La rivoluzione risorgimentale sostenuta dai cattolici

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In occasione della festa nazionale del 17 marzo 2011 tenutasi per commemorare i 150 dell’Unità d’Italia, l’allora pontefice Benedetto XVI rivolse al capo dello Stato italiano Giorgio Napolitano un suo messaggio ufficiale.

Il papa scrisse che il «processo di unificazione avvenuto in Italia nel corso del XIX secolo e passato alla storia con il nome di Risorgimento, costituì il naturale sbocco di uno sviluppo identitario nazionale iniziato molto tempo prima.

In effetti, la nazione italiana, come comunità di persone unite dalla lingua, dalla cultura, dai sentimenti di una medesima appartenenza, seppure nella pluralità di comunità politiche articolate sulla penisola».

Pertanto, proseguiva il Santo Padre, «l’Unità d’Italia, realizzatasi nella seconda metà dell’Ottocento, ha potuto aver luogo non come artificiosa costruzione politica di identità diverse, ma come naturale sbocco politico di una identità nazionale forte e radicata, sussistente da tempo.

La comunità politica unitaria nascente a conclusione del ciclo risorgimentale ha avuto, in definitiva, come collante che teneva unite le pur sussistenti diversità locali, proprio la preesistente identità nazionale, al cui modellamento il Cristianesimo e la Chiesa hanno dato un contributo fondamentale».

 

Il pontefice allora regnante, quel Joseph Ratzinger che è per formazione intellettuale ed attività accademica anche uno storico, proseguì poi  nel suo messaggio confutando un’interpretazione del Risorgimento come fenomeno contrario al cattolicesimo ed alla Chiesa cattolica:

«Per ragioni storiche, culturali e politiche complesse, il Risorgimento è passato come un moto contrario alla Chiesa, al Cattolicesimo, talora anche alla religione in generale. Senza negare il ruolo di tradizioni di pensiero diverse, alcune marcate da venature giurisdizionaliste o laiciste, non si può sottacere l’apporto di pensiero – e talora di azione – dei cattolici alla formazione dello Stato unitario».

Benedetto XVI ricordò così  tutta la vicenda politica del movimento risorgimentale cosiddetto neoguelfo: Vincenzo Gioberti, uno dei suoi principali rappresentanti; Antonio Rosmini una figura di tale rilievo nel campo del pensiero da giungere sino a condizionare l’attuale costituzione italiana; i vari politici d’orientamento assieme patriottico e cattolico come Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, Raffaele Lambruschini.

Importantissimi rappresentanti di quella letteratura che ha contribuito a dare agli italiani il senso identitario d’appartenenza alla comunità nazionale e politica, quali Alessandro Manzoni e Silvio Pellico; anche figure di santi, come Giovanni Bosco, «spinto dalla preoccupazione pedagogica a comporre manuali di storia Patria, che modellò l’appartenenza all’istituto da lui fondato su un paradigma coerente con una sana concezione liberale: “cittadini di fronte allo Stato e religiosi di fronte alla Chiesa”».

Benedetto XVI approvando in tal modo in un suo messaggio ufficiale il valore dell’Unità d’Italia riprendeva un’ormai da tempo affermata posizione della Chiesa riguardo al Risorgimento.

L’allora cardinale Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, aveva tenuto un discorso in Campidoglio, il 10 ottobre 1962, in cui di fatto giustificava il XX settembre e ne dava un’interpretazione positiva per il papato stesso.

Prima ancora il beato Giovanni XXIII, allora pontefice regnante, dichiarò ufficialmente nel 1961 che il Risorgimento era stato «un disegno della Provvidenza» ed «un motivo di esultanza» per la Chiesa.

Tutt’oggi alcune minoritarie frange del cattolicesimo italiano proseguono ad accanirsi contro il Risorgimento, cercando di presentarlo come contrario alla Chiesa di Roma, ma questo loro atteggiamento è contrario alle stesse e ripetute affermazioni dei pontefici a cui, secondo la loro religione, dovrebbero obbedienza.

Sovente questi cattolici antiunitari s’atteggiano a reazionari, ma così facendo dimenticano che fu un teorico ed un sostenitore dell’Unità, con largo anticipo rispetto ai tempi, anche colui che è ritenuto il maestro e patriarca indiscusso di tutto il pensiero reazionario, il cattolicissimo ed indomabile avversario della rivoluzione Joseph de Maistre, che si riteneva italiano ed auspicava un’unificazione nazionale.

È impossibile e contraddittorio dirsi cattolici ed osteggiare un esplicito e più volte ribadito magistero papale sul valore provvidenziale dell’Unità d’Italia.

