Latifondo e povertà nelle Due Sicilie

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1. Il latifondo in Sicilia

Il duca Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore del celebre e celebrato romanzo storico Il gattopardo, immagina che pochi mesi dopo lo sbarco di Marsala giunga nella dimora avita del protagonista, il principe Fabrizio Salina, un funzionario del nascente stato italiano di nome Chevalley di Monterzuolo.

Egli, un gentiluomo piemontese, rimane colpito sia dalla magnificenza della vera e propria reggia in cui vive il principe (la famosa Donnafugata), sia dalla povertà, dalla criminalità e dall’abbruttimento di larga parte della popolazione.

Fermo restando che si tratta di un’opera letteraria e non storiografica, la descrizione offerta dal duca di Lampedusa tramite il personaggio immaginario del cavaliere Chevalley è storicamente fondata.

La Sicilia al momento dell’Unità era segnata da una struttura socioeconomica fortemente polarizzata anche in confronto alle altre società europee dell’epoca.

Questa sperequazione sociale esistente nell’isola era così accentuata che persino il marchese Domenico Caracciolo, viceré di Ferdinando IV di Borbone in Sicilia dal 1781 al 1786, era giunto a criticarla, nonostante fosse egli stesso un latifondista.

Il marchese Caracciolo scrisse che in Sicilia «la classe de’ coloni, che coltivano a proprio conto il terreno, è picciolissima più che in ogni altra nazione, e la maggior parte di loro vive di semplice salario.»

Quasi tutti i contadini erano quindi salariati ovvero braccianti privi di terra. Inoltre i «proprietari e gli affittatori de’ terreni mercantano sopra il loro travaglio e sopra il soccorso che loro danno ne’ tempi in cui cessa il lavoro.»

 

Il viceré si riferisce qui all’usura esercitata dai possidenti sui lavoratori nei periodi in cui questi, senza lavoro o sottoccupati, dovevano ricorrere a prestiti. Il risultato era che i contadini in pratica non guadagnavano nulla e si limitavano a sopravvivere: «Sicché han già ridotto quello, che un guadagna in tutto l’anno, alla sola sussistenza».

Alla povertà della grande maggioranza della popolazione si contrapponeva, scriveva il marchese Caracciolo, la smisurata ricchezza di un esigua cerchia di latifondisti: «nella Sicilia son molti ricchissimi proprietari, che in riguardo alla sua grandezza sono sproporzionati e mostruosi» [D. Caracciolo, Riflessioni su l’economia e l’estrazione de’ frumenti della Sicilia, con introduzione di G. Dentici, Chiaravalle Centrale 1973, citazioni a p. 31, 31, 36 ]

Una pur approssimativa analisi quantitativa della ripartizione del suolo agricolo in  Sicilia fu compiuta dall’ufficiale borbonico Afan de Rivera, direttore del Deposito della guerra.

Egli in Pensieri sulla Sicilia al di là del Faro scriveva che gli 8/10 dei terreni siciliani erano latifondi e che in più 1/10 della terra rimanente, per quanto ripartita in appezzamenti relativamente piccoli, era posseduta dai medesimi latifondisti.

«Ivi più che in qualunque al tra contrada dell’Europa fan contrasto le immense fortune di una ristretta casta privilegiata, e la miseria estrema della numerosa classe del popolo, che nulla possedendo per lo più manca di mezzi per guadagnar la vita coi suoi sudori. Egli è conosciuto che del suolo della Sicilia i quattro quinti sono ripartiti in latifondi e feudi nobili, che appartengono ai baroni o alla chiesa: che del quinto rimanente la metà almeno è in potere dei medesimi gran proprietarj, e che appena l’altra metà ossia la decima parte del suolo e divisa in piccoli poderi. Quindi risulta che nove decimi della superficie del terreno sono destinati a sostenere il lusso di poche centinaja di famiglie […]: che una decima parte solamente forma la proprietà di poche migliaja di persone; e che la massa della nazione non possiede nulla.» [Afan de Rivera, Pensieri sulla Sicilia al di là del Faro, Napoli 1820, p. 34]

L’egemonia del latifondo nella Sicilia borbonica è confermata in modo analitico da uno studio di Alberto Di Blasi compiuto sul catasto della prima metà dell’Ottocento nella parte centro-orientale dell’isola, nelle attuali province di Catania, Siracusa, Ragusa, Enna, Caltanissetta.

Le proprietà superiori ai 200 ettari comprendevano il 57 % della superficie di 1.166.000 ettari.

