Il tentativo insurrezionale di Cosenza dell’estate 1837

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Il tentativo insurrezionale di Cosenza dell’estate del 1837 dimostra quanto fosse attiva la Carboneria calabrese nella prima metà dell’Ottocento, e come esso fosse il preludio dei successivi moti del 1844, del 1847 e del 1848. Inoltre esso risulta importante perché consente di comprendere la spietatezza con cui furono decretate talune condanne a morte.

Tra i reati ascritti agli insorgenti, e che furono determinanti per la condanna a morte col terzo grado di pubblico esempio, ci fu anche quello di aver diffuso il colera con sostanze velenose.

Ovviamente i patrioti cosentini non avevano sparso alcuna sostanza letale in quell’estate del 1837 in cui il morbo del colera fece ben 600 vittime nella sola città di Cosenza. T

utto era iniziato allorché il Comitato patriottico di Cosenza, composto da Domenico Abate, Luigi Pollano, Raffaele Laurelli, Carlo Calvello e Nicola Lepiane aveva deciso di organizzare un moto insurrezionale per il 22 luglio.

 

Alla pianificazione della rivolta parteciparono attivamente tra gli altri Pasquale Abate, Antonio Stumpo e il sacerdote Luigi Belmonte di Marano Marchesano, che concordarono il concentramento di un consistente gruppo di patrioti, provenienti da tutta la provincia di Cosenza, in località le Querce di Frugiuele.

L’obiettivo era di entrare in città, prendere il locale presidio militare, occupare l’Intendenza e liberare i prigionieri politici nelle carceri. In seguito, da Cosenza si sarebbe dovuto proclamare la Costituzione.

L’arresto di alcuni cospiratori prima del 22 luglio fece sì che si decidesse per il rinvio dell’insurrezione e a tale scopo furono inviate delle staffette in tutta la provincia per avvisare i gruppi di patrioti che dovevano convergere a Cosenza.

Tuttavia, le staffette non riuscirono ad avvisare tutti i patrioti pronti all’insurrezione, per cui il 22 luglio giunsero in località Querce diversi di loro, guidati da Carmine Scarpelli di San Sisto. Il gruppo si ritrovò insieme ad altri patrioti a cui non era pervenuto l’avviso del rinvio. Alcuni compresero che qualcosa non era andato per il  verso giusto e rinunciarono, mentre altri, insieme ai prigionieri politici, anch’essi ignari del differimento dell’azione, decisero di proseguire nel tentativo insurrezionale.

Intanto, la macchina repressiva si era messa in moto, in seguito ad analoghe insurrezioni in Abruzzo e in Sicilia. Furono inviati, pertanto, con pieni poteri in Abruzzo il generale Alessandro Lucchesi Polli, in Sicilia il ministro Del Carretto e in Calabria l’intendente Giuseppe De Liguoro.

Quest’ultimo era un colonnello della gendarmeria che era stato protagonista, insieme con lo stesso ministro Del Carretto della repressione del brigantaggio nel Cilento e nella distruzione del paese di Bosco il 7 luglio 1828 durante i moti cilentani.

Arrivato a Cosenza, l’intendente De Liguoro riuscì ad arrestare tutti i patrioti che avevano proseguito nel tentativo insurrezionale cosentino. Successivamente istituì una commissione militare con l’intento di imporre durissime condanne agli insorti, ma l’avvocato Gaetano Bova riuscì a provare l’incompetenza della commissione militare nel giudicare gli imputati, in quanto non erano stati trovati in fragranza di reato.

Per raggirare il differimento del processo il De Liguoro, con la complicità del giudice Matta di Aiello Calabra, cambiò il capo di imputazione, accusando gli arrestati di aver provocato il colera per avvelenamento, aggiungendo il reato di diffusione di proclami sediziosi contro il regime. Erano- come scrive testualmente Gabriele Petrone “argomentazioni tanto fantasiose da sfidare il senso del ridicolo”.

Gli insorti più noti furono giudicati colpevoli e condannati a morte col terzo grado di pubblico esempio: Carmine Scarpelli, Pasquale Abate, Luigi Clausi, Antonio Stumpo e Luigi Belmonte.

Per Benedetto Corvino e Antonio Zigari la condanna fu di “19 anni di ferri”. Saverio Benincasa fu condannato a 5 anni di prigione, mentre Raffaele Clausi a un anno e Annibale Scarpelli a sei mesi.

I cinque condannati a morte furono vestiti di un saio nero e condotti a piedi nudi nel Vallone di Rovito e lì fucilati.

 

 

Bibliografia:

Gabriele Petrone,  La Calabria che fece l’Italia. Il Risorgimento a Cosenza e in Calabria, Jonia Editrice, Cosenza, 2009

 

 

 

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