Si è talora cercato di presentare il quasi secolare contrasto nel Mezzogiorno fra sostenitori ed avversari dei Borbone come uno scontro fra il cattolicesimo (che sarebbe stato difeso secondo tale interpretazione dalla corte dei “re lazzari”) e la cosiddetta “empietà”, descritta quale una sorta d’idra che avrebbe riunito libero pensiero, miscredenza, giacobinismo, liberalismo, massoneria.

Si tratta in verità d’una visione della storia fortemente ideologizzata e riduttiva, che non regge ad un esame anche solo superficiale.

Ad esempio, il conflitto del 1799 non è assolutamente riconducibile sic et simpliciter ad uno scontro fra cattolicesimo e “libero pensiero”. I repubblicani anzi avevano individuato uno stretto rapporto fra educazione civica ed educazione religiosa, quindi fra riforma politica e sociale e religiosità, come viene esemplificato dal “Catechismo repubblicano”.

Come è ben noto, furono moltissimi gli ecclesiastici dell’Italia meridionale convinti sostenitori del nuovo ordine e costoro spiccavano frequentemente per cultura e moralità dei costumi. Giusto per elencarne alcuni fra i più importanti, si possono ricordare Francesco Antonio Astore, Gaetano Carasale, Michelangelo Cecconi, Giuseppe Cestari, Francesco Maria Conforti, Aniello De Luise, Bernardo Della Torre, Antonio Jerocades, Ignazio Falconieri, Francesco Saverio Granata, Carlo Lauberg, Michele Natale, Nicola Pacifico, Giuseppe Pepe, Francesco Saverio Salfi, Marcello Scotti, Giovanni Andrea Serrao, Antonio Scialoja. Ma furono molti, moltissimi altri ancora gli ecclesiastici convinti sostenitori della bontà della libertà e della lotta contro l’assolutismo.

È per questa ragione che l’ecatombe compiuta dai seguaci dei Borbone nel 1799 non risparmiò neppure gli ecclesiastici, molti dei quali finirono anzi assassinati. Si può ricordare il caso del vescovo di Potenza, monsignor Giovanni Andrea Serrao.

Questi fu un cristiano di grande religiosità, un intellettuale di valore ed un prelato che si adoperò attivamente per migliorare le condizioni di vita di quella parte del suo gregge, la quasi totalità, che viveva in condizioni di profonda miseria.

Proprio per queste sue posizioni ispirate alla carità cristiana monsignor Serrao finì massacrato il 24 febbraio 1799 da una banda di sicari borbone, che presero a pretesto per l’omicidio l’accusa d’un fantomatico giacobinismo dell’ecclesiastico. In realtà, questo vescovo era ben lungi dall’essere un giacobino, poiché risultava invece un cristiano convinto e devoto, al punto che nella sua agonia perdonò gli assassini.

Costoro non furono commossi da tale atto, tanto che lo decapitarono ed infilzarono la sua testa su di una lancia esibendola per le vie cittadine quale un trofeo, per poi tenere esposto il capo mozzo del monsignore per diversi giorni, come ammonimento per tutti.

Va aggiunto che dopo aver assassinato il vescovo, la banda di sicari ammazzò brutalmente anche un sacerdote collaboratore del monsignore, il suo vicario monsignor Serrao, che godeva di una fama di santità persino superiore a quella di Serrao.

Corse voce a Potenza che fra i mandanti del duplice assassinio vi fosse stato un altro sacerdote, tale Angelo Felice Vinciguerra, un borbonico che odiava il suo vescovo per essere stato da lui ripreso non per le sue opinioni politiche, ma a causa dei suoi comportamenti nella vita privata, ritenuti indegni d’un uomo consacrato a Dio.

Monsignor Serrao fu il più celebre, ma non l’unico degli ecclesiastici uccisi dai Borbone per le loro idee nel 1799. Ad esempio, una suora, suor Maria Sabina, fu fucilata dopo essere stata trascinata nuda in pubblico.

A Picerno i difensori superstiti dalla lunghissima battaglia contro soverchianti forze Borbone che finirono massacrati all’interno della chiesa locale: con gli altri cadde il sacerdote Nicolò Caivano, che si fece incontro ai sanfedisti indossando i paramenti sacri e levando in alto secondo una fonte l’ostensorio con l’eucarestia, secondo un’altra l’immagine di Cristo crocifisso.

Questo ecclesiastico venne ucciso dentro la chiesa da coloro che dicevano di combattere per la “santa fede”, finendo lapidato dai Borbone, secondo quanto riferisce un altro sacerdote, don Bernardino De Meo.