Il Catanese aveva nella prima metà del secolo XIX una ripartizione fondiaria in cui il 51% della superficie apparteneva a fondi dalle dimensioni di circa 200 ettari in media ed il 31% a proprietà che superava gli 800.

Eppure la zona di Catania era, in Sicilia, una di quelle con la minore concentrazione di proprietà, ossia di latifondismo. Le ditte catastali con oltre 1000 ettari giungevano da sole al 45 % del suolo accatastato nel nisseno ed al 25 % nell’ennese. [A. Di Blasi, La proprietà fondiaria nella Sicilia centro-orientale. Considerazioni geografiche, Catania 1968, pp. 12-13, p. VIII]

Soffermandosi sul  caso di un singolo comune siciliano, la ricerca compiuta da Giuseppe Lo Giudice su Bronte ribadisce anch’essa questa prevalenza della grande proprietà.

I possedimenti del duca, ovvero l’ex ducea feudale, coprivano da soli circa la metà dei 30.000 ettari dell’intero territorio comunale. La maggioranza delle terre della restante metà era in mano a 19 proprietari. Il duca e gli altri latifondisti, 20 persone, possedevano l’81% dei fondi.

La media proprietà comprendeva l’8% della superficie  ed era ripartita in 87 ditte catastali. Infine la piccola proprietà aveva l’11% della superficie ed aveva un altissimo grado di frammentazione in appezzamenti minuscoli, essendo distribuita in 3759 parcelle catastali, le cui dimensioni medie erano inferiori all’ettaro e che non consentivano la formazione di aziende agricole autonome.

I piccoli o piccolissimi proprietari potevano quindi coltivare la terra soltanto come integrazione di un’altra professione, che era abitualmente la manovalanza su terre d’altrui proprietà.

La struttura piramidale delle proprietà fondiarie di Bronte e l’assetto sociale traspaiono da queste cifre: il duca possedeva circa il 50 % delle terre; 19 latifondisti oltre il 30 %; 87 medi proprietari l’8%; infine 3759 ditte catastali si spartivano l’11% rimanente. [Giuseppe Lo Giudice, Comunità rurali della Sicilia moderna. Bronte (1747-1853), Catania 1969]

Sono interessanti le dimensioni dei singoli latifondi. Esaminando il solo Siracusano, si scopre che nella prima metà del secolo XIX un fondo, quello detto di Monasteri, raggiungeva i 2232 ettari.

Esso era attorniato da altri ritenuti, per l’epoca, possedimenti medi: la baronia di Targia, della casata dei baroni Arezzo, aveva 1030 ettari; la baronia di Cavadonna era di 811; il latifondo di Longarini era di 551 ettari. Si tenga conto che tutti questi latifondi si trovavano nella sola zona di Siracusa. [A. Lippi Guidi, Masserie e vecchi manieri nel Siracusano, Siracusa 1990, pp. 20-21]

La famiglia dei principi di Paternò-Ferrandina sino alla  prima metà del secolo XIX possedette 55 feudi che comprendevano 15.422 salme, ossia circa 27.000 ettari. [M. Rizza, La rescissione delle soggiogazioni in forza del decreto del 10 febbraio 1824. Primi risultati di una ricerca archivistica, in «Archivio Storico Siciliano» s. IV, VII, 1981, pp. 297-329.]

I latifondi ecclesiastici avevano superfici comparabili a quelli nobiliari. Ad esempio, nel solo territorio di Trapani nel 1860 il monastero Badia Nuova aveva due latifondi, uno di 911 ettari ed un altro di 558, il Convento dell’Annunziata possedeva una tenuta di 804 ettari ed un’altra di 430 (ma aveva altri fondi ancora, a Trapani ed altrove!), il Convento di S. Francesco d’A. controllava un fondo di 462 ettari, il monastero di S. Chiara uno di 428 ettari ecc.

Il monastero dello Scavuzzo aveva un latifondo di 1167 ettari e rotti nella zona di Spàracio e Culmi nel comune di Monte san Giuliano [Simone Corleo, La distribuzione delle terre per l’enfiteusi dei terreni ecclesiastici e la sicurezza pubblica in Sicilia, in “Giornale di scienze naturali ed economiche”, I, a. XII-XIII (1876-1877), Palermo 1877]

I gesuiti del collegio di Trapani possedevano nel secolo XVIII ad Inici una masseria di circa 1205 ettari. Dopo la soppressione dell’asse gesuitico decretato dal potere regio, questo latifondo fu comprato da Agostino Cardillo, dell’omonimo casato marchionale, il cui padre era stato consultore della Suprema Giunta di Sicilia in Napoli.

