Gli alberi della libertà e i matrimoni repubblicani del 1799

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Era il 5 febbraio del 1799 quando Carlo Lauberg, ritornato in patria dopo anni di esilio, e nominato Presidente del Governo Provvisorio della Repubblica Napoletana, rivolgendosi ai patrioti, raccomandava caldamente di piantare gli alberi della libertà ed organizzare feste solenni per riunire i nuovi figli della nascente Repubblica.

A consacrare l’albero come simbolo della vita repubblicana, avevano sicuramente contribuito elementi della cultura fisiocratica che faceva risiedere nella libera agricoltura la fonte della ricchezza per una nazione, ma non erano mancate considerazioni di carattere psicologico e religioso. L’impiego dell’albero della libertà aveva già avuto  due precedenti rilevanti durante la guerra d’Indipendenza americana contro l’oppressione britannica, quando nel 1776 a Boston e a New York City fu eretto il Liberty Pole in segno di protesta contro la tassa del bollo imposta dal Parlamento inglese.

La diffusione degli ideali della Rivoluzione Francese aveva trovato nell’albero la simbologia della libertà politica, sociale ed economica; inizialmente fu il pioppo l’albero più piantato, probabilmente perché l’espressione francese peuplier alludeva al termine peuple, popolo. L’innalzamento era sempre seguito da una allegra cerimonia durante la quale l’albero veniva ornato da una mise alla repubblicana, cioè dal berretto frigio sulla cima, la bandiera, ghirlande ed altre fasce tricolori sul tronco.

Pur nella brevità dell’esperienza repubblicana a Napoli nel 1799, il primo albero della libertà fu cautamente innalzato davanti Castel Sant’Elmo il 22 gennaio, quando era ancora incerta la venuta dei francesi, da un esiguo numero di coraggiosi patrioti, che per bocca di Giuseppe De Logoteta avevano dichiarato decaduta la monarchia borbonica e proclamata la Repubblica. Ufficialmente il primo albero fu innalzato il 29 di gennaio al Largo di Palazzo. Dopo l’invito di Carlo Lauberg decine di alberi furono piantati soprattutto in prossimità delle sedi dei comitati di quartiere: da piazza Nazionale a Porta Capuana, da Santa Lucia al Mercato, dalla Marianella allo Spirito Santo.

 

Il clero napoletano, sia secolare che regolare, contribuì decisamente alla democratizzazione del popolo e non pochi ecclesiastici, proprio ai piedi degli alberi della libertà, presero «cattedra», tenendo discorsi finalizzati ad educare il popolo  ai principi di Libertà ed Eguaglianza, cardini del nuovo governo illuminato, contrapposto all’oscurantismo della monarchia borbonica, tiranna e reazionaria.

La cattedra più famosa fu quella di piazza Nazionale tenuta dal padre Giuseppe Belloni che, alternandosi ad un altro famoso sacerdote, Marcello Eusebio Scotti, esibendo  un crocefisso, andavano predicando la democrazia di Gesù e di tutti i Santi che da sempre avevano raccomandato uguaglianza e fratellanza.

Gli alberi della libertà divennero dunque luogo di dissertazioni, oltre che di banchetti e cerimonie, conferendo ufficialità a qualsiasi manifestazione. Riconosciuti quali altari di una nuova religione, furono considerati testimoni e depositari di solenni giuramenti.

Diversi scritti del periodo e studi successivi,  hanno più volte affermato che la cerimonia religiosa e civile del matrimonio fu sostituita da quella delle “nozze con gli alberi”:  quando una coppia voleva fare a meno del curato e del sindaco, celebrava il proprio matrimonio all’ombra di un albero della libertà con tre giri di danza e col pronunciare alcune parole sacramentali, che per l’uomo erano: <<Albero mio fiorito Tu sei la moglie, io sono il marito>>; e per la donna: <<Albero dalle foglie tu sei marito, io sono la moglie>>.

Nonostante fosse stato benedetto dallo stesso clero, l’albero finiva così per costituire un prepotente strumento abile a distogliere il popolo dalla celebrazione di taluni atti della vita che avevano da sempre trovato la loro collocazione nella liturgia cattolica.

