Cinque Stelle e Neoborbonici. Il dovere di schierarsi

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Logo della Società Napoletana di Storia PatriaIl dibattito in corso in seguito alla approvazione da parte della Regione Puglia della “Giornata in memoria dei martiri dell’Unità d’Italia” non è limitato ad una serie di interventi che rischiano di rispondere all’occasione contingente.

Per la prima volta hanno preso posizione sul tema gli storici del Dipartimento di studi umanistici dell'Università di Bari, nonché Lea Durante, anche come sezione italiana della International Gramsci Society, e le principali associazioni degli storici (Giunta centrale studi storici, Consulta Universitaria per la Storia Greca e Romana, Società italiana delle storiche, Società Italiana per la Storia dell'Età Moderna, Società italiana di storia internazionale, Associazione italiana di Public History, L’Associazione Mazziniana Italiana e varie altre).

Si vanno inoltre organizzando iniziative per fare il punto su lavori di giovani che hanno studiato nelle nostre università, impegnati in dottorati di ricerca in Italia e all’estero, basandosi su nuove fonti per restituire un quadro articolato di uno dei periodi più problematici della nostra storia.

Che il dibattito abbia ripreso, per sottolineare l’inopportunità della iniziativa del Movimento Cinque stelle, i temi neoborbonici, con annesse repliche, è un iter prevedibile, anche nell’evidenziare la improduttività di impostazioni manichee che per loro natura non aiutano a comprendere la complessità della storia.

 

Altri interrogativi sorgono tuttavia, in particolare in merito al rapporto tra le istituzioni e i saperi storici.

Il Presidente e i Consiglieri di una Regione ricca di Università e di professori di alto spessore non esitano a ignorarne le competenze, che sono quelle anche del territorio in cui si sono formati e che insegnano a conoscere.

Perché ancora non si è dato lo stesso risalto alla precedente decisione in tal senso della Regione Basilicata né a quella del Comune di Napoli, bloccata dalla Commissione cultura, in seguito all’espressione del parere di due storiche, fatto proprio dall’Assessorato?

Occorre evidentemente smetterla di considerare marginali fenomeni sui quali è necessario sempre prendere posizione. Già Marcella Marmo aveva notato come, nella decisione della revoca della cittadinanza a Cialdini fatta dal Consiglio comunale di Napoli il 20 marzo, si fosse proceduto con la stessa approssimazione, su proposta di un consigliere di Alleanza nazionale- Fratelli d’Italia, e aveva riportato la discussione sulla fine del regno ad un contesto nazionale e internazionale, italiano ed europeo, tipico della prima metà del secolo XIX.

Molti hanno ricordato le tappe di questo inizio 2017 tanto interessato alla memoria, fenomeno trasversale, che rischia di acuire fratture già esistenti o di aprirne di nuove e che non si capisce bene con quale criterio operi scelte suscettibili di coinvolgere molti momenti della nostra storia.

In queste nuove gerarchie del ricordo dove andranno collocati personaggi come Francesco De Sanctis e Pasquale Stanislao Mancini, di cui si celebra quest’anno il Bicentenario della nascita, italianissimi nelle loro aspirazioni ed espressione di un mondo meridionale ancorato profondamente da un lato alla dimensione provinciale, dall’altro a quella europea?

Dimentichiamo dunque questi esponenti della “nazione napoletana”, o un liberale moderato come Carlo Poerio, che lottò per mantenere nel regno la dinastia borbonica, purché disponibile ad un percorso costituzionale, più volte invece rinnegato; cancelliamo pure le varie vittime della repressione borbonica e diamo spazio a celebrazioni di briganti, che espressero certamente i disagi e le difficoltà di un paese proiettato faticosamente nel quadro unitario, ma commisero atti di inaudita ferocia pari, se non più cruenti, verso altri uomini e donne del regno (loro concittadini dunque), di quelli delle milizie “piemontesi”.

Che la formazione dello Stato italiano sia stata un processo conflittuale e attuato con metodi violenti per la necessità di controllare il territorio, di dare un’immagine di compattezza agli osservatori europei, è fenomeno noto a chiunque rifletta sul tema anche in merito ad altri processi di formazione delle nazioni.

Al di là della storiografia strettamente sabaudista dei primi anni postunitari, impegnata ad attribuire una vocazione italiana ai re piemontesi, le critiche al Risorgimento furono immediate. Tuttavia da parte dei disillusi né si espresse la volontà di rimettere sul trono una dinastia comunque responsabile della perdita del regno né si ritenne di dover perdere le speranze di dare un contenuto ad un involucro debole.

 

 

 

Da "La Repubblica-Napoli", venerdì 11 agosto 2017

 

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