Il compratore era un Magistrato del Real Patrimonio, quindi fra i funzionari incaricati di ripartire i beni dell’ordine dei gesuiti messi all’asta!

Le sole proprietà ecclesiastiche giungevano nel 1860 in Sicilia al 10 % di tutto il territorio agricolo insulare, coprendo 230 mila ettari circa. [S. Corleo, “Storia dell’enfiteusi dei terreni ecclesiastici della Sicilia”, Caltanissetta- Roma 1977, p. 329].

Poche centinaia di uomini, per lo più aristocratici a cui si aggiungevano alcuni ecclesiastici di alto rango, avevano quindi la proprietà dei 9/10 del suolo in una società prevalentemente agricola ed in cui l’agricoltura faceva la parte del leone nell’economia. Il 1/10 residuo era ripartito fra poche migliaia di persone. La grande maggioranza dei siciliani non aveva proprietà fondiarie.

 

2. Il latifondo nel Mezzogiorno continentale

La diffusione del latifondo non era una prerogativa esclusiva della Sicilia, giacché anche nel Mezzogiorno continentale esso egemonizzava la proprietà fondiaria.

Una regione continentale dominata dal latifondo era la Puglia, in cui la grande proprietà, la coltivazione cerealicola estensiva ed i grossi pascoli erano lo scenario rurale abituale. I salariati, braccianti e pastori pagati dai latifondisti, erano la classe sociale più numerosa. [G. Poli, Territorio e contadini nella Puglia moderna. Paesaggio agrario e strategie produttive tra XVI e XVIII secolo, Galatina 1990.]

Per portare un esempio più dettagliato, anche in Terra d’Otranto il latifondo ecclesiastico era particolarmente forte.

Murat aveva soppresso nel 1809 un gruppo di 165 monasteri, incamerando allo stato i loro beni fondiari che giungevano a «22326 ettari di terreno sativo, 3218 di oliveto, 450 di vigneto, 249 di giardino, 2571 di macchia, 553 di bosco e una estensione non precisata con 16986 alberi di olivo», quindi 29367 ettari, più gli oliveti.

Il patrimonio fondiario ecclesiastico rimase però ingente, al punto che dai «contratti della vendita dei beni ecclesiastici venduti tra il 1866 e il 1881 si ricava che in Terra d'Otranto furono confiscati 1759 ettari di sativo, 1350 di oliveto, 116 di vigneto, 81 di giardino, 633 di macchia, 4 di bosco e 16205 di terreno a coltura mista» p. 228, quindi 16205 ettari.

Il totale ammonta a 45.572 ettari di proprietà ecclesiastica nella Terra d’Otranto. [Oronzo Mazzotta, La soppressione sabauda dei conventi nel Mezzogiorno (1861-1866): Il caso di Terra d'Otranto, in “L' Idomeneo: rivista della Sezione di Lecce/Società di storia patria per la Puglia”, Galatina 1998, pp. 225-228]

Si badi bene che il latifondo era radicato anche nelle altre regioni, oltre alla Puglia. Era quanto accadeva in Irpinia.

Ad esempio, il possedimento feudale del casato dei Caracciolo di Avellino, detto significativamente “Stato di Avellino” riuniva nel 1798 una serie di baronie che coprivano complessivamente una superficie di 220 chilometri quadrati, ossia 22.000 ettari.

La concentrazione dei possessi fondiari era persino maggiore di quanto questi dati disaggregati indicano, poiché accadeva frequentemente che diversi latifondi avessero lo stesso proprietario. [Giuseppe Cirillo, Verso la trama sottile. Feudo e protoindustria nel Regno di Napoli (secc. XVI-XIX), Roma 2012, p. 58]

Alla fine  del secolo  XVIII lo stato feudale di Sant’Angelo dei Lombardi, definito proprio come “stato”, con  «245,62 kmq costituiva il 29% della superficie territoriale di quell’area. Esso contava, a fine ‘700, 20.607 abitanti, pari al 34.52% della popolazione dell’Alta Irpina e al 5,58% dell’intera provincia» [Francesco Barra, Lo “Stato” Feudale degli Imperiale di Sant’Angelo, in Cirillo, Verso la trama sottile, cit., p. 55]

È banale osservare che anche il sovrano e la famiglia reale erano grandi latifondisti, Giusto per portare un esempio, la masseria di Santa Cecilia, vicino a Foggia, comprendeva sotto il regno di Ferdinando I 1372 ettari ed era di proprietà del principe ereditario Francesco di Borbone, futuro re Francesco I.

