La posizione strategica di Calvi nel corso della “Congiura dei Baroni”

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Per celebrare la sua vittoria sui baroni ribelli in quella che fu una grave guerra intestina nel Regno di Napoli agli inizi della seconda metà del XV secolo, re Ferrante d’Aragona fece realizzare la famosa porta bronzea di Castel Nuovo.

Su di essa furono illustrati alcuni degli episodi più significativi di quella che si ricorda come la  “Congiura dei Baroni”, e nei due rilievi superiori è rappresentato l’agguato che venne teso al re Ferrante tra Calvi e Teano, in località Torricella.

Principali animatori della ribellione dei Baroni furono Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, e Marino Marzano, duca di Sessa, principe di Rossano e conte di Carinola.

Particolarmente in risalto veniva raffigurato il primo oppositore del re Ferrante, il duca di Sessa Marino Marzano, cognato del sovrano, marito della sorellastra, Eleonora,  figlia legittima di Alfonso d’Aragona, a differenza di Ferrante, figlio notoriamente illegittimo.

La presunta relazione incestuosa fra re Ferrante e sua sorella Eleonora, molto usata dai cronisti dell’epoca per motivare la cause della ribellione capeggiata da Marino Marzano, marito di Eleonora, dalla storiografia più recente è stata considerata una diceria infondata.

 

La causa scatenante del conflitto intestino nel Regno di Napoli fu essenzialmente di carattere politico e di potere, scaturita dalla scelta del re Ferrante di prediligere collaboratori di origine catalana, piuttosto degli inaffidabili  Baroni del Regno. A questi ultimi si aggiunsero numerosi potenti feudatari che miravano a portare sul trono Giovanni II D’Angiò.

Il 16 novembre 1459 Giovanni d’Angiò fu accolto a Sessa Aurunca dal duca Marino Marzano per formulare accordi e piani strategici. Si mostrava necessario per i ribelli controllare la via Latina ed era nota l’importanza strategica di Calvi, la vecchia piazzaforte il cui controllo consentiva l’accesso alla suddetta via ed alle porte settentrionali della pianura campana.

Secondo lo storico Giuseppe Carcaiso: “Questo era un vecchio assioma che fin dalle epoche più antiche aveva fatto la fortuna e la rovina di questa città: in tempi di pace ne aveva assicurato i floridi commerci, in tempi di guerra aveva portato solo lutti e devastazioni”.

Per osteggiare la forza dei baroni ribelli, il  re Ferrante aveva chiesto ed ottenuto l’appoggio del papa, Pio II Piccolomini e degli Sforza, signori di Milano. Fu allora che il duca di Sessa e Giovanni d’Angiò si preoccuparono per prima cosa di assicurarsi l’occupazione della città strategica di Calvi, al fine di impedire il passaggio di truppe e rifornimenti che stavano scendendo dal Nord in aiuto di re aragonese.

Verso la fine di novembre del 1459, Calvi era in mano ai rivoltosi, che ne affidarono il comando a Sancio Carillo, capuano di origine spagnola.

Per Ferrante d’Aragona perdere Calvi significava non solo una grave sconfitta, in relazione alla posizione strategica della città, ma anche un danno  d’immagine. S’imponeva la riconquista di Calvi. Nel terzo libro della Storia civile della fedelissima città di Capua, lo storico Francesco Granata osservava: ” Se egli fosse partito da Calvi senza alcun frutto, la condizione del luogo, il vituperio[…] avrebbero accresciuto tanto animo ai nemici quanto terrore ai suoi”.

Fu a metà dicembre del 1459 che re Ferrante sferrò la sua offensiva per la riconquista di Calvi. Le cronache riportano che l’assalto delle truppe aragonesi si concentrò contro le mura che proteggevano il fianco occidentale della vecchia acropoli calena, provocando “ notabile ruina”, ma furono gli archibugieri francesi e tedeschi, schierati da Sancio Carillo a respingere i diversi e prolungati assalti.

