La Xylella e il precedente dell’epidemia di Fillossera in Puglia

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Tra la fine del secolo XIX e gli inizi  di quello appena trascorso, faceva la sua comparsa nelle nostre contrade la fillossera della vite.

Dall’America, terra di origine, essa era stata introdotta in Europa, nella Francia meridionale, a seguito della importazione di barbatelle di vite infette.

L’importazione di barbatelle dal Nuovo Continente era avvenuta allo scopo di introdurre varietà più resistenti alle infezioni di oidio che avevano devastato, intorno alla metà dell’ ‘800, i vigneti francesi, e,  per cercare di porre rimedio a quel male, l’effetto non voluto fu quello di trasferire in Europa il tremendo parassita che, nel volgere di poco tempo, avrebbe causato la distruzione della viticoltura europea, rendendo necessaria la completa rinnovazione degli impianti esistenti.

Non mi dilungherò (anche perché privo di competenze tecniche)  sulle caratteristiche biologiche dell’insetto - la cui azione sulle viti nostrane interessava, con effetti nefasti per la vita delle piante, soprattutto l’apparato radicale - ma mi limiterò a descrivere, così come è emerso dalla consultazione di alcune fonti francesi rinvenute, le fasi che segnarono la lotta all’epidemia che, avvertita in Italia, per la prima volta, intorno al 1875 (nella zona di Lecco), presto si diffuse in varie parti della penisola fino a raggiungere la Puglia nel 1899, quando si verificò uno dei primi casi a Santeramo, in Provincia di Bari.

L’argomento evidentemente, sia per le cause di arrivo e per la diffusione del contagio, sia per lo studio e per l’acquisizione di conoscenze precise sul parassita, sia per i metodi, a volte anche radicali, di lotta alla malattia, si rivela di forte attualità in quanto presenta molte analogie con il fenomeno della xylella fastidiosa che sta interessando, ai giorni nostri, l’olivicoltura italiana e, soprattutto, quella pugliese e salentina.

 

Va detto soprattutto che inizialmente, come per la xylella, anche le conoscenze sulla filossera erano scarse. Infatti, furono impiegati più di cinque anni per studiare la biologia dell'insetto e per conoscere i vari stadi della sua azione sulle diverse tipologie di vite.

Cominciamo con il rammentare che, prima di colpire l’Italia, l’epidemia di fillossera aveva imperversato oltralpe, lasciandovi ricordi molto tristi ed il timore, mai sopito, di un possibile ritorno della virulenza.

Proprio per questi motivi, l’opinione pubblica e gli uffici governativi francesi seguivano con particolare interesse ed attenzione l’andamento e l’evoluzione dell’infezione che, dalla Francia, nel frattempo si era trasferita nel nostro Paese, nel quale era ancora in corso.

Testimonianza di tale interesse sono proprio alcune relazioni, da me rinvenute, che furono redatte, su incarico del Ministero francese dell’agricoltura, dal Consolato francese in Italia e pubblicate sul Journal officiel de la République Française o JORF (l’equivalente della nostra Gazzetta Ufficiale), le quali contengono notizie molto interessanti sulla situazione della viticoltura nel Salento e, in particolare, nella città di  Manduria (1).

La prima relazione consolare presa in considerazione è quella pubblicata sul n.56 del 25 Febbraio 1903, con il titolo Situazione dei vigneti nella zona di Taranto (Situation du vignoble dans la région de Tarente).

In essa si parla di una espansione dell’epidemia che, dopo il 1902,  avrebbe colpito i comuni di Laterza e di Martina Franca, precisando  che «actuellement, les communes atteintes par le phyllloxera sont celles de Laterza et de Martina dans la circoscription de Tarente».

La malattia parassitaria aveva interessato, per fortuna, solo una piccola estensione di terreni compresi in questi comuni:«L’infectione se limite à 4 hectares et intéresse une zone de vignobles inferieur a 10.000 hectares, tandis que les vignes des autre parties de la province [n.d.a. il riferimento é all’intera provincia di Lecce, in cui era compreso il circondario di Taranto], dont l’étendue est de 140.000 hectares, peuvent etre considerées comme saines», ma, in ogni caso, le istituzioni dell’epoca non avevano trascurato il problema.

Per l’episodio di Laterza, in cui l’infezione, scoperta il 21 Agosto 1901, proveniva dalla vicina Santeramo (sembra che fosse stata provocata da «una seminagione di patate provenienti dai luoghi fillosserati del barese»),  altre fonti ci informano delle modalità attraverso le quali fu eseguito l’intervento: «Nel lavoro di delimitazione è adibita tuttavia una squadra di 60 persone, formata da operai che scalzano le viti e da altri pratici che esaminano le radici, dirette da un caposquadra e da assistenti. Il lavoro di ricerche è praticato da piccole squadriglie, dirette da un caposquadra e da diversi assistenti, che fanno dei saggi in tutti i vigneti circostanti e specie in quelli dove la vegetazione è deperita».(2) 

Il rimedio applicato per isolare e combattere l’infezione era stato, in base a decisioni discutibili, quello della distruzione della coltura. L’autore della nota ministeriale riferisce, infatti, che le vigne «…ont été detruites par la méthode destructive classique».