Essa era stata formalmente donata dalla cosiddetta Dogana, ossia una specie di consorzio di proprietari locali, anche se di fatto si era trattato di una imposizione regia. [Daunia felix. Società, economia e territorio nel XVIII secolo, a cura di F. Mercurio, Foggia 2000, pp. 63-64.]

Si deve precisare che la casata dei Borboni di Napoli possedeva  sia i beni della  corona, sia i beni detti allodiali del monarca, sua proprietà personale e diretta. Soltanto questi ultimi comprendevano i  seguenti feudi: Altamura, Borbona, Campli, Cantalice, Castellammare, Cittaducale, Leonessa, Montereale, Ortona a Mare, Penne, Pianella, Posta, Rocca Guglielma, San Giovanni in Carico, San Valentino. [G. Galanti, Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie, vol., I, Napoli 1787, p. 239]

 

3.  Una società fortemente piramidale

Essendo il Mezzogiorno d’Italia, come quasi l’intero mondo dell’epoca, una società principalmente agricola ed in cui il  settore primario era economicamente di gran lunga prevalente, una ripartizione dei possessi fondiari così squilibrata aveva decisive conseguenze sociali.

Nel 1792 nel regno di Napoli, distinto da quello di Sicilia, esistevano 4828914 abitanti, secondo le stime di autore di convinzioni borboniche come il Bianchini, nella sua monumentale Della storia delle finanze del regno di Napoli in sette ponderosi volumi, pubblicata a Napoli durante il regno delle Due Sicilie.

Questi quasi cinque milioni di persone erano così distribuite come struttura sociale: i feudatari e nobili (che comprendevano all’epoca anche la totalità o quasi del corpo ufficiali), erano 31.000; la borghesia intellettuale delle professioni liberali (principalmente uomini di legge, quindi avvocati, giudici e notai, e medici) erano 40.400; il clero maschile e femminile comprendeva 90.659 persone, di cui 64.000 preti, frati, monaci e 26659 monache. Il resto, 4.666.855 persone, era costituito per la quasi totalità da contadini, artigiani, pastori, marinai, insomma dal cosiddetto  “popolo minuto”.

In percentuale, meno dell’1 % della popolazione apparteneva all’aristocrazia, quasi l’1% alla borghesia intellettuale, circa il 2 % al clero, il resto al popolo in senso stretto.

La concentrazione di possedimenti in pochissime mani era più accentuata ancora di quanto queste cifre indichino, poiché all’interno della nobiltà e del clero vi erano sproporzioni sociali rilevanti. Fino almeno agli inizi del secolo XIX esistette la prassi nei casati aristocratici di trasmettere il patrimonio solo al primogenito, in maniera da conservarlo intatto.

Gli usi della primogenitura, dei maggioraschi, seniorati, fedecommessi, facevano sì che i figli maschi “cadetti” o femmine fossero esclusi dall’eredità. I 31 mila aristocratici calcolati dal Bianchini nel 1792 non erano pertanto tutti grandi proprietari terrieri. L’ufficialità militare era formata in quella data interamente da nobili, ma per lo più cadetti.

[A. L. Sannino, Famiglia, matrimonio, diuorzio in Basilicata, in Il Mezzogiorno e la Basilicata fra l'età giacobina e il decennio francese (Atti del Convegno di Maratea, 8-10 giugno 1990), a cura di A. Cestaro-A. Lerra, II, Venosa 1992, p. 372]

Differenze sociali nette si ritrovavano anche nel clero. Persino un autore favorevole alla Chiesa cattolica come il Corleo ammette non solo le dimensioni del latifondo ecclesiastico, ma anche la sproporzione esistente fra i religiosi stessi, in cui si ritrovava una minoranza facoltosa ed una maggioranza posta in condizioni di povertà:

«ha esistito nel patrimonio ecclesiastico una grande disproporzione, cioè una eccessiva ricchezza di alcuni vescovadi ed abbazie, di pochi conventi e monisteri; mentre taluni altri vescovi e la gran quantità di conventi e monisteri avevano un reddito mezzano, talvolta anche ristretto; i parrochi e i loro coadiutori vivono quasi in generale stentatamente per mezzo di sussidii comunali, di decime, o assegni episcopali; la gran massa del clero vive dei minuti lasciti di culto e delle oblazioni, moltissimi de' patrimoni provvenienti dalla loro famiglia.» (S. Corleo, “Storia dell’enfiteusi dei terreni ecclesiastici della Sicilia”, Caltanissetta- Roma 1977, p. 329).