Anche la città di Martina Franca, espugnata dalle orde sanfediste nel marzo del 1799 e sottoposta a saccheggio ed eccidi, vide atti di sacrilegio e di violenza contro ecclesiastici da parte di coloro che sostenevano di combattere in nome della “santa fede”.

Persino le chiese vennero saccheggiate, mentre il monastero delle Monache delle Purità non solo fu depredato, ma ebbe le religiose sottoposte a violenza carnale. Il padre domenicano Domenico Colucci preferì suicidarsi che cadere vivo nelle mani dei sanfedisti, per scampare a certa tortura. Ad altri ecclesiastici fu data caccia spietata.

Fra le preoccupazioni dei sanfedisti dopo il loro ingresso a Napoli vi fu la ricerca d’un vescovo che potesse sconsacrare ritualmente i sacerdoti condannati a morte, raschiando via la pelle dai polpastrelli delle dite che reggono l’ostia consacrata durante l’elevazione, prima che questi fossero giustiziati.

Giusto per fornire un esempio comparativo, la suddetta singolare preoccupazione fu seguita anche da un altro regime assolutistico e sedicente cattolico, quello dell’Austria imperiale di Francesco Giuseppe d’Asburgo, che fece impiccare a Belfiore don Tazzoli dopo aver ottenuto la sua sconsacrazione, rifiutandone poi la sepoltura in terra consacrata.

Dopo la resa della Repubblica Napoletana e la violazione dei patti ad opera dei Borbone furono così giustiziati dai vincitori anche molti ecclesiastici, precisamente il vescovo Michele Natale ed i sacerdoti Nicola Pacifico, Gaetano Margera, Niccola Palomba, Vincenzo Troise, Ignazio Falconieri, Francesco Guardati, Francesco Conforti (già teologo di corte), Francesco Saverio Granata.

Il regime borbonico non mostrò rispetto neppure per gli edifici religiosi, gli oggetti di culto, gli stessi santi.

Al fine di finanziare la guerra d’aggressione contro la Francia del 1798 fu emesso dal governo del “re dei lazzaroni” un decreto con cui s’obbligavano le chiese e le congregazioni religiose a consegnare allo stato tutti gli oggetti in oro ed argenti, inclusi gli arredi sacri e gli oggetti in oro ed argento non strettamente necessari alle funzioni di culto.

Questa requisizione forzata su enorme scala fu compiuta per il tramite di speciali commissari.

Dopo il rapidissimo collasso delle proprie forze armate, re Ferdinando di Borbone decise di scappare in Sicilia portando con sé anche la maggior parte di quanto era stato strappato alle chiese ed alle congregazioni religiose, né si preoccupò di restituirlo dopo essere ritornato a Napoli, beninteso dietro alle baionette dei suoi alleati protestanti, ortodossi, mussulmani e dei criminali arruolati nell’armata sanfedista.

I sedicenti sanfedisti, nonostante sostenessero di battersi per la religione cattolica, diedero anche prova d’empietà nei confronti del veneratissimo san Gennaro, perché ritenuto “traditore” dei Borbone.

Il giorno successivo all’ingresso del generale Championnet a Napoli, questi si recò nella chiesa contenente il sangue del santo, che, racchiuso nell’ampolla tenuta in mano dall’arcivescovo napoletano, cardinale Giuseppe Maria Capece Zurlo, si liquefece: questo accadde il 24 gennaio 1798.

Inoltre, il 4 maggio 1799, primo sabato del mese, la consueta processione delle reliquie del santo fino alla Cappella del Tesoro vide, ancora una volta, la liquefazione del sangue, questa volta alla presenza del generale francese Étienne Jacques Macdonald e nonostante i filo-Borbone credessero e sperassero che l’evento non si sarebbe ripetuto, in segno di collera divina verso i patrioti. Eleonora de Fonseca Pimentel descrisse l’accaduto sul Monitore:

“Dieci minuti non passano e l’umore appare liquefatto dentro l’ampolla, sorpresa, stupore, poi slancio alla gioia. Pure san Gennaro si è fatto giacobino!”

Non si tratta qui di stabilire se la liquefazione del sangue attribuito a questo santo sia un fenomeno soprannaturale o naturale: ciò che importa è che il fenomeno era ritenuto nel 1799 dai cattolici quale inequivocabilmente miracoloso.

San Gennaro fu pertanto ritenuto anti-borbonico dai sanfedisti e ripetutamente oltraggiato. Una statua dedicata al patrono di Napoli fu trascinata con una corda al collo fino al molo e gettata al mare. Il busto dedicato a san Gennaro nella cattedrale fu privato di tutte le vesti ornamentali e sottratto alla devozione dei fedeli.