Se ciò non fosse bastato, dopo lo svellimento e l'incinerazione delle vigne, l’ultima misura sarebbe stata la irrorazione dei terreni con il petrolio o con il solfuro di carbonio.

Anche in quell’epoca, quindi, si decise di adottare un metodo radicale che, putroppo, sembra essere ridiventato tristemente attuale per gli olivi colpiti dalla xylella.

Ma l’intervento governativo, in attuazione di una legge nazionale del 6 Giugno 1901 n.355, aveva comportato anche la costituzione, nella Provincia di Lecce, di dodici Consorzi antifillosserici obbligatori, con il compito di prevenire la diffusione della fillossera della vite a mezzo di servizi di vigilanza nel territorio e per impedire «l’importation de matières aptes a propager la phylloxera».

Inoltre, riferisce l’autore, questi Consorzi i cui impiegati con mansioni tecniche erano erano funzionari del Ministero dell’Agricoltura, avevano il compito ispezionare le campagne «…ont pour mission d’explorer les vignolese».

Nel 1903 erano stati ispezionati tre comuni con una superficie di vigne di 3.241 ettari, nel 1904, cinque comuni, con una superficie vigneata di 6.464 ettari e, nel 1905, sedici comuni con una superficie di 14.733 ettari. Le ispezioni, riferisce sempre l’osservatore, sarebbero state effettuate con molta cura «avec le plus grand soin» e fortunatamente, a parte i casi di Laterza e di Martina nel circondario di Taranto, per il resto le altre zone erano state tutte dichiarate sane «…furent toutes déclarées saines».

Inoltre, le ispezioni sarebbero proseguite negli anni successivi e i servizi affidati ai Consorzi sarebbero diventati permanenti, «…les services qui leur sont affectés seront pemanents».

Ancora, l’articolo parla della costruzione da parte del Ministero agricolo italiano, nei pressi dei centri antifillosserici, di sale di disinfezione, pavillons de désinfection, per gli operai provenienti dai vigneti che si trovavano nelle zone infette, soprattutto nelle strade che partivano da Taranto e nelle principali stazioni ferroviarie «…près des routes qui partent de Tarente et aux principales stations de chemin de fer».

Il governo, peraltro, già da alcuni anni, aveva creato dei vivai di viti, distribuite gratuitamente ai proprietari. Il più grande era quello realizzato a Lecce. 

Scopo dei vivai, unitamente alle scuole d’innesto gestite dai Consorzi antifillosserici, era quello di preparare la ricostituzione dei vigneti in seguito all’eventuale distruzione che ne avrebbe fatto la fillossera.

Ciò in quanto si era sperimentato che, il sistema più efficace di lotta contro la fillossera era l'impianto di vigneti con viti innestate su piede americano (le viti americane, infatti, hanno radici che resistono agli attacchi del parassita), costituendo così una “pianta bimembra” (ceppo e radici americani e parte superiore europea).

In questi vivai, come riferisce l’osservatore francese, per conservare ai vini le loro qualità, si innestavano sulle piante americane le differenti varietà di vigna coltivate in zona, «…on greffe sur les  plants américains les différentes variétés des vignes qui ont ici un renom” E, sempre il citato osservatore straniero, annuncia: «les résultats, parait-il, seraient excellents».

Infine, e qui il discorso viene ad interessare direttamente la nostra cittadina, il Ministero dell’Agricoltura si era preoccupato anche di migliorare la produzione del vino e, a tale scopo (trascrivo il passo, traducendolo): «Uno stabilimento denominato Cantina sociale con presse, filtri e macchine perfezionate per la produzione del vino  è stato creato l’anno scorso (n.d.a., nel 1902) a Manduria, vicino Taranto.  L’autunno scorso questo stabilimento ha potuto produrre 30.000 ettolitri di vino. Un delegato del Ministero dell’Agricoltura ha stabilito un progetto di espansione di questo stabilimento. Esso sarà messo in pratica quest’anno (1903) e permetterà di produrre 100 ettolitri di vino al giorno».

La notizia dell’apertura, gia dal 1902, della Cantina sociale di Manduria è ripresa dal numero 56 dell’11 Giugno 1906 del Journal officiel de la République Française.

In esso il Consolato francese riferisce della piena riuscita dell’esperimento, sia presso i piccoli, che presso i grandi proprietari terrieri, ed informa che la direzione della struttura è affidata a persone altamente qualificate, laureate in scienze agrarie o naturali, o diplomate  in scuole di viticoltura ed enologia del regno: «gens ayant le diplome de sciences agricole ou un certificat de sciences naturelles ou ancore la licence d’une des écoles de viticulture et d’oenologie du royaume».