Ritenuti il simbolo della più blasfema trasgressione, con il ritorno della monarchia borbonica, dopo aver visto morire assassinati ai loro piedi tantissimi repubblicani, gli alberi della libertà furono brutalmente recisi e dati alle fiamme. Laddove erano fioriti rigogliosi, furono innalzate le croci della Santa Fede per suggellare la fine della democrazia ed il ripristino della fede perduta.

 

Sicuramente gli alberi della libertà durante i mesi repubblicani avevano assunto una simbologia complessa, ma anche molto semplice se analizzati in un contesto sociale che muoveva da tradizioni folkloristiche. Caricare di significato l’albero dal cappello frigio, tanto da renderlo più potente di una religione secolare e viva in un tessuto sociale nel quale un’altissima percentuale della popolazione era analfabeta e superstiziosa, comporta la perdita di  una visione realistica della storia.

Le rivoluzioni possono aver prodotto miracoli, ma certo non a Napoli nel 1799. La responsabilità insita nel concetto stesso di democrazia era un onere troppo grande per un popolo da secoli asservito alla volontà di un monarca. In qualche modo gli schiavi si erano affezionati al proprio carceriere  e questo li aveva resi incapaci di concepire una forma di governo liberale e democratico:  i principi di libertà ed eguaglianza,  carichi di responsabilità, apparivano troppo avulsi dal loro mondo. La plebe doveva essere innanzitutto educata a divenire popolo.

Alla luce di queste semplici considerazioni sembra davvero molto difficile credere che per quei sudditi borbonici l’albero potesse rappresentare un nuovo altare davanti al quale celebrare un rito così profondamente sentito come quello del matrimonio. Sicuramente deve aver rappresentato un luogo di feste, farina e poi anche di forche sanfediste, ma difficilmente può aver assunto un carattere sacro.

Gli intellettuali illuminati, lungimiranti sostenitori della nuova forma di governo,  rappresentavano un numero esiguo rispetto alla plebe che continuava a vivere di dipendenza psicologica dalla figura del monarca padre – padrone,  e certamente non sarebbero bastati pochi mesi per educarlo alla democrazia e sradicare nel contempo credenze religiose ereditate e diligentemente ed anche superstiziosamente osservate.

La libertà di costumi andava di pari passo con la libertà di pensiero e per quell’epoca e quel tessuto sociale la strada da percorrere era ancora lunghissima.

Se solo si considera l’altissima percentuale di analfabetismo e la mancanza di scuole pubbliche, è semplice comprendere non solo le difficoltà incontrate dagli illuminati repubblicani nell’esercizio dell’educazione del popolo ai nuovi ideali di libertà ed eguaglianza, ma le cause che comportarono la caduta della Repubblica ed il ritorno alla monarchia borbonica.

L’avversione alla nuova forma di governo era palesemente ostinata, tanto quanto  la resistenza a determinati valori ferrei e secolari e certo non sarebbe bastato un fantasioso albero a farne tabula rasa, specie per soppiantare un cerimoniale sacro ed indissolubile come quello del matrimonio. Studi approssimativi non supportati da fonti ufficiali hanno dunque divulgato una ricostruzione artefatta e distorta nell’affermare che durante i mesi repubblicani i matrimoni religiosi furono sostituiti da quelli civili.  Evidentemente le ricerche, relative a questo particolare di rilevanza non secondaria,  devono aver trovato ostacoli insormontabili nel reperimento di fonti documentarie. Eppure, presso l’archivio storico diocesano di Napoli esistono, ed anche in ottimo stato di conservazione, ben 1875 “processetti matrimoniali”, che provano abbondantemente lo svolgimento regolare dell’ufficio durante il semestre repubblicano.

