Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Arrivederci Padre Piersandro Vanzan, mio maestro di vita

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Quando parlavamo dei Martiri del 1799, lui li chiamava "I nostri amici della stanza di sopra". Ed anche lui adesso è passato da quell'altra parte. Amico, maestro, confidente, Padre Piersandro Vanzan è stata una colonna portante nella mia vita, il mio "angelo in terra". E' così che ho sempre amato definirlo e lui scherzosamente mi chiamava "il suo arcangelo".

Ho appreso la notizia della sua morte dai giornali: un dolore immenso, lacerante, consolato ora solo dal  ricordo delle sue parole e da quella ferrea fede nel pensare che "loro", quelli "della stanza di sopra" non sono morti, sono solo degli invisibili.

Un'amicizia lunga  la nostra, un tempo durante il quale ha saputo donarmi una forza immensa tutte le volte che attraversavo momenti difficili, ma anche felici, legati alla mia carriera ed alla mia vita personale. Curatore spirituali di tutti i miei lavori sul 1799, Padre Vanzan è stato per me non un uomo di chiesa, ma una spalla forte e sicura su cui ho sempre avuto la certezza di potermi riposare, affidare, una mente giovane, aperta, con cui potersi confrontare, discutere e da cui attingere a piene mani, al di là di ogni limite dogmatico.

Lo conobbi nel lontano 1996 durante il mio sodalizio con Maria Antonietta Macciocchi, nostra comune amica, e da allora il nostro legame è divenuto negli anni sempre più forte. Ha seguito con la pazienza ed amore tutti i miei passi durante le ricerche sulla tomba di Eleonora de Fonseca Pimentel, spronandomi a non arrendermi mai, a proseguire anche quando, dopo dieci anni di lavoro, la via intrapresa diveniva sempre più irta ed in certi momenti crollavo esausta. Tutte le bozze dei miei lavori, fino all'ultimo pubblicato lo scorso luglio, non giungevano sulla scrivania dell'editore senza aver prima ricevuto il suo amabile placet, quel sorriso luminoso con il quale mi avvolgeva, quelle parole da cui si sprigionava una sorta di magia così forte da caricarmi di una inesauribile forza.

Dire che mi mancherà è poco, anzi, è niente.

Lo ricorderò per sempre tra le persone più care della mia vita.

La sua introduzione al mio lavoro "La Penna e La Spada" e le recensioni che mi ha donato su "La Civiltà Cattolica"  rappresentano per me la sua eredità più grande, assieme ad un fitto carteggio e soprattutto  all'amore per il mio lavoro che anche per lui, porterò avanti, sempre come lui mi diceva," da ricercatrice instancabile di verità e giustizia", fino a quando non ci rincontreremo nella "stanza di sopra". Arrivederci mio angelo in terra.Non sei morto, sei solo invisibile e per sempre vivo nel mio cuore.

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Prefazione (La Penna e La Spada)

di Piersandro Vanzan

(Padre gesuita, scrittore e redattore di Civiltà Cattolica, docente Pontificia Università Gregoriana)

Ricordando la Macciocchi…

Quando mi è stato chiesto di redigere questa prefazione, non ho indugiato perché mi sembrava l’occasione buona per ricordare l’on. prof. Maria Antonietta Macciocchi, cui ero legato — ancor più di Antonella Orefice — da 25 anni. Di fatto, quella richiesta ha fatto emerge in me una serie di coincidenze e ricordi che, non sembrandomi casuali, ho provato a districare. Se non altro perché mi sembravano coincidenze interessanti, o  anche “strane”, ma comunque belle. Una serie di vicende addirittura un po’ “misteriose”, come nei fitti intrecci vissuti da Eleonora de Fonseca Pimentel, quelle che s’annodano in questo libro di Antonella Orefice. Merita rievocarle.

Correva l’anno 1983 quando Maria Antonietta Macciocchi pubblicava il suo Duemila anni di felicità e, in seguito alla mia critica ma positiva recensione in Civiltà Cattolica nell’84, iniziava la mia ricca Amicizia con quello spirito “inquieto” tanto socioculturalmente, quanto politicamente e in fatto di religione. Non a caso la Macciocchi (Mam per gli Amici) scrisse poi Le donne secondo Woityla — dopo una famosa udienza col Papa a Castelgandolfo — e Diario di un’eretica, sui molteplici e tormentati suoi esodi politici, sempre incalzata com’era dalla ricerca di una “politica” — come scienza architettonica della polis — talmente ideale da farmi pensare —  e glielo dicevo — che fosse possibile soltanto nella Gerusalemme celeste (di cui forse aveva struggente nostalgia).