Furono diffusi disegni, volantini propagandistici e quadretti in cui sant’Antonio da Padova, prescelto come nuovo patrono della città, scacciava san Gennaro a bastonate.

Il tesoro del patrono di Napoli fu asportato dalla chiesa ed inviato a re Ferdinando.

Fatti analoghi avvennero anche al di fuori di Napoli, con santi ritenuti “colpevoli” d’aver fatto da patroni di comunità di repubblicani che vennero per questo bestemmiati dai sanfedisti ed ebbero le statue infrante e dileggiate.

D’altronde, le uccisioni d’ecclesiastici da parte dei Borbone non si limitarono affatto al 1799, pur così sanguinoso.

Sacerdoti consacrati continuarono ad essere assassinati dal potere borbonico o dai suoi seguaci nei decenni che seguirono, come don Giuseppe Brigandì, fucilato il 2 marzo 1822, oppure i moltissimi preti trucidati dai briganti dopo l’Unità, quali don Alberto Maria Ciolfi, don Alessandro Colaneri, don Pietro Mangano, don Quintino Manco e numerosi altri ancora.

Un’enunciazione completa sarebbe davvero troppo lunga e d’altronde inutile, trattandosi di fatti ben conosciuti.

Fra le violenze sugli ecclesiastici ed in generale contro la Chiesa cattolica di cui fu responsabile il regime borbonico si può però esaminare un caso specifico a causa della sua rilevanza e significatività, costituito dal lunghissimo e sanguinosissimo assedio di Messina nel 1848.

La città siciliana, insorta nel gennaio del ’48, combatté ininterrottamente sino al principio di settembre contro le forze borboniche, sopportando incessanti bombardamenti per tutti questi mesi e finendo infine semidistrutta dalla spedizione comandata dal generale Filangieri.

Interi quartieri finirono spianati dalle truppe borboniche, che nella loro avanzata avevano l’ordine di non fare prigionieri ed incendiavano, saccheggiavano, bombardavano, uccidevano e fucilavano tutto e tutti.

Approfondire, anche solo molto brevemente, la battaglia di Messina sarebbe davvero troppo lungo in questa sede.

Per ciò che qui interessa, si può ricordare che, nel volgere di pochi mesi, s’ebbero i seguenti episodi: furono duramente torturati dalla polizia borbonica l’abate Giovanni Krymi, il sacerdote Carmine Allegra, i cappellani Simone Gerardi e Francesco Impalà; fu profanato il monastero femminile di Santa Chiara dalle truppe borboniche e si ebbero anche casi di violenza sulle religiose; in conseguenza di ciò, l’arcivescovo di Messina, monsignor Francesco di Paola Villadecani, indignato per la profanazione compiuta dall’esercito borbonico, lanciava la scomunica sui responsabili.

Fra gli innumerevoli bombardamenti patiti durante la lunga battaglia la città di Messina ne subì anche uno compiuto il Venerdì Santo della Settimana pasquale, il 21 aprile del 1848, quando i cittadini erano tutti riuniti nelle chiese per le funzioni religiose; le truppe borboniche poi sferrarono un’offensiva terrestre nella giornata del 24 aprile, il Lunedì dell’Angelo di Pasqua.

Indignato per questi fatti, il sacerdote siciliano don Giovanni Krymi (già seviziato e poi condannato a morte dalle autorità regie) sfidò a duello il 1 maggio del 1848 il generale borbonico Paolo Pronio, figlio del brigante Pronio.

Il Krymi rinfacciò nel suo messaggio di sfida anche i crimini paterni del comandante nemico (“Quel cherico apostata, che si disse vostro padre, dannato nella sua giovinezza alle galere per misfatti infamanti evase da’ luoghi di pena e lanciossi nell’onorata carriera del brigantaggio.

Ne’ tumulti di Napoli del 99, ascrittosi nelle baronali squadre del pessimo Marchese del Vasto, parteggiò pei Borbone non per libero sentimento di opinione, ma per aver miglior agio a battere il sentiero degli assassini, e tuttora gli Abbruzzi ricordano con orrore la sua memoria, come la ricorderà sempre la storia de’ delitti”) e ricordò inoltre «la rapina e l’eccidio al Monistero ed alla Chiesa de’ Benedettini Bianchi» di cui le truppe borboniche s’erano rese responsabili durante la rivolta di Palermo del 1848.