Uno dei maggiori rappresentanti napoletani del “Settecento riformatore”, il giurista Gaetano Filangieri, poteva scrivere che, al di fuori della capitale, vi era una esigua aristocrazia dominante composta da poche migliaia di nobili e di ecclesiastici, mentre «il resto della nazione è composta di schiavi attaccati al suolo, ove nascono, che non conoscono né la proprietà reale, né la personale, che coltivano un terreno che non è loro, e i frutti del quale vanno interamente a colare tra le mani del tiranno che li opprime».

A proposito di questi ultimi, infatti, Filangieri scriveva che la libertà era di «poche migliaia di nobili e di preti» [G. Filangieri, Scienza della legislazione, II, Napoli 1783, pp. 143-144.]

 

4. La diffusione della povertà nel regno delle Due Sicilie

Conseguenza inevitabile di un tale assetto economico, di uno stato principalmente agricolo ed in cui la quasi totalità della terra era posseduta da poche migliaia di famiglie, era la povertà della grande maggioranza della popolazione.

L’economista Luca de Samuele Cagnazzi offre un quadro dettagliato delle condizioni economiche e soprattutto sociali del regno  delle Due Sicilie nel suo “Saggio sulla popolazione del regno di Puglia: nei passati tempi e nel presente“.

Cagnazzi era originario di Bari ed il suo libro era stato pubblicato a Napoli nel 1839, con le immancabili (per  l’epoca) frasi di rispetto ed adulazione nei confronti della casa reale ecc.

Il libro è stato pubblicato, com’è ovvio, dopo essere passato al vaglio della censura, tanto che in fondo compare la breve dichiarazione dell’incaricato, un ecclesiastico, che ne autorizza  la stampa.

Il Cagnazzi può dedicare un’intera, corposa parte del suo libro alla questione dei poveri e dei mendicanti e della loro folta presenza nel regno, di cui fornisce anche statistiche abbastanza dettagliate: si tratta del capitolo IV, “Del Pauperismo popolare in questo Regno”, del V, “Della mendicità in questo Regno”, del VI “Modi a minorare la mendicità in questo regno”. Tre interi capitoli sono quindi riservati alla questione sociale, ma egli si sofferma spesso e volentieri  su di essa anche in altre  parti del volume.

Egli sottolinea anzitutto che la povertà media nelle zone rurali, in cui viveva il grosso della popolazione, era persino peggiore di quella esistente nelle città:

«Che vi sia povertà nel basso popolo, che vive in città, non vi è tra noi, che no’il vegga; ma è dessa assai minore di quella‘degli operai di campagna, con grave danno della Nazione, poiché dall’esperienza si trova vero l’antico proverbio Francese: pauvre colon, pauvre Nation.» [Ibidem, p. 35]

Le paghe dei braccianti ovvero dei salariati agricoli sono così basse da rendere problematica la stessa sopravvivenza:

«Per tutto il Regno ora la giornaliera mercede de’contadini è tra li quindici a venti grana al giorno; ma questa non si percepisce nelle domeniche, e negli altri giorni di astinenza dalle opere servili, onde è che non si lucra più di ducati cinque al mese quel contadino, che ha grani venti al giorno, che è la massima mercerie; mentre per altri non giugne a grana dieci. Come può dunque un uomo, che nulla possiede, mantenersi ora colla moglie, e figli con tale tenue somma?» [Ibidem, p. 36]

Confrontando l’alimentazione dei contadini della Puglia  con quello degli schiavi d’epoca romana, che il Cagnazzi conosceva per il  tramite delle opere antiche, questo economista conclude:

«Questo alimento [è] minore di quello, che aveano gli antichi servi da catena […] gli antichi servi da catena mentre erano in ozio aveano. per alimento grammi 113 di più di pane de’ nostri contadini Pugliesi, quali formano circa cinque once nostre; e quando travagliavano ne aveano sedici once, ed un terzo di più.» Anche come fornitura di vino gli schiavi antichi avevano un’alimentazione migliore. [Ibidem, pp. 38-39].

Il Cagnazzi ricorda inoltre che quando questi contadini si ammalano, «il che non di rado avviene», cessano di percepire il loro salario, mentre gli schiavi antichi dovevano essere comunque mantenuti dal padrone. [Ibidem, p. 40].

