Tradizioni popolari della festa dell’Ascensione

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Circa quaranta giorni dopo la Pasqua e prima della Pentecoste, ricorre la festa cristiana dell’Ascensione.

Fino al 1977, anno di soppressione delle festività infrasettimanali, la celebrazione avveniva il giovedì successivo alla sesta domenica di Pasqua.

Attualmente per i Paesi, come il nostro, in cui tale data infrasettimanale non è più riconosciuta come festività, la celebrazione è rinviata alla domenica immediatamente successiva (la settima dopo Pasqua).

Si tratta quindi di una festa mobile e con essa si festeggia la memoria dell’ascesa al cielo di Gesù, che così, lasciata la terra, fece ritorno al Padre.

A livello teologico, tra la chiesa greca e quella latina, vi sono state differenze che hanno avuto riflessi sulla denominazione della festa.

Nella prima si è sempre parlato di 'Ανàληψις  o Assunzione, mentre la chiesa latina ha preferito il termine Ascensio, per significare, da un punto di vista strettamente teologico, che Gesù Cristo, avendo natura divina, è salito al cielo per potenza propria e non vi è stato condotto da altri.

Il termine ed il concetto di Assumptio è stato invece utilizzato per la Vergine Maria, per indicare che Ella è stata portata in cielo per mezzo degli angeli.

La festa, di precetto, è preceduta dal triduo detto delle Rogazioni ed era, un tempo, particolarmente sentita nel mondo agricolo e pastorale.

Alfredo Cattabiani nella sua nota opera ha osservato: “Al giorno dell'Ascensione la religiosità popolare ha attribuito una sacralità straordinaria, come al Natale o alla Pasqua perché segna un collegamento fra cielo e terra.”

L’autore ha descritto, inoltre, tutta una serie di credenze popolari legate a questo giorno festivo:

 

«Una volta si diceva che allo scoccare della mezzanotte un angelo benediceva le acque impregnandole di un'energia risanatrice per i malati che vi si immergevano. Si credeva anche alla virtù del cosiddetto Uovo dell'Ascensione - simbolo pasquale di nuova vita - deposto da una gallina nera: esposto al temporale avrebbe scongiurato la grandine; scaldato al fuoco, avrebbe trasudato un liquido che guariva i neonati affetti da tare congenite; e avrebbe raccolto intorno a sé le formiche che infestavano un albero. Se infine si segnava un malato con l'Uovo, lo si poteva guarire. Sicché nacque il proverbio riferito ai moribondi: Non lo camperebbe l'Uovo dell'Ascensione». (1)

Ma, a parte gli usi sopra descritti, in passato a caratterizzare maggiormente la festa erano, soprattutto, alcune credenze e superstizioni, molto diffuse nelle comunità agricole e pastorali, che riguardavano il latte prodotto e raccolto nel giorno dell’Ascensione.

Una prima tradizione, che ancora sopravvive in alcune zone dell’Italia centromeridionale (Basilicata, Calabria, Abruzzo, Molise, Irpinia), è quella della distribuzione del latte prodotto in questo giorno festivo, che un tempo era donato dagli allevatori (pastori e massari) ai poveri e, in genere, a chiunque ne avesse fatto richiesta.

Sembra che il gesto trovasse la sua origine in una leggenda, secondo cui un pastore, nel giorno dell’Ascensione, avendo rifiutato di donare del latte ad una povera donna che lo aveva richiesto,  nel momento in cui cercò di lavorarlo si accorse che il latte non coagulava.

In tal modo, come punizione divina per il suo rifiuto, vide sfumare tutta la produzione casearia di quel giorno.

Una variante della leggenda è quella secondo cui il castigo sarebbe consistito nel fatto che tutte le bestie lattaie avrebbero perso il latte per il resto dell’anno.

Da allora, come gesto propiziatorio per assicurare una regolare produzione per tutto l’anno, il latte prodotto nel giorno dell’Ascensione non doveva essere più lavorato (né coagulato), ma interamente donato ai bisognosi.

Il latte diventava, così, un alimento rituale dell’Ascensione, forse perché simbolo di purezza, ed era assunto come ingrediente fondamentale di vari piatti tipici, quali le ministre e le paste (tagliolini) che venivano cotte nel bianco liquido, usato al posto dell’acqua,  sia in versione salata, che dolce.  Se trasformato in latticini, doveva sempre trattarsi di prodotti freschi, derivati da latte non fermentato, né lavorato, dato che la lavorazione sarebbe stata ritenuta di malaugurio per l’intero anno. 

L’usanza è cosi descritta da un autore lucano, che, però, fornisce una versione ancora diversa della leggenda:

«La festa dell’Ascensione agli ovili è un susseguirsi di Buongiorno perché c’è un andirivieni di amici e conoscenti che vengono a prendere il latte per il pasto della festa, appunto dell’Ascensione che è festa grande da queste parti. Si ritiene, infatti, che per l’Ascensione, neppure gli uccelli covano nei nidi.

