La cultura a Napoli: quella "sconosciuta"

Condividi

Ho sempre evitato di prendere parte a polemiche sterili, specie quando sono sollevate da personaggi di nota dubbia fama, ma stavolta mi sento in qualche modo chiamata in causa in rispetto non solo del compianto avvocato Gerardo Marotta, ma della cultura napoletana, quella “sconosciuta”, quella che qualcuno vorrebbe porre ai margini di un grave problema sociale.

Per celebrare la memoria e l'opera impagabile del fondatore dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici recentemente scomparso, sono stati organizzati diversi eventi, in termini di conferenze ospitate in vari istituti di cultura, università e licei.

Personalmente ho accolto molto volentieri anche io l’invito da parte degli organizzatori a dare un mio contributo, tenendo una lezione aperta ai ragazzi del liceo artistico statale di Napoli “SS. Apostoli”.

E’ stata un’esperienza vissuta  molto positivamente; gli allievi che non solo hanno affollato l’aula magna, ma hanno dimostrato grande interesse per l’argomento trattato: “Damnatio memoriae. L’importanza delle documentazioni storiche per la ricerca della verità”.

 

C’è stata una grande partecipazione, curiosità e soprattutto desiderio di saperne di più sia da parte dei ragazzi che dei docenti.

In collaborazione con l’Archivio Storico Diocesano di Napoli, con il dottor Carlo De Cesare, abbiamo offerto ai presenti la possibilità di toccare con mano documenti e mappe topografiche di diverse epoche, mettendoli in relazione con il fascino vivo della storia.

In quella sede ed in quella occasione, la “cultura” non si è presentata da “sconosciuta”, ma da bene universale di tutti, da diffondere e coltivare.

Le cose purtroppo a quanto pare non sono andate così anche a Scampia. L’evento organizzato dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, pare si sia stato disertato dai giovani del quartiere, riducendosi, o almeno così è stato etichettato, a mera “passerella” dei soliti intellettuali.

Occasione, questa, molto ghiotta per i soliti auto referenziati redentori dell’atavico regno, pronti a tirare fuori pedissequi sproloqui ed a esibire quella ridicola banderuola, argomentando su presunte cause e colpevoli di un secolare disagio sociale.

Affermazioni del tipo “Napoli ha bisogno di lavoro e non di cultura” sono state riportate da quotidiani locali senza nemmeno avere il buon senso di pesarne il grottesco.

Ciò lascia supporre che i redattori pensano di rivolgersi a pochi interlocutori disinformati, che si imbevono di tanto in tanto solo alle loro fonti contaminate da una pseudo ideologia molto poco edificante.  

Hanno mai sentito parlare di “ricerca di lavoro specializzato” che proprio per mancanza di cultura non fa decollare l’economia del sud?

“C’è bisogno di lavoro e non di cultura”. Ma di che genere di lavoro? Siamo rimasti all’oscurantismo borbonico, alla manovalanza, al mestiere da poter apprendere al seguito del “mastro”?

Insomma, possibile che sia così difficile comprendere che i tempi si sono evoluti, che la cultura è un bene che lo Stato garantisce con obbligatorietà a tutti i ragazzi e lo fa proprio per tirarli fuori da quel secolare analfabetismo in cui era stata abituata a vivere la plebe del regno delle due sicilie  al tempo dei Borbone?

Parlo da cittadina napoletana da generazioni, che è nata e vissuta da sempre nel centro storico di Napoli, che ha frequentato scuole statali e che ha avuto le sue prime esperienze da docente di Lettere proprio a Scampia.

Non si tratta di sputare sentenze a pancia piena o vuota, ma di riflettere innanzitutto da persona che si è formata in determinati contesti, in cui solo e soltanto la cultura le ha offerto la possibilità di capire, esprimersi e soprattutto soffrire profondamente nel vedere e toccare con mano, ogni giorno, miserie e nobiltà di un popolo.

Fa rabbia, tanta rabbia vedere gente che non manda i propri figli a scuola, non per esigenze economiche, perché i soldi con tanti intrallazzi di certo li trovano, ma perché devono fare la cultura di strada, devono imparare ad arrangiarsi, a rubare un mestiere.