Questo coraggioso ecclesiastico finì poi rinchiuso dopo la repressione della rivolta in un durissimo carcere, il bagno penale di Santa Teresa posto all’interno della fortezza messinese detta della Cittadella, in cui perì, assieme ad altri, per le terribili condizioni di vita imposte ai detenuti.
Al momento della battaglia finale di Messina del 1848, le truppe inviate da Ferdinando II si diedero a violenze gravissime sulla popolazione civile, senza arrestarsi neppure dinanzi alle chiese, in cui molti abitanti avevano cercato rifugio.

S’ebbero sacerdoti massacrati e donne violentate all’interno degli edifici religiosi, che spesso furono anche depredati, persino degli oggetti liturgici.

Furono distrutti dall’esercito borbonico, talora dopo essere stati sacrilegamente saccheggiati, l’Arcivescovado, le chiese di san Domenico, di san Nicola, dello Spirito Santo, di sant’Uno, di sant’Uomobono, il monastero della Maddalena e la vicina grande chiesa dei Benedettini (dopo una strenua difesa opposta ai mercenari svizzeri al soldo del “re bomba” Ferdinando II di Borbone, contro i quali combatterono gli stessi monaci di S. Benedetto), la chiesa di S. Maria della Sacra Lettera dei Figlioli Dispersi  con l’annesso seminario, l’archivio della chiesa parrocchiale di San Giacomo, il convento dei Padri Domenicani, l’archivio parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo dei Pisani, la chiesa ed il monastero di Santa Caterina Valverde, il santuario di Montalto.

È vero che il regime borbonico s’atteggiava a cattolico e difensore del cattolicesimo, ma il suo comportamento concreto era antitetico a quella che per esso si riduceva spesso ad una pura forma di propaganda.

Ritornando al 1799, la cosiddetta armata della Santa Fede offre un esempio di come una denominazione, una simbologia ed una dichiarazione d’intenti che si rifacevano al cristianesimo romano fossero soltanto strumenti propagandistici atti a mascherare uomini, mezzi e fini che di religioso non avevano nulla.

L’esercito sanfedista, sia nel suo corpo principale sotto la guida diretta del cardinale Ruffo, sia nei reparti minori che muovevano da altri scenari operativi sotto la guida d’altri capi, era in realtà un coacervo di carcerati liberati dalle prigioni, briganti alla macchia sin dall’epoca borbonica che trovavano conveniente aggregarsi a queste orde per motivi di lucro o perché pagati per farlo, sottoproletari arruolatisi per speranza di saccheggio, a cui si aggiungevano mercenari stranieri di fede islamica, turchi ed albanesi giunti dai Balcani, con l’appoggio d’unità dell’esercito regolare russo e della marina da guerra inglese.

Era davvero singolare ed improbabile un esercito che sosteneva di condurre una guerra santa in nome della fede cattolica, quando in realtà si basava sull’appoggio indispensabile di protestanti, ortodossi, islamici ed era costituito in larga misura fra di delinquenti fatti uscire dalle carceri.

Questo esercito, che diceva di combattere per la religione cattolica, era fondamentalmente un ammasso di criminali comuni, che assaliva indistintamente tutti i paesi in cui si imbatteva, saccheggiando e terrorizzando le popolazioni civili.

Il comportamento di queste masse informi fu segnato da costanti e gravi violenze nei confronti della popolazione civile: assassini, mutilazioni, saccheggi, stupri, torture, talora persino casi d’antropofagia.

Il celebre “frà Diavolo”, ossia Michele Pezza, era divenuto un brigante o bandito che dir si voglia quando ancora re Ferdinando di Borbone sedeva sul suo trono e per una causa che non aveva nulla di politico: semplicemente, aveva assassinato un uomo, un anziano e rispettato maestro musica, in seguito ad un diverbio avvenuto mentre sedeva a tavola con la vittima stessa.

Il suo soprannome di “frà Diavolo” derivava dal fatto che era stato un chierico che aveva gettato la tonaca alle ortiche. Questo personaggio aveva fra le sue gesta appiccato il fuoco al monastero in cui era stato ospitato, il convento dei Galdini presso san Giovanni del Fiore, provocando la morte di decine di frati, inclusi il priore ed il padre guardiano.

Un altro capobrigante borbonico, Pronio, era stato anch’egli un chierico, prima d’abbandonare la vita religiosa e diventare un assassino, finendo così condannato al carcere. Evaso dalla prigione, si diede al brigantaggio e passò poi al servizio dei borbone nel 1799.

Donato De Donatis, uno dei principali capimassa sanfedisti, era stato consacrato sacerdote, ma si diede al brigantaggio dedicandosi a saccheggi, stupri, assassini.

Questo prete teneva un comportamento decisamente contrario alle norme morali cattoliche, giacché, oltre agli atti briganteschi in senso proprio (stupri inclusi), era anche un bestemmiatore ed un bisessuale con un’amante francese fissa ed una predilezione per i ragazzini.