Se così fosse l’apertura, sin dal 1902, di una cantina a Manduria costituirebbe una vera e propria esperienza pionieristica e sperimentale, dato che essa precederebbe, addirittura, la legge nazionale istitutiva delle cantine sociali che è successiva di circa due anni (L. 11 Luglio 1904 n.377) e dimostrerebbe come il mondo enologico manduriano abbia conosciuto forme di produzione consociativa ben prima che, negli anni ’30 dello scorso secolo, fosse costituito lo storico Consorzio Produttori Vini e Mosti.

A parte ciò, l’autore di questa seconda nota, indugia anche nel descrivere quelli che, in precedenza, prima della costituzione della Cantina sociale, erano stati i difetti qualitativi dei vini prodotti nella zona (difetti che invece permanevano nei territori vicini, nei quali non erano ancora stati attuati interventi analoghi): «In via generale essi (n.d.a., i vini) erano mal preparati; inacidivano facilmente ed erano privi di limpidità. La fabbricazione nella maggior parte dei casi, era mal curata e le persone preposte alla produzione erano sprovviste delle conoscenze scientifiche richieste. Si è arrivati a far sparire questi inconvenienti a Manduria e particolarmente per il  San Lorenzo (3) i cui vigneti erano ritenuti nella regione tali da dare un vino molto cattivo. La Cantina vi ha prodotto un vino di qualità superiore.

Quanto alle regole di funzionamento e di organizzazione commerciale della cantina sociale, esse non sono ancora ben determinate, essendo la Cantina sociale di Manduria istituita a titolo sperimentale. Tuttavia la maggior  parte delle spese sarà sostenuta dallo Stato e una parte soltanto dalla provincia.

Dal punto di vista dell’esportazione commerciale essa sembra destinata a produrre grandi cambiamenti. A seguito dei difetti di fabbricazione gran parte dei vini erano inadatti ad essere esportati in Austria e in Germania che sono i soli paesi che importano i vini della provincia, e per quei vini che avevano trovato pochi acquirenti all’interno del Paese, il solo impiego era la distillazione.  L’anno scorso essi erano in tale abbondanza che il governo ha dovuto abbassare del 50% i diritti sulla distillazione dell’alcol di vino».

Come emerge dalle notizie sopra riportate, la lotta alla fillossera produsse risultati definitivi solo attraverso interventi particolarmente seri ed impegnativi e fu, anche, occasione per la rinascita della viticoltura in Italia e nelle nostre zone.

Dal 1875 (anno del primo caso in Italia) fino agli anni ’30 del secolo scorso, la presenza del parassita fu riscontrata in tutte le province italiane, con esclusione soltanto di tre (Napoli, Frosinone e Rieti), e circa 1/4 della superficie viticola italiana restò colpita dall’infezione.

Un enorme sforzo di risanamento e poi di ricostruzione interessò varie aree viticole del Paese, che furono reimpiantate con l’innesto su barbatelle di vite americana.  Alla fine però, dopo molti anni, la malattia venne debellata.

Tra le aree interessate dai reimpianti vi fu, appunto, l’area di Manduria, in cui, a partire da quegli anni, si sarebbe affermata la coltivazione del vino Primitivo il quale, soppiantando i vecchi vitigni, era destinato ad assumere l’odierno ruolo di “ambasciatore di Puglia” nel mondo.

L’esperienza del passato serva a non ripeterne gli errori, ma anche a trarre insegnamenti per il presente.

 

 

 Note

1) Per entrambi i numeri del Journal officiel de la République Française, cfr. Gallica.BnF.fr, Biliothèque nationale de France.

2)  Per queste notizie cfr. il giornale La Provincia di Lecce n. 34 del 25 Agosto 1901, Biblioteca prov.le N.Bernardini di Lecce, su www.internetculturale.it.

3) Dovrebbe trattarsi del vitigno San Lorenzo (St. Laurent) coltivato nella zona di Manduria prima del Primitivo. Trattasi di varietà di uva da vino, con aroma fruttato di amarena, che come il Primitivo di Manduria è a maturazione molto precoce. In pianura si vendemmiava  entro agosto, in altura poco dopo. Il suo nome deriva dal Santo del 10 agosto, notte delle stelle cadenti, data in cui il grappolo  è già scuro. Coltivato in passato nel Trentino, in zona di montagna, dove era arrivato dall’Austria, la sua produzione è stata ripresa di recente sempre in questa regione. Sembra provenire dalla Francia dove, oggi, non è più coltivato. Il vitigno è menzionato da Goethe nella sua Ampelografhie del 1887.

 

 

 

 

 

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