La civica espansione di cuore di Eleonora de Fonseca Pimentel

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Ciò che emerge in maniera fortemente sentita e continua nella produzione di Eleonora de Fonseca Pimentel, emblema della Repubblica Napoletana del 1799, è la “civica espansione di cuore” di una donna settecentesca che sentì l’impellente necessità, precorritrice dei tempi, di innalzare la plebe al rango di Popolo.

Già il 9 febbraio 1799, a pochi giorni dalla proclamazione della Repubblica Napoletana, Eleonora scriveva sul “Monitore Napoletano”:  «Questa parte del popolo, la quale fintanto che una migliore istruzione non l’innalzi alla vera dignità di Popolo, bisogna continuare a chiamare plebe, comprende non solo la numerosa minuta popolazione della città, ma benanche la più rispettabile delle campagne; e sopra di questa parte poggia pur nelle monarchie la forza dello Stato, vi poggia nella Democrazia la forza non solo; ma la sua dignità. Una gran linea di separazione disgiunge fra noi questa parte dal rimanente del popolo perché non si ha con essa un linguaggio comune».
Gli scritti di Eleonora sul “Monitore” erano mirati a esortare i patrioti ad elaborare un vero e proprio progetto di istruzione e di educazione, ponendo attenzione sul dialetto come lingua necessaria a quella parte di Popolo che tale non era ancora.

La Pimentel invocava e pubblicizzava l’intervento di sacerdoti, ritenuti più adatti alla predica nell’elaborazione di quelli che furono i “Catechismi repubblicani”, in maniera da rendere comprensibili gli ideali di Libertà e Uguaglianza, consoni al messaggio evangelico. A tal fine invitava a pubblicizzare gazzette, orazioni, “spieghe” in dialetto per una “letteratura per la plebe”, in cui si distinsero, tra gli altri, Sergio Fasano, Michelangelo Cicconi e Giacomo Antonio Gualzetti.

 

Inoltre, Eleonora incoraggiò l’opportunità dell’ utilizzo dei cantastorie del Molo, del teatro dei burattini e quanto altro l’allora ministro alla pubblica istruzione Francesco Conforti, sacerdote e teologo metteva in essere per avvicinare la plebe alle idealità repubblicane.

La Pimentel forniva puntualmente i resoconti delle associazioni pubbliche nelle Sale Patriottiche, aperte a quelli che erano definiti “lazzari”, della cui miserevole condizione è stato Benedetto Croce ad offrire una descrizine più ampia e completa.
Vedere partecipare la plebe accanto ai patrioti faceva ben sperare tanto che Luigi Serio non solo tesseva l’Elogio delle riunioni a cui partecipavano quelli che era diventati con la “Repubblica” i cittadini del Mercato, ma proponeva di abolire il nome di “Lazzari” attribuito da secoli a tale categoria di persone.
Con la medesima “civica espansione di cuore”, Eleonora Pimentel Fonseca, che si era formata alla grande scuola dell’illuminismo napoletano, che vantava, fra le altre, personalità come Pietro Giannone, Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri, scriveva che occorreva “pensar come plebe” per dialogare con essa, avvicinandosi fraternamente a quelli che erano i momenti della tradizione popolare religiosa, anche quando la religione si colorava di superstizione.

Pertanto, come aveva accolto con favore che il miracolo di San Gennaro avesse convinto i “lazzari” della bontà della Repubblica, allo stesso modo si rammaricava che il 9 maggio 1799, giorno di un altro miracolo del Santo patrono, non si era «tratto da quel momento tutto il vantaggio che se ne poteva trarre. Nel giorno seguente, tanto più che era Domenica, tutti i pulpiti dovevan risuonare dell’avvenuto miracolo, e dell’evidente decisione del Cielo in favore della Repubblica».

Come osservò Vincenzo Cuoco, l’ardente amore della patria forniva a lei, donna nata aristocratica, ma che aveva rinunciato al de davanti al cognome Fonseca, la forza di rivolgersi ai patrioti maschi con autorevolezza. Così raccomandava che, nell’imminenza della processione del Corpus Domini, fossero presenti tutti gli Eletti della Città, con le sei Municipalità, accompagnate ciascuna da una «deputazione di padri di famiglia, presi promiscuamente da tutte le Arti de’ rispettivi distretti, scelti tra i più morigerati e maturi, e particolarmente da capi di bottega o negozio».

Si sarebbe garantita «la familiarità del popolo col capo elettivo e si pregeranno individui esemplari, in quanto così si avvezza pian pianino il Popolo alle assemblee primarie, cioè alle auguste funzioni di Cittadino».

Sempre con “civica espansione di cuore”, la Pimentel invitò a tenere nella giusta considerazione non solo le cerimonie collegate agli “Alberi della Libertà”, ma a dare un giusto risalto all’illuminazione e alla musica, in quanto le feste e le cerimonie religiose rappresentavano «ciò che congiunge gli animi».

Eleonora Pimentel Fonseca per questo e tanto altro ancora  merita quel giusto riconoscimento che tra rappresentazioni teatrali, momenti commemorativi e opere di ricerca storica  la città di Napoli le sta tributando.

 

Bibliografia:

D. Scafoglio, Lazzari e giacobini. La letteratura per la plebe (Napoli 1799), Napoli, 1981.
Benedetto Croce, La Rivoluzione Napoletana del 1799, Napoli, 1999.
Mario Battaglini, Il Monitore Napoletano 1799, Napoli, 1999.
Antonella Orefice, La penna e la spada, Napoli, 2009

 

 

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