Dieci anni dopo quel primo nostro incontro, Mam pubblicava Cara Eleonora, nel 1994, e poi — in vista del bicentenario della Rivoluzione napoletana, La vera storia di Luisa Sanfelice. Opere che non solo ho di nuovo presentato e favorevolmente in Civiltà Cattolica, ma anche — ecco l’intreccio strano o, se volete, misterioso — che incontrarono l’attenzione di Antonella Orefice, che nel frattempo s’interessava appunto di Eleonora. Risultato: per mio tramite, Antonella entrò in rapporto con Mam, la quale — occorre dirlo? —, fu conquistata da quella giovane e valida ricercatrice che, in qualche modo, poteva raccogliere (Mam lo sperava proprio)  il “testimone” delle sue ricerche e fatiche.

Mam infatti cominciava a perdere colpi, ma tenace — addirittura testarda — com’era, non rallentò i ritmi delle sue ricerche e di conseguenti lavori che andava pubblicando. Consolata — addirittura incoraggiata, oserei dire — dal fatto che quella giovane volesse seguirla, imitarla… Addirittura penso che si augurasse di vedere il giorno in cui Antonella la superasse! Purtroppo una devastante malattia la tolse prematuramente dalla scena culturale — quella politica l’aveva mollata da tempo — e recentemente “sorella morte” l’ha portata “nella stanza di sopra”, come amavo dirle. E di lassù spero proprio che veda questo libro di Antonella e lo apprezzi soddisfatta… e magari ne discuta con la stessa Eleonora.

*   *   *

Passare il testimone…

A tutto ciò ho pensato quando Antonella m’ha inviato le bozze di  questa sua nuova fatica, realizzata al solito con intelletto d’amore, pari alla tenacia (cocciutaggine, addirittura). E quando ho trovato queste righe di quell’altro grande spirito che è Gerardo Marotta — «è necessario promuovere e favorire la cultura e la ricerca», perché giustamente l’unità europea suppone che analizziamo le molteplici vicende e radici della storia di questo continente —, allora ho avuto un sussulto, ricordando le decennali ricerche di Antonella: prima con Mam e poi da solitaria.

E ancor più ho sussultato leggendo quanto scriveva Benedetto Croce nel primo centenario della Rivoluzione napoletana: «Il legame sentimentale con il passato prepara ed aiuta l’intelligenza storica, condizione di ogni vero avanzamento civile, e soprattutto assai ingentilisce gli animi. Ai nostri giorni non sia da spregiare nessuna forza, pur modesta ed umile, che concorra a tal fine>>.

Sì, ancor più di allora oggi «non dobbiamo spregiare nessuna forza, pur modesta e umile, che concorra a tal fine»! Sì, non temo sbagliare nel dire che il presente volume di Antonella ha raccolto quell’esortazione ed ha raccolto il testimone dei grandi suoi predecessori — da Croce a Maria Antonietta Macciocchi (che a sua volta è stata allieva di Croce) — sta onorandone l’impegno… Procedendo con intelletto d’amore, e tenacia: come loro e, se possibile, ancor oltre.

*   *   *

Sempre procedendo con intelletto d’amore (e tenacia)

Ho usato ripetutamente la parola tenacia perché ritengo che, insieme con l’intelletto d’amore che Antonella mette nelle sue ricerche, formi il trittico caratteristico o principale del suo lavoro, e la conditio sine qua non delle sue “scoperte”, che troviamo anche nella presente opera. Qui mi basterà ricordare l’esauriente — ma frutto di quanti pazienti ricerche e confronti! — ricostruzione biografica di  Eleonora; o l’individuazione di quale fu veramente il palazzo del Monitore (e ultima dimora di Eleonora) o, infine, la scoperta sensazionale della tomba di Eleonora.

Tutto ciò, merita ripeterlo nel concludere questa rapida prefazione, evoca la tenacia — se non addirittura cocciutaggine — di Antonella nel frugare instancabilmente nei diversi Archivi — dello Stato, Diocesano, Chiese e Cimiteri —, perciò stesso onorando quanti le hanno passato il testimone. Senza dire che questa insaziabile sua ricerca — la migliore curiositas invocata dagli antichi! — promette ben altre scoperte. Anche perché non si dà mai per vinta e, anche quando fruga invano, “sente”  interiormente che deve cercare altrove. E alla fine, effettivamente, trova! Com’è avvenuto appunto con la tomba di Eleonora.

 

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