La serie dei “processetti matrimoniali” la cui consistenza si aggira attorno ad oltre un milione di fascicoli che dal Seicento arrivano ai nostri giorni, offre al ricercatore una dovizia di informazioni di prima mano, difficilmente ricavabili da altre fonti, per lo studio dell’alfabetizzazione, delle professioni, della topografia e della toponomastica storica, degli immigrati forestieri e stranieri e, fino a tutto il primo decennio dell’Ottocento, dei proprietari di case e palazzi della città e dei casali. Ogni fascicolo contiene le fedi di battesimo degli sposi, gli attestati delle avvenute pubblicazioni nelle parrocchie del loro domicilio, le deposizioni rese dai contraenti e dai testimoni in forma di risposta alle domande del notaio di Curia e successivamente dal parroco, secondo uno schema quasi sempre fisso, e l’autorizzazione del vicario generale a contrarre matrimonio.

Fortunosamente sfuggita alla distruzione della memorie ordinata dal Borbone allo scopo di cancellare dalla storia ogni traccia del periodo repubblicano, la documentazione di 1875 matrimoni celebrati tra il 23 gennaio ed il 13 giugno del 1799, non solo gode di un ottimo stato di conservazione, ma rappresenta una fonte storica significativa ed imprescindibile per uno studio oculato sul periodo.

Le scritte “Libertà” ed “Eguaglianza” sui frontespizi dei fascicoli, la firma del parroco preceduta dal titolo di “Cittadino” e la data “Anno I della Repubblica Napoletana”,  già dimostrano quanto il clero avesse pienamente aderito al nuovo governo democratico.

Il copioso numero dei documenti prova, al di là di ogni possibile dubbio, quanto sia del tutto priva di fondamento l’affermazione che i matrimoni civili avessero sostituito quelli religiosi.

Potrebbe essere lecito ipotizzare che al secolare ufficio seguisse o precedesse una festa ai piedi dell’albero, giusto per celebrare l’unione anche in chiave repubblicana e dare un tocco di colore in più ad un giorno di allegria.

Statisticamente non emergono disparità numeriche significative tra i matrimoni celebrati nel decennio precedente e quello successivo al 1799. I complessivi 4578 “processetti” dell’intero anno 1799, suddivisi in 37 fasci, superano di qualche centinaio quelli cronologicamente più vicini.  

Un unico grande vuoto lo si registra tra il 1810 ed il 1815. Non si tratta di una perdita dei reperti, bensì di una materiale interruzione della produzione documentaria, scaturita dall’entrata in vigore di  nuove norme legislative introdotte dal sovrano francese Gioacchino Murat. Procedendo verso la riforma laica dello Stato, durante l’età murattiana fu istituito l’ufficio dello  «Stato Civile» che sottrasse i matrimoni all’esclusiva competenza ecclesiastica. Fu questa una delle ragioni per le quali Murat fu detestato dal clero che vide falciare drasticamente il suo indiscusso potere secolare. L’ufficio curiale riprese la sua regolare attività con la successiva  restaurazione borbonica, che lasciò comunque vigente anche lo «Stato Civile» ritenuto utile per i rilievi amministrativi dei contratti matrimoniali.

Il fondo “processetti matrimoniali” offre, dunque, al ricercatore una miniera di informazioni introvabili altrove, ma è doveroso precisare che la documentazione conservata nell’archivio diocesano di Napoli ha subito durante i cambiamenti logistici non solo la perdita di molto materiale documentario, ma anche il deterioramento dello stato di conservazione di non poche carte, causato dalla permanenza in ambienti umidi non adatti allo scopo.

Ai fini della nostra ricerca i “processetti”si sono rivelati di primaria importanza, sia per gli elementi in esso contenuti, che per essere sfuggiti all’opera distruttiva borbonica che non risparmiò di manomettere, invece, i registri parrocchiali del matrimoni, strappando e sostituendo annotazioni che, probabilmente, riportavano l’inquisita scritta “Libertà” e “Eguaglianza”.

 

Abstract da:

Antonella Orefice, Gli alberi della libertà ed i matrimoni repubblicani del 1799,  in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, 2016

 

 

Archivio Storico Diocesano di Napoli, Registri Parrocchiali, Libro dei Matrimoni di S. Tommaso a Capuana, a.,1799.

In evidenza i fogli tagliati.

 

 

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