Le condizioni materiali dei contadini pugliesi sotto i Borboni sarebbero state pertanto, a detta di questo economista che viveva sotto il regno delle Due Sicilie, peggiori di quelle degli schiavi antichi.

Eppure, le classi agricole della Puglia non erano neppure le più misere, poiché Cagnazzi prosegue dicendo che in confronto alla condizione dei contadini pugliesi quella dei loro omologhi della Basilicata ed in generale delle altre zone appenniniche del regno è persino peggiore:

«Se miserabile è la classe de’Contadini di Puglia […] molto più è quella de’ montagnari di Basilicata, e delle altre contrade montuose» [Ibidem, p. 43]

Non stupisce quindi che questo studioso, che scriveva sotto Ferdinando II, sostenesse che i contadini si dedicassero per vivere anche al furto («il mestiere di rubare è molto in uso in tale classe» [Ibidem, p. 47]), la cui causa era la  sproporzione nella  ripartizione della ricchezza [Ibidem, p. 56].

Secondo le stime del Cagnazzi, esisteva nel vecchio territorio del regno di Napoli  (escludendo quindi la Sicilia) un numero di mendicanti pari a 189.686, che arrivava al 3,3 % sulla popolazione totale di 5.730.274 abitanti.

Questo economista lamenta anche nella sua opera la scarsità di strade, la diffusione dei reati contro il patrimonio, l’alto numero di bambini abbandonati (che quasi tutti muoiono nel primo anno di vita, per il 95 %!), il deficit della bilancia commerciale, l’insufficienza della marina mercantile, la scarsità dell’istruzione ecc. ecc. ecc.

Il Cagnazzi era persino ottimista riguardo alle percentuali di mendicanti. Un saggio di Domenico Demarco, Il crollo del regno delle Due Sicilie. I La struttura sociale (Napoli 1960), assai analitico e fittissimo di dati statistici basati su fonti originali, propone percentuali persino più elevate di mendicanti. Egli calcola che gli abitanti del reame ridotti a vivere di accattonaggio fossero nel Mezzogiorno continentale il 5,91 % della popolazione nel 1834 ed il 5,26 % nel 1854.

La media totale per l’intero regno delle Due Sicilie era nel 1943 del 5,40 %. Ogni venti abitanti, uno era un mendicante. [Domenico Demarco, Il crollo del regno delle Due Sicilie. I La struttura sociale, Napoli 1960, p. 188]

Le statistiche della povertà dedotte dai censimenti delle autorità statali nel Mezzogiorno continentale attestano una sostanziale invarianza per mezzo secolo, da Murat sino al 1860.

Il primo  censimento in proposito è quello compiuto nel 1812, che forniva le seguenti percentuali: un 3,4% della popolazione era costituito da veri e propri mendicanti; i poveri, intesi secondo l’accezione dell’epoca quali coloro che non erano in grado di mantenere sé stessi senza l’aiuto altrui, erano il 15 %; esisteva però una larghissima maggioranza della popolazione, calcolata pari addirittura al 75 %, che pur non essendo incapace di provvedere alle proprie esigenze alimentari viveva in condizioni precarie e senza mezzi propri, risultando pertanto suscettibile di precipitare nella vera e propria indigenza con relativa facilità.

Esisteva quindi una categoria comprendente i ¾ della popolazione i cui membri anche se non “facevano la fame” potevano però patirla anche solo per una crescita del prezzo del pane, per una meteorologia sfavorevole, per una malattia ecc., trovandosi appena al di sopra della povertà in senso stretto e sempre in pericolo di precipitarvi.

Un esempio di questo fu la carestia del 1816-1817, che portò a morti per fame addirittura in una regione esportatrice di cereali  come la Puglia, con una impennata della mortalità infantile, molte centinaia di decessi per inedia o malnutrizione nella sola Capitanata, espulsioni coatte da città di folle di poveri affluiti in cerca di soccorso.

Soltanto 1 abitante su 10 del regno delle Due Sicilie viveva in una condizione sociale che lo poneva al sicuro quantomeno dall’insufficienza alimentare.

[G. De Gennaro, Lavoro e occupazione nel Mezzogiorno. L’involuzione del secolo XIX, Napoli, 1991, pp. 29 sgg.; Maria Palomba, La crisi agraria del 1815-17, in Angelo Massafra (a cura di), Il Mezzogiorno preunitario:economia, società e istituzioni, Bari 1988.]

 

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