La morte del giovane Camillo Caracciolo  “che gli era molto caro per il suo valore e il suo gran cuore” e le sempre peggiori condizioni atmosferiche, fecero desistere re Ferrante, che lasciò Calvi con gran tripudio ed entusiasmo del duca di Sessa Marino Marzano, acquartierato con i suoi rivoltosi.

La riconquista di Calvi da parte di re Ferrante sarebbe avvenuta nel corso della primavera del 1460, con la forza delle armi, secondo alcuni cronisti, tramite accordi, secondo altri. Tuttavia l’episodio inquietante che il re volle far imprimere a futura memoria sulla porta bronzea di Castelnuovo a Napoli, fu l’agguato subito nel cosiddetto  “incontro ” di Torricella ad opera del cognato Marino Marzano.

In effetti il Marzano aveva prospettato al sovrano la possibilità di un accordo che avrebbe tolto ai Baroni ribelli uno dei principali esponenti della congiura. Si convenne che ciascuno dovesse farsi accompagnare da un paio di persone. Era il 29 maggio del 1460.  

Il re si presentò con due abili consiglieri politici e  Marzano con due validi e prestanti cavalieri. Giunti in località Torricella tra Calvi e Teano, i due si appartarono presso una chiesa, ma il re fu lesto nell’intravedere che tra le pieghe del mantello di Deifebo dell’Anguillara, uno dei cavalieri del Marzano si nascondeva un pugnale. Fortunatamente l’aragonese riuscì a scampare all’agguato.

A seguito di questo memorabile episodio, le trattative fra il re e suo cognato avvennero solo dopo che il re ebbe domato la rivolta dei baroni in altri territori. Trovandosi in una posizione di forza, Ferrante propose un compromesso al duca di Sessa, ma trovò l’opposizione del Papa, il quale rivendicava, per l’aiuto fornito, il ducato di Sessa ad Antonio Piccolomini.

Si cercò un temporaneo compromesso con il contratto d’impegno di matrimonio tra Giovanni Battista, figlio di Marino Marzano e Beatrice, figliuola del re Ferrante, ma si trattava di bambini della rispettiva età di sei e cinque anni.

La ragione di Stato superava anche la consanguineità ma, mentre si attendeva che i bambini avessero età da matrimonio, il Marzano, come riportato dallo storico contemporaneo Giovanni Pontano, inviò delle lettere a Carlo D’Angiò, che finirono intercettate dal sovrano aragonese.

Secondo altri cronisti, invece, la corrispondenza tra Marino Marzano e Carlo D’Angiò non era veritiera, ma Ferrante ne approfittò per vendicarsi dell’agguato che aveva subìto a Torricella.

Portatosi, quindi, da Napoli, col suo seguito, in Terra di Lavoro, l’aragonese si appostò a Calvi, facendo sapere a suo cognato che era lì solo per una battuta di caccia.

Quando ricevette l’invito di un incontro, il duca di Sessa Marino Marzano, pur avendo intuito le intenzioni del re, non poté sottrarsi. Allorché si accorse pienamente del tranello tesogli,  tentò inutilmente di fuggire lungo le rive del fiume Savone in direzione di Carinola. Secondo il cronista Notar Giacomo, “appresso lo fiume del Sahone, appresso la porta de Francholise, mentre stava attraversando il fiume. Marino Marzano fu condotto a Napoli e gli fecero attraversare le vie cittadine “legato”, senza speroni e a dorso di un mulo”.

Fu infine gettato in un carcere sotterraneo e lì lasciato fino alla morte sopravvenuta nel 1489, dopo 25 anni di prigionia.

 

 

Bibliografia:

Giovanni Pontano, De bello neapolitano, Basilea, 1628
Francesco Granata, Storia civile della città di Capua, Napoli, 1756
C. Porzio, La congiura de’ Baroni, a cura di E. Pontieri, Napoli, 1964

 

 

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