L’ammirazione del giovane Manzoni per Francesco Lomonaco

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Quando il lucano Francesco Lomonaco scrisse il suo Rapporto al cittadino Carnot, in cui esternava, tra l’altro, tutta la sua rabbia verso il comandante francese Méjean, per non aver saputo difendere con tenacia il trattato di resa dei repubblicani napoletani del 1799, già il giovanissimo Alessandro Manzoni definiva quel «Rapporto» “energico e veramente vesuviano”.

L’opera gli ispirò nel 1801 la composizione del poemetto “Del Trionfo della Libertà”.

Il saggio ritenuto più importante del Lomonaco, e che rappresentò la conclusione del suo “Rapporto”, fu il  “Colpo d’occhio sull’Italia”, nel quale l’autore si faceva promotore della necessità dell’unità d’Italia, pur consapevole che il suo sogno avrebbe richiesto molto tempo. Nel dedicare, pertanto l’opera “al popolo futuro d’Italia”, scrisse testualmente:

“Se le attuali circostanze, e lo spirito di vertigine che agita il dispotismo europeo, lo fanno restare per ora nel mondo delle chimere, mi auguro almeno che verrà un giorno in cui sarà realizzato.

E questo pensiero, questo dolce pensiero è il più grande tributo di un ardente patriota martire delle persecuzioni in seno dell’oscurità al benessere d’Italia”.

Con la pubblicazione Vita degli eccellenti italiani Lomonaco si conquistò l’appellativo di “Plutarco italiano”. Nell’opera venivano mirabilmente delineate le figure di Dante, di Petrarca, di Boccaccio, di Lorenzo dei Medici, di Giovanni Pontano, di Angelo Poliziano, di Niccolò Machiavelli, di Francesco Guicciardini, di Ludovico Ariosto, di Torquato Tasso, di Giordano Bruno, di Paolo Sarpi, di Galileo Galilei, di Tommaso Campanella, di Giambattista Vico, di Cesare Beccaria e di Gaetano Filangieri.

Su Dante Alighieri, Lomonaco scrisse parole che conquistarono il cuore del giovane Alessandro Manzoni:

“Firenze, la quale spinse a tale odio contro Dante, che osò dannarlo alle fiamme, s’ei fosse entrato nel suo grembo; Firenze, che costrinse uno dei più grandi poeti del mondo ad andar mendicando protezione e pane davanti le porte dei grandi, e che vivo non aveva voluto riconoscere per suo figliuolo colui ch’ergeva un monumento, il qual fissare doveva l’ammirazione dei secoli e delle nazioni; la stessa Firenze con molti segnali di stima onorò assai la memoria di lui dopo la morte[…] Gli uomini odiano sulla terra la virtù vivente, e morta la piangono, offrendole il tributo della riconoscenza”.

Il giovane poeta milanese, commosso da tanta musicalità e profondità poetica, nel 1801 dedicò all’esule lucano il sonetto “A Francesco Lomonaco” , il Plutarco italiano” un altro esule che, a distanza di secoli, come Dante, aveva cercato di additare agli Italiani una patria libera dal dispotismo.

Vinto dallo scetticismo e dalla disperazione, Francesco Lomonaco il 10 settembre 1810 si uccise, si disse per un infelice amore, ma forse, nella sua infinita passione lo fece per la patria e per la libertà.

 

 

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