Leopoldo di Borbone, un raro "liberaleggiante"

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Leopoldo di BorboneEra il secondo dei figli del re Francesco I, nato a Palermo nel 1813, dove i sovrani erano scappati nel 1806 per la venuta di Giuseppe Bonaparte. Legato all'isola, Leopoldo di Borbone ebbe dal fratello Ferdinando, divenuto re, la luogotenenza e la esercitò con moderazione. Entrato in contrasto col fratello, si ritirò a vita privata, assecondando le sue qualità artistiche (specialmente nella scultura)  ed a lui si deve la grande statua di Giambattista Vico presente nella Villa Comunale di Napoli.

Aveva scritto alla madre da Parigi nel 1848 sugli eccidi borbonici «Carissima mamma,

….Il nome di Borboni, grazie alle inutili e barbare esecuzioni e grazie all'eccidio di tante centinaia di vittime sacrificate ad un principio che non è certo quello del bene dell'umanità, risveglia un'idea di orrore in tutti, siano italiani siano esteri.» [cfr. voce su Leopoldo, Conte di Siracusa, su wikipedia].

Avendo sposato una principessa di casa Savoia, erano naturali il collegamento e la conoscenza più approfondita della situazione italiana ed europea ed invano aveva proposto al fratello un’alleanza militare tra Napoli e Torino per far nascere insieme l'Italia Unita e Libera.

Inascoltato dal fratello e poi dal nipote Francesco II, collegato con Cavour, capì che il Regno d'Italia Una, Liberale, Costituzionale,  con Vittorio Emanuele Re, era la soluzione storica più realistica e più avanzata, anche per evitare esiti repubblicani allora presenti, che non sarebbero stati accettati dall'Europa tutta monarchica dell'epoca.

 

Con il successo crescente della spedizione di Garibaldi (da Quarto a Napoli) e la discesa in contemporanea di Vittorio Emanuele II (dal Po al Mezzogiorno), capì che la fine del Regno era ormai storicamente vicina, come era avvenuto per gli altri Stati e Staterelli della penisola, come il Granducato di Toscana, il Ducato di Parma,  che era in mano ad una congiunta dei Borboni, che erano andati via in modo pacifico e senza spargimento di sangue fratricida nei loro paesi.

Una volta che Francesco II andò via da Napoli, Leopoldo scrisse una lettera al nipote, che vale la pena riportare per il suo realismo, il suo spirito umanitario, presago del sangue fratricida ed inutile che si sarebbe versato sul piano militare e brigantesco.

Se fosse stato ascoltato, il Sud non avrebbe conosciuto il fenomeno negativo delle inutili vittime militari e civili di settembre-ottobre 1860, quelle di Gaeta, quelle del brigantaggio (tutte imputabili al sovrano, a sua moglie, ai suoi funesti consiglieri, al suo infame alleato papale, tragicamente illusi e irresponsabili) ed i Borbone non avrebbero accresciuto la loro nomea di dinastia tirannica, sanguinaria, fedifraga, che li bolla per sempre di fronte alla storia:

«Sire!

Se la mia voce si levò un giorno a scongiurare i pericoli che sovrastavano la nostra casa, e non fu ascoltata, fate ora che presaga di maggiori sventure, trovi adito nel vostro cuore, e non sia respinta da improvvido e più funesto consiglio.

Le mutate condizioni d'Italia, e il sentimento della Unità Nazionale fatto gigante nei pochi mesi che seguirono la caduta di Palermo, tolsero al governo di Vostra Maestà quella forza, onde si reggono gli Stati e rendettero impossibile la lega col Piemonte. Le popolazioni dell'Italia superiore, inorridite alla nuova delle stragi di Sicilia, respinsero coi loro voti gli ambasciatori di Napoli, e noi fummo abbandonati dolorosamente alla sorte delle armi, soli, privati di alleanze, ed in preda al risentimento delle moltitudini che da tutti i luoghi d'Italia si sollevavano al grido di esterminio lanciato a contro la nostra casa, fatta segno alla universale riprovazione.

Ed intanto la guerra civile, che invade già le provincie del continente, travolgerà seco la dinastia in quella suprema rovina che le inique arti di consiglieri perversi hanno di lunga mano preparato alla discendenza di Carlo III di Borbone; il sangue cittadino inutilmente sparso inonderà le mille città del reame, e voi un dì, speranza e amore dei popoli, sarete riguardato con orrore, una cagione di una guerra fratricida.

Sire, salvate, che ancora ne siete in tempo, la nostra casa dalle maledizioni di tutta Italia! Seguite il nobile esempio della nostra regale congiunta di Parma che, allo irrompere della guerra civile, sciolse i sudditi dall'obbedienza, e li fece arbitri dei propri destini. L'Europa e i vostri popoli vi terranno conto del sublime sacrifizio; e voi potrete, o sire, levare confidente la fronte a Dio, che premierà l'atto magnanimo della M. V. Ritemprato nella sventura il vostro cuore, esso si aprirà alle nobili aspirazioni della Patria, e voi benedirete il giorno in cui generosamente vi sacrificaste alla grandezza d'Italia.

Compio, o sire, con queste parole il sacro mandato che la mia esperienza m'impone, e prego Iddio che possa illuminarvi, e farvi meritevole delle sue benedizioni.

 

Napoli 24 Agosto 1860.»

 

«Cotanto benevoli consigli rimasero frustrati. Il re nella fatale alternativa o di soccombere in Napoli in un sol giorno; ovvero di affidare alla sorte delle armi i suoi futuri destini, il dì 6 settembre sgombrò dalla città, colle più fide reliquie dell'esercito si ridusse dietro la linea del Volturno.

Il dittatore Garibaldi nel giorno vegnente fè il suo ingresso trionfale nella capitale delle Due Sicilie, seguito non guari dopo da' suoi volontari.

La corsa prodigiosa di tanti avvenimenti da Palermo fino a Capua, in tratto sì breve, aveva vinto le più ritrose aspettative sì in Italia che all'estero, e Francesco ingolfato nell'avventurare tanti e così diversi esperimenti di transazione, erasi tenuto in serbo gli estremi e i più terribili, la reazione e il brigantaggio.» [Cardinali Emilio, I briganti e la corte pontificia, ossia la cospirazione borbonico-clericale svelata. Riflessioni storico-politiche, Livorno, Davitt, 1862, pp. 21-22]

 

Il conte di Siracusa, Leopoldo di Borbone, morì a Pisa il 4 dicembre 1860.

 

Altra fonte: Voce su Leopoldo di Borbone scritta dal prof. Ruggero Moscati (Napoli, 1908-Roma, 1961), docente di storia nelle Università di Messina e di Roma, autore tra gli altri di Mezzogiorno e Risorgimento (1952) sul Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, Roma,

 

 

 

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