradizione giurisdizionalista e anticuriale napoletana. A proposito degli effetti perversi dell’immunità fiscale dei beni ecclesiastici (problema ancora oggi attualissimo) Giannone osservava giustamente” i pubblici pesi si soffrono dai secolari solamente o si rendono ora assai più insopportabili, perché, passando continuamente i beni, che prima erano in poter dei laici, in mano agli Ecclesiastici, viene a cadere tutto il peso, che prima era ripartito, sopra il rimanente che resta sotto il dominio dei laici.”(2)
La sua fiducia riposava sul nuovo cambio di potere avvenuto a Napoli al suo tempo, essendo finita la dominazione spagnola ed essendo subentrata quella più moderna dell’Austria (non a caso il lavoro era dedicato all’imperatore ‘Carlo VI il Grande’).
Ma l’azione congiunta della chiesa istituzionale e del popolino istigato fanaticamente dai frati (metodo e tecniche collaudate efficacemente da millenni fino ad oggi, in mille forme volpine. Allora si giunse a dire che per le empietà contenute nell’Istoria’, per quell’anno non si sarebbe verificato il miracolo di San Gennaro) costrinse Giannone all’esilio in quella Vienna che pensava più sensibile al suo impegno intellettuale e civile e nei primi tempi ottenne ospitalità ed una pensione di sopravvivenza.
La grande opera storica giannoniana finì naturalmente nell’Indice dei libri proibiti e valse la scomunica all’autore.
I lunghi artigli del potere vaticano giungevano in ogni angolo dell’Europa cattolico-controrifomistica di allora ed egli, quando Napoli passò al nuovo sovrano Carlo di Borbone e i sudditi napoletani furono rimandati da Vienna in patria, non potè rientrare, perché Carlo non voleva pregiudicare le trattative con la Santa Sede per il riconoscimento del nuovo Regno. Sperò in Venezia, la città di Paolo Sarpi (1552-1623), che aveva combattuto una battaglia simile a quella di Giannone per l’autonomia del potere civile (pur se restava e resterà per Venezia la macchia indelebile di Bruno,  consegnato ingiustamente all’Inquisizione romana), ma per le mene del nunzio apostolico, dei gesuiti, fu emesso decreto di espulsione nel 1735. Brutalmente condotto ai confini con lo Stato della Chiesa, riuscì fortunosamente a riparare a Modena, dove ebbe un colloquio segreto con Muratori (che portava avanti l’impegno storico e civile nella stessa direzione, ma con più accortezza), poi a Milano, poi nella citata Ginevra, prima dell’indegno tranello vaticano-sabaudo.
L’altra grande opera di Giannone, il ‘Triregno’, rimasta inedita fino al 1895 (tanta è stata e rimane possente la forza di dannazione della memoria), anno della prima scorrettissima edizione di Augusto Pierantoni, ha avuto solo nel 1940 una edizione critica, curata amorosamente dal crociano Alfredo Parente.
Nel ‘Triregno’(terreno, celeste, papale) si descrivono le caratteristiche della visione ebraica, tutta concentrata sul mondo terreno, della visione cristiana, che addita oltre quello terreno un mondo celeste, e della visione papale, che, dimentica del mondo celeste, si è concentrata su un nuovo dominio temporale, teso a imporre il suo potere su tutti i popoli e tutti i prìncipi, approfittando della decadenza del potere imperiale da Costantino in poi.”Avendosi costoro posto in mano la norma del giusto e dell’ingiusto, dell’onesto ed inonesto, e resi giudici della bontà e reità  delle azioni umane, decidendo quali fossero le buone ed innocenti, e quali al rovescio le ree e colpevoli, che ci facevano precipitare nel tartaro; quindi gli fu facile porre sotto il giogo e sotto la loro censura non pur i popoli, ma i principi stessi. “(3)
Resta attuale (nell’era degli integralismi e dei fanatismi religiosi ancora imperanti) e perenne il suo accorato, sofferto appello per una libera razionalità, una libera spiritualità.
Note 1) In Furio Diaz, Politici e ideologi (cap. sesto ’Pietro Giannone’), in AA.VV. Il Settecento, Storia della Letteratura Italiana, diretta da Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Garzanti, Milano, 1968, p.126-127.
2) ibidem, pp.129-130
3) Ibidem, p.136

 

 

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