Assieme a lui operavano nella stessa banda anche don Carlo Emidio Cocchi, don Donato Naticchia ed un ex frate, di nome Vincenzo Benignetti, pregiudicato giacché diverse volte incarcerato per furti e truffe.

L’operato di questo brigante, di nome e di fatto, fu tale che il vescovo di Teramo lo scomunicò e che nel territorio diocesano il nome Donato, in precedenza piuttosto diffuso, per molto tempo non fu più imposto ai neonati.

Il brigante Mammone, nominato “generale” dell’esercito “sanfedista” da Sua Eminenza il cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria, elogiato personalmente da Sua Altezza Reale Ferdinando di Borbone (meglio noto come “il re lazzarone”), era notoriamente un cannibale.

Si può riportare al riguardo una fonte, fra le molte disponibili: ”Mammone Gaetano, prima molinaio, indi generale in capo dell’insorgenza di Sora, è un mostro orribile, di cui difficilmente si trova l’eguale.

In due mesi di comando, in poca estensione di paese, ha fatto fucilar trecentocinquanta infelici;…Non si parla de’ saccheggi, delle violenze, degl’incendi;…non de’ nuovi generi di morte dalla sua crudeltà inventati…

Il suo desiderio di sangue umano era tale, che si beveva tutto quello che usciva dagl’infelici che faceva scannare. Chi scrive (Cuoco, ndr) lo ha veduto egli stesso beversi il sangue suo dopo essersi salassato, e cercar con avidità quello degli altri salassati che erano con lui. Pranzava avendo a tavola qualche testa ancora grondante sangue; beveva in un cranio…”. (Vincenzo Cuoco, “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli”, Bur 1999, cpt XLIV, pag. 265, nota 4).

Il brigante Mammone si era dato alla macchia dopo aver strozzato con le proprie mani un bambino che lo aveva dileggiato per il suo aspetto fisico deforme. Ingrossatasi la sua banda nelle condizioni di caos createsi dopo il tracollo del reame Borbonico, egli aveva instaurato un proprio regime del terrore nei paesi in cui imperversava, facendo fucilare in due mesi circa 350 persone.

Questo cannibale, a cui il re Ferdinando di Borbone scriveva chiamandolo suo “generale” ed “amico”, giunse al punto da celebrare una parodia satanica della messa, con tanto di sacrificio umano ed antropofagia.

Fatto prigioniero un repubblicano, Mammone si recò in una chiesa, forzò un armadio contenente gli arredi liturgici e sacerdotali, quali il calice eucaristico, la stola, il piviale, e dopo essersi rivestito dei paramenti inscenò una sorta di celebrazione eucaristica, contornato dai suoi banditi.

Al momento in cui sarebbe dovuta avvenire la consacrazione delle specie eucaristiche, quando durante una messa si pone il vino nel calice liturgico, Mammone sgozzò il prigioniero, facendo colare il sangue dentro la coppa, per poi berlo (Rosario Villari, “Giacobini e Sanfedisti: saggio critico storico di Napoli al 1799”).

Questo medesimo personaggio ebbe fra le sue vittime anche ecclesiastici, come l’arciprete di Gallinaro, e giunse ad ordinare ad un suo subalterno d’uccidere l’abate di Montecassino.

Il presunto difensore del cristianesimo contro i rivoluzionari, presentati dalla propaganda borbonica come “empi”, era quindi non solo un assassino, ma anche un antropofago, un sacrilego e forse persino un satanista vero e proprio.

Persino il Ruffo riconobbe per iscritto, in una lettera al suo sovrano del settembre del 1799, che si era venuto a creare uno “stato di disordine e di sconvolgimento, in cui trovasi il regno per l’insolenza della plebe, la quale sotto finto zelo ed attaccamento alla Corona va per tutto rapinando e saccheggiando, porta il guasto nelle famiglie e lo scompiglio nella società.”

Decenni più tardi, un alto ufficiale legittimista, il Tristany, assunto dal governo borbonico in esilio per condurre un tentativo di riconquista dell’Italia meridionale, si rese ben presto conto che la grande maggioranza dei briganti non avevano motivazioni politiche nel loro operare.

Il Tristany riassunse questa situazione ricordando proprio il famigerato Mammone. Egli disse: “Anche ai tempi di Mammone i suoi gregari s’infischiavano della Monarchia e del Papato”. Non sorprende pertanto che un generale Borbonico, il Nunziante, potesse parlare dei briganti come di “mostri invecchiati nel delitto”.

