Il Sud che ha governato l’Italia dal 1861: Vincenzo Niutta

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Con molteplici articoli si richiameranno, per dovere di verità storica, di memoria nobile e promotrice di vera vita civile, le innumerevoli Personalità del Sud (comprendendo anche la Sicilia), che hanno “governato” (nel senso ampio del termine), in tutti i campi, l’Italia una e libera dal 1861 ad oggi.

Lo scopo è  smentire, alla luce della onesta verità storica, la “falsa narrazione infame e velenosa vittimista del Sud passivo, occupato, governato e sfruttato dal Nord”, portata avanti dai vari, “veri nemici del Sud” che ne sfregiano il vero volto nobile e cercano di confonderne, di offenderne la memoria, di  turbare la vita civile e di essere quindi di oggettivo ostacolo alla vera crescita, al vero progresso civili per il presente e per il prossimo futuro del nostro caro Sud.

Nel primo governo dell’Italia una e libera del 23 marzo 1861, guidato da Cavour, durato pochi mesi (fino al 12 giugno), per l’improvvisa morte del grande statista liberale, vi fu una grande personalità meridionale, accanto al noto Francesco De Sanctis, ministro della Pubblica Istruzione, irpino di nascita, napoletano di adozione, ed al siciliano Giuseppe Natoli Gongora, ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio: il calabreseVincenzo Niutta (Caulonia, Reggio Calabria, 20 maggio 1802 - Napoli, 1 settembre 1867).

 

Gli altri ministri erano di varie parti d’Italia (ministro della guerra era l’emiliano Fanti, ministro dell’interno era il bolognese Minghetti,  ministro dei Lavori Pubblici il fiorentino Peruzzi, ministro delle finanze il livornese Bastogi). Un solo ministro era piemontese, della provincia di Biella, Cassinis, ministro di Grazia e Giustizia ed Affari ecclesiastici.

Alla morte del Niutta nel 1867 furono tenuti vari discorsi di personalità come Imbriani, Pisanelli, Pessina.

In questa sede  si riporta una parte dell’intervento preparato dal suo amico e collaboratore nella  Corte di Cassazione  di Napoli (di cui Niutta fu presidente fino alla morte), Giovanni De Falco, che così riassunse il profilo storico del grande giurista e magistrato calabrese.

«Il Risorgimento Italiano trovò Niutta già presidente della Corte di Cassazione di Napoli. Ed egli ebbe perciò a compiere il grato uffizio di pubblicare l’unanime Plebiscito di queste Italiane Province, il quale dopo tredici secoli di divisione, proclamava l’Unità e la Libertà d’Italia sotto il governo costituzionale di Casa Savoia, che aveva saputo comprenderne i dolori e proteggerne a tempo le sorti.

Egli il fece con amore di figlio per la sua patria diletta, con gioia di cittadino, con mente di uomo di Stato, che comprende l’importanza e l’avvenire di quel grandissimo fatto; ma pure il fece con civile temperanza, senza inutile ira e senza tardo oltraggio pei caduti.

Fu poi il Niutta senatore del Regno; ministro col conte di Cavour nel primo Ministero Italiano nel 1861; e dopo l’italiana sciagura della immatura morte di quell’esimio uomo di Stato, egli ritornò alla presidenza della nostra Corte di Cassazione, che adornò del lustro del suo vasto sapere e della sua onorata fama. D’allora ei si assentò talvolta da noi per prendere parte ai lavori del Senato. E specialmente pregiata fu l’opera sua nel seno della Commissione per l’esame del progetto del Codice Civile, nella quale grandemente s’illustrò e distinse per giustezza di vedute e profondità di dottrina.

Ma affetto e cura sua precipua furono l’alta Magistratura cui presiedeva, della quale più che ogni altro aveva compreso la grande ed importantissima missione, e con cura e diligenza assidua si adoperava a mantenere puro l’ordinamento, continuata e non interrotta la tradizione del suo antico splendore, e delle glorie trasmessegli, per oltre sessant’anni, dai suoi illustri predecessori.

E con noi e all’udienza della nostra Corte di Cassazione sedè il presidente Niutta fino a quindici o venti giorni or sono, tutto che sofferente ed affranto fosse da lunga gravissima malattia: tanto in lui il sentimento del dovere ogni altro sentimento vinceva.

Ma il suo malore subitamente si aggravò; la sua vita, la sera del primo settembre (1867), si estinse: e con lui sparisce una delle più grandi ed illustri individualità del nostro foro e della nostra magistratura.

Se non che, Signori, Vincenzo Niutta, giureconsulto insigne, magistrato integerrimo, cittadino egregio, non discende tutto nel sepolcro: di lui rimangono il nome, le opere, la fama, la virtù l’esempio: parti immortali dell’uomo che non si estinguono col suo corpo infermo e caduco. Perciò nel dire l’estremo addio alla sua spoglia mortale, serbiamo scolpito nell’animo l’esempio che egli ci lasciò vivendo, di fermezza antica, di virtù costante, di sapienza civile.