E’ vergognoso assistere a liti tra genitori e docenti oramai impotenti di fronte all’arroganza di generazioni tralignate.

La cultura è una cosa inutile, proprio come affermano gli eredi di Francischiello!  

Lo Stato deve trovarti “o posto”, pure se non sei in grado di esprimerti, di leggere, di scrivere. Te lo deve dare perché ti spetta, perché ne hai diritto. Tu devi pretendere tutti i diritti, ma quanto a doveri… e chi se ne frega!

Non hanno senso i libri, la scuola, i soldi devono servire solo per comprare i vestiti firmati, il motorino e le abbuffate.  E se proprio sei nato scemo ed hai avuto l’ardire di studiare, allora te ne devi andare al Nord, perché qua si cerca solo manovalanza a buon mercato, un lavoro senza impegno mentale, qua è propedeutica solo tanta astuzia sopraffina, quella che ti garantisce il guadagno facile con poca fatica. Questa è la filosofia del popolo “vero”, quello “reale”, quello di cui si fanno portavoce i fieri ed impettiti portabandiera dei clan identitari.

Chi sarebbero questi intellettuali? Gente spocchiosa, personaggi che credono di sapere tutto ed alla fine sanno solo ergere se stessi. Pochi, tristi, appartati, gente che non si riconosce nelle viscere della sua terra, quella parte che produce solo escrementi…

Sono queste le idee amate e diffuse dai lerci saccenti, dai sedicenti soccorritori di anime, dai cultori delle nostre più gloriose radici storiche,  che continuano a prendere la parola con totale incoerenza, arrogandosi il diritto di rappresentare un popolo.

Napoli non è così e loro non hanno alcun diritto di generalizzare o di rappresentare chi non glielo chiede. A Napoli c’è tantissima gente che ama e coltiva la cultura vera, che con tanti sacrifici manda i figli a scuola con la speranza di un futuro migliore, ragazzi che si accontentano di un lavoro saltuario pur di mantenersi all’università, gente che si aggrappa al desiderio di costruire, di salvare questa benedetta città dalle grinfie di secolari truffaldini.  Dal 1799, da quando Ferdinando IV ha mandato al patibolo tutta la migliore intellighentia napoletana, Napoli è finita nella loro mani ed i risultati sono ben noti a tutti.

Ora si lamentano, addossano ogni colpa  ad una fantomatica classe dirigente di intellettuali che non avrebbe saputo cambiare le loro miserevoli sorti, magari distribuendo un po’ di spiccioli come faceva il buon Borbone, “o re dei primati!”.

Oggi insultano di riflesso Marotta, così come insultarono la Pimentel Fonseca, pur non sapendo nemmeno chi fosse, quando al San Carlo nel 1999 si celebrò il bicentenario della rivoluzione napoletana.

Insultano, inveiscono, giusto perché il capo popolo gli ha detto di fare così. Se lo ha detto lui, è cosa buona e giusta!

Cosa avrebbe dovuto fare Marotta per Scampia? Assumere qualcuno nell’Istituto e dargli “o posto”, quando per la sopravvivenza di questo si è indebitato fino al collo?

Ma chiaramente quello dell’avvocato è stato un sacrificio irrisorio perché, a cosa è servito comprare tanti libri, quando poi nemmeno sanno leggere?

Loro vogliono solo “o posto”, e se è in politica ancora meglio, così possono mettere le mani sui soldi pubblici con più facilità.

La cultura, quella sconosciuta” è roba che non si mangia. La cultura rende le persone libere e la libertà è pericolosa,  fa paura. La libertà apre la mente e aiuta a capire quanto poco ci si può fidare di certi personaggi abili nel raggiro, e se si è a digiuno, soprattutto di libri, a loro conviene, così possono imbottire gli stupidi di qualsiasi idiozia.

Napoli ha bisogno di lavoro, non di cultura?

Credo che Napoli abbia essenzialmente bisogno di gente più onesta.

 

 

Cerca

Condividi su FaceBook



Statistiche

Utenti registrati
117
Articoli
2073
Web Links
6
Visite agli articoli
7595626

(La registrazione degli utenti è riservata solo ai redattori) Visitatori on line

Abbiamo 228 visitatori e nessun utente online