Donne al patibolo

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Il numero delle donne “criminali”, o presunte tali, registrate dai confratelli dei Bianchi della Giustizia tra il XVI ed il XIX sec., è  decisamente esiguo rispetto a quello degli uomini, e quasi sempre le condanne erano emanate a seguito di omicidi consumati negli ambiti familiari, spesso nei confronti dei consorti,  raramente per concorso in falsificazione di monete, furti o altro.

Gli omicidi commessi per mano femminile, senza l’intervento di sicari, erano causati da un’ingestione di veleno. Soltanto gli uomini uccidevano per impeto, con armi e spargimenti di sangue. I registri dei Bianchi della Giustizia sono costellati da storie di persone comuni, racconti di vite sconvolte non molto dissimili da quelli che oggi, con desolante frequenza, apprendiamo dalle nostre cronache.

Geronima Ruta era una «medica» di 45 anni e fu condannata per aver ucciso diverse persone con del veleno, e con tale accusa fu impiccata il 4 agosto del 1644.

Rebecca de la Cava, era una «mammama», oggi diremmo una levatrice, di 60 anni. I registri non citano il reato, ma non è così difficile ipotizzare che abbia procurato degli aborti e per questo fu giudicata colpevole di omicidi. Era il 16 ottobre del 1606.

 

Anna Mileto Montalto aveva 20 anni quando finì sul patibolo il 31 ottobre del 1709, con l’accusa di aver ucciso il marito con del veleno. E ancora Agnese Sorrentino, di 32 anni nel 1766, ma il veleno stavolta fu destinato alla sorella.

Le uniche donne che  in tre secoli di storia, furono condannate alla pena capitale  dai Borbone come ree di Stato  per aver preso parte alla Repubblica Napoletana del 1799 furono Eleonora de Fonseca Pimentel e Luisa Molina Sanfelice. Il loro delitto fu di aver amato la libertà e la democrazia più della vita stessa.

La Sanfelice, celebre non solo per la fine sofferta, ma per il personaggio romantico costruitole intorno da Alessandro Dumas, si ritrovò coinvolta nei fatti del ‘99 per aver cercato di salvare, non tanto le sorti della Repubblica, quanto l’uomo amato del momento che, altrimenti, sarebbe finito vittima di una congiura da parte dei filo-borbonici.

Un sincero encomio va invece ad Eleonora de Fonseca Pimentel, il simbolo più vero e rivoluzionario della Repubblica Napoletana, la donna che con la sua penna consegnò ai posteri Il Monitore Napolitano, il giornale che ha raccontato sei mesi di politica nuova, un sogno democratico, un esempio di civiltà e determinazione che rese Napoli grande agli occhi dell’Europa.

Eleonora, moglie e madre mancata, donna dall’intelligenza vivida, feconda, ricettiva, tanto da discernere il giusto dall’ingiusto, tanto da scegliere la cultura libera e sofferta, all’ignoranza felice e prigioniera. Eleonora, relegata ad un’epoca che non le apparteneva, incompresa e fragile, libera e sola nel suo mondo di ideali, nel suo tempo acerbo, nella sua speranza che “forse un giorno qualcuno avrebbe ricordato tutto questo”.

Ci sono storie che non hanno tempo,  racconti che viaggiano di epoca in epoca  sopravvivendo nell’immaginario collettivo  attraverso suggestive elaborazioni della creatività umana,  leggende che avvolgono fatti, persone e luoghi che hanno vissuto la storia vera, serbandone, misteri, ombre, respiri.

Storie e leggende si muovono su piani paralleli inscindibili tra loro, se non attraverso un’elaborata e paziente opera di ricostruzione capace di stabilire come e quando l’una abbia confluito nell’altra.

Allora diventa affascinante scoprire quanto ci sia di vero nel  racconto tramandato da un anziano, dalla saggezza popolare, da un edificio fatiscente, da un termine strettamente dialettale.

Ed è un’immagine che incanta quella del confratello dal saio bianco che in silenzio scriveva memorie, intingendo tante volte la piuma nell’inchiostro, alla fine di ogni riga, tra un pensiero e l’altro, rincorrendo e fermando il tempo su quella carta giallina, ruvida, custode di stralci di vita, memorie affidate ad un futuro pregno di speranza, offrendo un ricordo in cerca di comprensione, umana considerazione,  fosse solo per ripagare  migliaia di anime di tanta atroce sofferenza.