I vertici dello stato Borbonico stesso, che pretendevano d’appoggiare l’assolutismo monarchico ossia il proprio potere sul (da loro presunto) volere divino, potevano dirsi davvero cattolici?

Ferdinando IV di Borbone, rimasto alla storia come il “re dei lazzaroni”, era interessato solo a divertirsi o meglio a spassarsela fra cacce, feste, scherzi volgari e donne. La sua consorte, la regina austriaca Maria Carolina, oltre a disprezzare il reame di Napoli, oltre a far seguire a questo reame una politica favorevole agli interessi dell’Austria anziché ai suoi ed aver in questo modo condotto alla disastrosa guerra con la Francia, era anche bisessuale ed adultera (comportamento che certo non è conforme ai dettami della morale cattolica), attribuiva alti incarichi sulla base di preferenze personali o meglio sessuali (una specie di pornocrazia) e s’era circondata per molto tempo di massoni di tendenze libertine.

La regina Maria Sofia di Baviera, moglie di Francesco II di Borbone, divenuta per alcuni una sorta d’immaginetta sacra del cosiddetto legittimismo, fu in realtà un’adultera che tradì il marito con un ufficiale al servizio di Pio IX, rimanendo anche incinta e recandosi a partorire di nascosto presso la sorella Elisabetta d’Austria.

L’ultima regina del regno delle Due Sicilie aveva già acquistato una certa nomea a Napoli, quando aveva preso l’abitudine di fare il bagno nuda sotto gli occhi del popolaccio che s’accalcava compiaciuto per rimirare Sua Altezza Reale in costume da Eva.

Un simile comportamento sarebbe ritenuto ancora oggi disdicevole per un od una regnante, nonostante il dilagare della pornografia ed un’estrema libertà di costumi: che cosa si dovrebbe pensare di chi agiva in tal modo in un’epoca in cui era giudicato “provocante” e “peccaminoso” mostrare una caviglia in pubblico?

La regina Maria Sofia di Baviera rivendicava il trono di Napoli in nome del “legittimismo”, ideologia che pretendeva alquanto arbitrariamente di giustificarsi su base teologica, ma commetteva adulterio con un amante, anch’egli in teoria cattolico e legittimista essendo un nobiluomo in servizio quale ufficiale presso il Santo Padre Pio IX.

È contraddittorio ed insostenibile presentarsi come difensori della fede cattolica e della sua morale ed al contempo agire e comportarsi in modo del tutto opposto. La religione cattolica non ha assegnato né a Maria Carolina, né a Maria Sofia il trono di Napoli, mentre invece ha sempre vietato l’adulterio: tuttavia, costoro rivendicavano una corona in nome d’una religione il cui fondatore disse che “il mio regno non è di questo mondo” ed al contempo non si curavano di rispettarne i principi morali.

L’invasione borbonica del Lazio nel 1849, risoltasi in due nette sconfitte a Palestrina e Velletri ed in una indecorosa fuga del “re bomba” al riparo del proprio confine militare, fornisce uno spaccato della mentalità solo esteriormente religiosa diffusa fra i Borbone.

Tralasciando il fatto che i soldati erano malamente armati, con fucili obsoleti (a dimostrazione delle condizioni economiche e tecnologiche del regno), si può ricordare che i prigionieri Borbone avevano al collo, nelle tasche e negli zaini immagini sacre ed amuleti d’ogni tipo e con abbondanza.

«Pareano romei in abito guerresco avviatisi in devoto pellegrinaggio», osserva lo storico Boggio [C. P. Boggio, Da Montevideo a Palermo.Vita di Giuseppe Garibaldi, Torino, 1860, p.. 54].

Lo stesso giudizio si ritrova, fra gli altri, nell’opera "La fine di un regno!" del De Cesare:

“Più che una raccolta di uomini d’arme, avidi di gloria e di avventure, l’esercito poteva dirsi una raccolta di frati armati, desiderosi di quieto vivere.

Le imprese contro il nemico interno li trovavano disposti a menar le mani; ma se il nemico veniva di fuori, era un’altra cosa.”

Anche il Trevelyan osserva acutamente che nell’esercito borbonico i normali principi legati a ciò che si definisce onore militare erano sostituiti da una religiosità del tutto esteriore.

Questo non impediva ai militari del “re bomba” di detestare il papa ed imprecare contro di lui. I prigionieri infatti ripetevano continuamente la frase «Mannaggia a Pio IX! Arrassosia!».

Il termine arrassosia è un ispanismo (un termine derivato dallo spagnolo) del napoletano, che equivale all’incirca a “demonio”. Inoltre, i comandanti borbone per meglio animare i propri soldati avevano promesso loro di potersi “godere” le donne di Roma.