Così il dolore presente non sarà inutile e senza frutto, ma servirà a stabilire fra noi ed il nostro illustre trapassato una ricordanza carissima, di conforti, di ammaestramenti, di consigli.

E questo ricordo continuo, questa perenne eredità di affetti, se alcuna cosa di noi rimane al di là del sepolcro, sarà, io ne son certo, gioia dolcissima per gli estinti, com’è lezione salutarissima per i viventi, e serberà ancora al di là della tomba una pura e spirituale società tra il pellegrinaggio di questa vita terrestre e quella vita misteriosa ed eterna, che è l’arcano dell’uomo ed il segreto di Dio !»

[in AA.VV., Elogi funerali e cenni biografici intorno a VINCENZO NIUTTA, Presidente della Cassazione di Napoli, Senatore del Regno, Grande Ufficiale dell’Ordine Mauriziano, Napoli, Tipografia Rocco, 1868, pp.44-46. I funerali furono tenuti il 3 settembre 1867.]

Per i nemici dell’Italia Una e Libera, per “i nemici veri” del Sud, Vincenzo Niutta sarebbe un traditore ed un venduto.

I richiamati “veri nemici del Sud” rivelano così il loro vero volto di immersione nella falsità, nelle dimensioni di disumanità, di amoralità, di inciviltà.

La nobile cittadina di Caulonia, la nobile provincia di Reggio Calabria, la nobile Regione Calabria devono reagire e ribellarsi, in nome di quell’onore storico, al quale in particolare tengono, per rivendicare la nobiltà storica di Vincenzo Niutta.

Napoli, che è stata la seconda patria del Presidente della Corte di Cassazione, Senatore e Ministro Niutta, deve reagire anch’essa nel riprenderne il grande lascito e nel compiere l’opera di memoria che tutti i nobili cittadini meridionali e napoletani in particolare aspettano da troppo tempo: togliere da Piazza del Plebiscito le statue dell’assassino sanguinario sovrano borbonico Ferdinando IV (spostandolo in qualche angolo del Palazzo reale) e del padre Carlo III (da spostare, dato anche il suo valore artistico, a Piazza Carlo III, anche perché una statua di Carlo III è presente sulla facciata del suddetto Palazzo reale) e mettere al centro di esso per motivi di elementare logica di verità storica il distinto “Monumento al Plebiscito del 21 ottobre 1860”, proclamato ufficialmente nella piazza dal Presidente Niutta il 3 novembre 1860, che è collocato in modo anonimo in un giardinetto del suddetto Palazzo reale.

Così ricorda il grande protagonista napoletano del Risorgimento Italiano Enrico Pessina quel giorno nel suo discorso funebre per Niutta: 

«Noi tutti ricordiamo, o signori, il giorno 3 di novembre 1860. Nella piazza della reggia, maculata di tanti spergiuri, sorgeva ad emenda un alto e festivo palco; e da quel palco una voce autorevole proclamava a noi, turbe raccolte, il plebiscito del 21 ottobre.

Vincenzo Niutta, presidente della cassazione napoletana annunziava commosso il grande evento. Il Regno d’Italia una e indivisibile fu dichiarato all’Europa da una piazza di Napoli per risultanza di comizi di popolo, per la prima volta in Italia, e più mesi innanzi che venisse ripetuto in palazzo Carignano il dì 17 marzo 1861. Da quel giorno (e fu merito napoletano) l’Italia fu nazione.» [op.cit. p.20]

Enrico Pessina (Napoli, 1828-1916), giurista, filosofo, politico,  aveva sposato la figlia di Luigi Settembrini, Giulia (mentre il padre era nell’isolotto di Santo Stefano per la sua frontale, memorabile  opposizione antiborbonica).

Pessina conobbe anche lui l’esilio per le sue posizioni liberali e nazionali.. Fu professore all’Università di Bologna, poi senatore e ministro due volte, di Grazia e Giustizia  prima, dell’Agricoltura, Industria e Commercio poi, un altro dei grandi, nobili Meridionali, che hanno governato l’Italia e sul quale si tornerà in modo più analitico.

La grande, nobile Italia una e libera non perseguitò nessuno, non alzò nessuna forca per chi aveva fatto parte dei vecchi Stati e Staterelli, anche in posizioni di vertice, anzi onorò ed accolse con spirito di fraternità nazionale fino ai più altri gradi in tutti i campi (politici, amministrativi, burocratici, militari) tutti quelli che, ricchi di virtù personali, di sapere, di sincerità di sentimenti liberali, accettarono la nuova realtà storica, sognata da secoli, frutto dei sacrifici e dei martìri di più generazioni, dell’Unità politica e di un Regime liberale e costituzionale per l’intera Penisola.

 

 

 

 

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