Negli epiloghi dei delitti “al femminile”, andando a ritroso di secoli, raggomitolata in un angolo appare la bella Martia Basile. Colpevole di uxoricidio, la sua voce torna dai sinistri verbali del Santo Ufficio, dai registri dei Bianchi e da un componimento in ottave di Giovanni della Carriola, un cantastorie attivo a Napoli tra il XVI ed il XVII secolo, intitolato  La morte di Martia Basile napoletana.

Benedetto Croce, che la rincontrò secoli dopo, riuscì a provare l’esistenza reale di Marzia, probabilmente consultando i registri dei Bianchi, dove fu annotata la condanna sua e dei suoi complici in data 7 maggio 1603.

Il componimento seicentesco raccontava il drammatico svolgersi dell'uxoricidio commesso dalla donna dietro istigazione del suo amante.

La bellezza e la giovinezza della bionda Marzia le avevano fatto guadagnare uno stuolo di innamorati. Durante una scenata, Muzio, il marito, particolarmente geloso di uno fra loro, le impose di non farlo entrare più in casa.

Lei in lacrime ricorse alla consolazione dell’amante. Da lì alla decisione di uccidere Muzio: i due pianificarono di ammazzarlo durante il primo sonno, facendosi aiutare da uno sbirro prezzolato. Della serva, di nome Desiata Conte, Marzia si fidava ed era certa che da lei avrebbero ricevuto solo aiuto nell' attuare il disegno criminoso.

All' inizio tutto si svolse secondo quanto i due avevano prestabilito. Il marito alla sera rincasò e si mise a letto. Allorché prese sonno, l'amante della moglie ed uno sbirro, Giovan Angelo Spinello entrarono in casa e lo assalirono. Mentre il marito chiedeva pietà, la crudele Marzia gli teneva fermo il capo per rendere i colpi di pugnale più sicuri.

Aveva desiderato che morisse con pena e strazio e così fu, nonostante le ultime parole del disgraziato fossero d’amore per lei: «Più della mia morte mi duole la tua, che avrai per questo delitto».

Da quel giorno i rapporti tra Marzia ed il suo amante invece che intensificarsi peggiorarono, e fu così che, per un accumulo di nervosismo, la donna trattò male una vicina la quale, nel chiedere alla serva come mai Marzia fosse tanto adirata, costei si lasciò scappare che, da quando avevano ucciso Muzio, in quella casa non c' era più pace.

La confidenza ebbe il suo peso ed il seguito. La vicina parlò con uno scrivano della Vicaria e ci fu l' arresto dei colpevoli, eccetto quello dell' amante che, avvisato per tempo, riuscì a sfuggire. Marzia, sospettata di stregoneria passò anche al vaglio del tribunale del Santo Ufficio, terminando i suoi giorni, sotto la scure del boia in una esecuzione notturna il 7 maggio 1603, avvenuta al Borgo Sant' Antonio. Aveva poco più di vent' anni e lasciava due bambine: Tolla (Vittoria) di 8 anni e Beatrice di 4.

Donne al patibolo, donne innocenti troppo spesso dimenticate dalla storia, donne che hanno ucciso per rabbia, per difesa. Donne giustiziate, aggrappate a scie di memoria, donne che ancora muoiono nel silenzio e senza storia.

 

 

 

 Archivio Storico Diocesano di Napoli, fondo Bianchi della Giustizia, vol.44, 51 r

 

 

Esecuzione di Marzia Basile. Anno 1603

Trascrizione documento

 

Uscì la giustizia di queste due donne et uscirono dalla Vicaria a' 23 hore perchè trattenute dal vicario di Napoli che finì di esaminare la predetta Martia Basilia in materia di Santo Officio et andò per palazzo et nella piazza dell'Olmo si debilitò detta Martia in modo che bisognò portarla in sedia fino al talamo dove era innumerabile gente et tanto concorso di popolo che si passò pericolo da' fratelli, et essendo già imminente la esecuzione della giustizia, la predetta Martia, secondo fu riferito il Padre Agostino, a cui toccò di attendere a farla ben morire, fece una escolpatione, dicendo che quanto avea detto nell'esamina fatta avanti il signor Vicario contro qualsivoglia persona, non era vero e si tardò tanto tra l'entrare per la città e l'eseguirsi questa giustizia, che li fratelli se ne tornarono all'oratorio, essendo già quattro ore et mezza di notte.

 

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