Si mangiano, in genere, tagliolini fatti in casa, ma alla bisogna è buono qualsiasi tipo di pasta alimentare che si riscalda, a parte si fa bollire il latte, quindi si mescolano e dopo una certa bollitura, conditi a zucchero o a sale pronti per la mensa. Per tradizione il latte, in quel giorno, non si nega a nessuno. Si racconta, infatti, e così l’evento è giunto fino a noi,  che un viandante si avvicinò ad uno stazzo nel giorno dell’Ascensione e chiese ad un pastore un po’ di latte . Ma questi che aveva, già da lontano, adocchiato lo sconosciuto, seduto sulla secchia, rispose di non averne neppure una stizza (goccia).

Il viandante avrebbe profondamente guardato negli occhi il pastore sentenziando: per tanti secoli farai lu cucchù (il cuculo), per quante stizze (gocce) di latte hai nella secchia. Nella lettura locale quel viandante è un personaggio sacrale, e lu cucchù ogni primavera, soprattutto in maggio, torna in zona a far sentire il suo verso, scompare per tutto il resto dell’anno». (2)

Una seconda tradizione, ricorrente nelle comunità agricolo-pastorali, era quella di attribuire al latte raccolto il giorno dell’Ascensione, ed ai suoi derivati, proprietà terapeutiche particolari.

Ad esempio in Umbria, i pastori di Castelluccio (Norcia) con il latte di pecora munto nel giorno dell’Ascensione producono, ancor oggi, un formaggio speciale, che viene marchiato con la data del giorno festivo e viene consumato nelle feste principali o è regalato a persone di riguardo, con le quali occorre sdebitarsi.  In altri casi il formaggio era contrassegnato con un segno di croce.

Un uso analogo a quelli appena descritti, sembra essere attestato anche a Manduria, in un vecchio contratto di affitto di una masseria risalente al 1839, molto interessante per le informazioni minuziose che fornisce sulla regolamentazione del rapporto giuridico ed economico tra il concedente ed il fittavolo e sulle pratiche agricole e di allevamento dell’epoca.

Il contratto, riguardante la masseria Cuturi, contiene una clausola che riprendendo, molto probabilmente, formule precedenti, già in uso nella prassi notarile del luogo, richiama, appunto, l’argomento oggetto di trattazione. Essa recita:

«Il latte del giorno dell’Ascensione sarà esclusivamente del Padrone. E qualora non volesse il latte, il Massaro dovrà merciarlo, e la ricotta e il formaggio di detto giorno resterà di proprietà d’esso Don Tommaso (n.d.a. il proprietario-concedente), facendo con il Societario sulla pezzella di cacio un segno per singolarizzarla».(3)

La clausola contrattuale, introducendo una deroga al principio secondo cui il prodotto è acquisito dal massaro-fittavolo, prevedeva invece che il latte prodotto in quel giorno festivo - che, evidentemente, veniva considerato speciale - fosse attribuito al padrone e che di norma, salva la diversa volontà del proprietario-concedente, non fosse merciato, ossia lavorato per la produzione casearia.

E’ quindi probabile che il latte acquisito che, provenendo dall’intero gregge di ovini della masseria eccedeva, quantitativamente, il fabbisogno della famiglia del proprietario, fosse poi impiegato dal padrone per la pubblica distribuzione ai bisognosi, seguendo gli usi di cui si è parlato innanzi.

Del resto quand’anche fosse stato lavorato, era previsto un segno distintivo per i formaggi prodotti al fine di individuarne l’appartenenza, ma anche il particolare giorno di produzione che attribuiva al prodotto le credute qualità speciali.

E’ possibile che l’uso locale sia stato introdotto dai pastori abruzzesi e molisani giunti dalle nostre parti per la transumanza.

In ogni caso, la presenza di queste tradizioni nel Salento e, in particolare a Taranto, è stata evidenziata nell’opera di un’autrice leccese, dedicata al latte ed ai formaggi salentini, nella quale sono stati messi in risalto l’uso di consumare delle pastine cotte nel latte o dei budini di latte cagliato proprio in occasione della citata festività. (4)

Ciò a conferma dell’importanza che alla festa dell’Ascensione veniva attribuita anche nelle nostre contrade. Nel mondo rurale, essa era ritenuta giorno di particolare grazia e di ricongiunzione tra la terra ed il cielo, nel quale, però, doveva crescere la solidarietà verso i bisognosi.

Un invito, quindi, a mirare il cielo, a guardare in alto, ma anche sulla terra per aiutare il prossimo, così   come esortava a fare il testo dell’introito gregoriano cantato nella liturgia festiva, il quale nell'antifona, tratta da Atti, 1.11., in versione latina recita:

«Viri Galilaei, quid statis aspicientes in caelum? 

Hic Iesus, qui assumptus est a vobis in caelum, 

sic veniet quemadmodum vidistis eum euntem in caelum». (5)

 

 

Note Bibliografiche  

(1) A.Cattabiani, Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, Ed. Rusconi, Milano 1988.

(2) M.Annoscia, Fulvio Filo Schiavoni, Manduria in immagini e documenti fra '800 e '900", Ed. T.M., Manduria, 1994. Nell’opera è riportato in integrale il contratto di affitto.

(3) A.Pace, Lettere al fronte carsico,  Ed. A. Guida, Napoli, 1994, pag. 37.

(4) R.Barletta,  Latte & formaggi Salentini, Ed. Del Grifo, 2002.

(5) «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (Atti degli Apostoli 1,2-11).

 

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