Questa mescolanza di religiosità del tutto superficiale, superstizione (gli amuleti!) ed empietà o se si preferisce anomia di fatto, con le bestemmie contro il papa e le intenzioni di violentare le donne della Città Santa, era la “cifra” ideologica del reame Borbonico.

Che cosa si deve pensare quindi della cattolicità quale era rivendicata dal regime borbonico? Mutatis mutandis, essa è comparabile a quelle forme di religiosità che si possono ritrovare presso le mafie italiane. In astratto ed in teoria, i mafiosi ed i camorristi si dichiarano abitualmente cattolici, fanno battezzare i figli ed osservano vari precetti religiosi come l’andare a messa, ma in modo del tutto formale.

Questa adesione esteriore non gli impedisce infatti d’assassinare, ferire, stuprare, torturare, rubare, truffare, spacciare droga.

In fondo, i mafiosi baciando crocifissi, prendendo parte a processioni, andando in pellegrinaggio a santuari, comunicandosi, elargendo offerte con denaro insanguinato non fanno altro che propaganda a proprio favore, cercando di spacciarsi come persone rispettabili, appunto “uomini d’onore”.

L’operato della monarchia borbonica non era poi dissimile: si stringeva un’alleanza di fatto con le mafie, s’armavano carcerati e briganti, si violavano giuramenti, si rubava al popolo e lo si massacrava, però al contempo si professava adesione alla fede cattolica.

Il cattolicesimo non era la causa per la quale i sanfedisti, Ferdinando IV, Maria Carolina, combattevano, ma soltanto il pretesto posticcio, ovvero la religione cristiana era ridotta ad instrumentum regni ed a sostegno e puntello del trono del Borbone e della ristrettissima casta che lo contornava.

La monarchia borbonica agiva strumentalizzando sacrilegamente la religione cattolica, in maniera comparabile a quella dei camorristi che nelle carceri erano soliti depredare i detenuti dei loro averi col pretesto d’una contribuzione per l’olio della Madonna, ossia per accedere un lume davanti ad un’immagine della Vergine.

Il cardinale Ruffo per meglio sfruttare le convinzioni religiose delle popolazioni giunse al punto da spacciarsi in Calabria come papa, dichiarazione menzognera che formalmente equivaleva ad uno scisma e che lo fece anatemizzare dall’arcivescovo di Napoli cardinale Zurlo.

L’episodio può essere considerato emblematico: chi si proponeva come “campione” della fede non arretrava davanti ad un atto menzognero e sacrilego (spacciarsi papa senza esserlo) pur di raggiungere i propri obiettivi politici.

Un’antica massima teologica recita: diabolus simia Dei, “il diavolo è la scimmia di Dio”, il demonio non riesce a fare altro che imitare in modo maldestro e perverso l’opera divina.

Una stampa sanfedista raffigurava una croce contornata da scene d’impiccagione e di rogo dei repubblicani, con le quali così s’inneggiava al massacro dei nemici, non quelli di Cristo Re ma soltanto del “re dei lazzaroni”.

L’antichissimo simbolo della croce, risalente sino alle più antiche ere dell’umanità e carico di valenze come la conciliazione fra cielo e terra, l’unione degli opposti, la liberazione dal male, il sacrificio redentore, era ridotto in tale maniera nella propaganda sanfedista ad un basso espediente pubblicistico per giustificare gli eccidi compiuti da chi trucidava barbaramente venerandi ecclesiastici, stuprava monache, mangiava la carne delle proprie vittime.

È diabolico per il cattolicesimo il servirsi per fini malvagi dei sacramenta, cosicché coerentemente una simile immagine di croce non può che ritenersi diabolicamente contraffatta.

Similmente, da un punto di vista cattolico ogni volta che si strumentalizza per obiettivi puramente profani e terreni la religione si compie opera diabolica, poiché ciò che è sacro viene ad essere pervertito nel senso etimologico del termine, quindi distolto e distorto dal suo fine provvidenzialmente preordinato ed indirizzato sacrilegamente nel suo opposto: non Dio, bensì Mammona, il potere materiale.

Da un punto di vista cattolico, chi ha servito veramente Dio, fra il dotto, caritatevole e misericordioso arcivescovo Serrao, che in punto di morte perdonò i suoi carnefici, ed il brigante sanfedista Gaetano Mammone, assassino e bevitore di sangue umano?

Nonostante l’intenso agitarsi di turiboli ad maiorem Ferdinandi gloriam, dove s’avverte un inconfondibile odore di zolfo?

 

 

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