Il Pantheon dei Martiri del 1799

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Composto da 57 fogli di carta pergamena, vergati in lingua latina e greca, il Pantheon  è tra manoscritti più rari e preziosi ritrovati tra le carte di Mariano D’Ayala custodite nell’archivio della Società Napoletana di Storia Patria.

Si tratta di una tavola necrologica nominale, di autore anonimo, risalente al 1799 o ai primissimi anni dell’Ottocento, in cui vengono commemorati i patrioti della Repubblica Napoletana, attraverso la  creazione di sarcofagi immaginari su cui è inciso il loro nome seguito da quello di  eroi greci o latini e da una citazione tratta dai classici.

L’opera, denominata dal D’Ayala Pantheon, ma il cui titolo originale attribuito dall’autore anonimo è Apoteosi dei patrioti,  inizia con un proemio in latino a cui fa seguito una  tavola di novantasette nominativi.

I primi tre martiri citati, Emmanuele De Deo, Vincenzo Galiani e Vincenzo Vitaliani  sono i giustiziati della congiura giacobina del 1794. I fratelli Ascanio e Clemente Filomarino ed il  generale tedesco Giuseppe Writz aprono la lunga lista dei giustiziati del ’99, pur se costoro furono uccisi i primi per mano dei lazzari all’alba della Repubblica Napoletana nel gennaio del 1799, mentre il generale Writz cadde nella battaglia di Vigliena il 13 giugno, il giorno che i sanfedisti riuscirono ad entrare in Napoli ed a costringere i repubblicani alla resa.

Seguono, ma non tutti in ordine cronologico di esecuzione, i giustiziati di Napoli nelle pubbliche piazze, alcuni caduti in battaglia, altri giustiziati a Procida nel giugno del 1799. 

La presenza di alcuni nomi aggiunti alla fine dell’opera, Bernardino Rulli, Vincenzo Porto e Giuseppe Maria Capece Zurlo, personaggi illustri che patirono certamente la reazione borbonica, ma che non furono però condannati a morte, rende chiaro l’intento celebrativo dell’autore insito nel titolo stesso dell’opera, Apoteosi dei patrioti, e dunque celebrazione non solo dei giustiziati,  ma di tutti i  patrioti, o comunque dei più noti protagonisti della rivoluzione del 1799.

Mariano D’Ayala, pur senza mai svelare la provenienza del manoscritto, ne fece esclusiva nota di prestigio delle sue biografie dei martiri del 1799, nell’opera Vite degli Italiani benemeriti della Libertà e della Patria, riportandone integralmente  le epigrafi latine tratte da esso per ogni patriota.[1]

"Un documento molto raro scritto da un uomo dottissimo nel greco e nel latino" - così il nostro storico nella succitata sua opera definisce il Pantheon a più riprese, attribuendolo, col beneficio del dubbio, ad Antonio Jerocades, abate e poeta italiano. [2]

La supposizione non sembra così azzardata se si pensa non solo all’uomo erudito in lingue classiche, amico di tanti patrioti di quel tempo, ma alla vita stessa dello Jerocades che aveva partecipato con grande coinvolgimento, sin dal 1794, ai moti giacobini napoletani ed aveva fondato la Società Patriottica con Carlo Lauberg, scelte che gli costarono più volte il carcere e poi l’esilio a Marsiglia. Venerazione, esaltazione e profondo senso di  gratitudine si evincono dalle parole con cui D’Ayala più volte riprende e riporta le citazione tratte dal  Pantheon, di cui ne va fiero non solo come ricercatore di reliquie storiche, ma come detentore di una rarità senza eguali e senza prezzo.

Una totale messa in discussione sia della genesi che dell’originalità del documento, fu tentata alla fine dell’Ottocento da un docente privato di Lettere, Alberto Agresti, socio dell’Accademia Pontaniana.

In una memoria pubblicata nel volume XXIX degli Atti della stessa Accademia, [3] l'Agresti cercò di ribaltare non solo la presunta paternità dell’opera posseduta dal D’Ayala e da lui attribuita ad Antonio Jerocades, ma anche l’autenticità dello stesso, definendolo “copia di poco valore”, “scorretta ed incompiuta”, rispetto al vero Pantheon venuto per fortuna in suo possesso, tramite un discendente di Antonio Palmieri, da lui ritenuto, arbitrariamente, autore dell’opera. [4]

Scrisse  in sintesi  l’Agresti nella sua memoria:

“La fortuna ha fatto venire nella mie mani un’opera inedita scritta nel 1799 e lungamente ricercata e desiderata, perché di essa alcuni antichi e moderni avevano detto un gran bene, come di lavoro classico nella forma e nel concetto, e che intendeva a celebrare le più illustri vittime di quell’anno memorando.

Nei primi del passato ottobre (1899) venne in casa mia il signor Attanasio Palmieri da Faicchio, sollecito scopritore di autografi e di monete antiche e mi presentò  un manoscritto dicendomi: - Di questo, che già mio per regolare contratto, diviene ora nostro, io vi esorto a curare la traduzione del latino e dei passaggi greci ed a fare l’illustrazione; per questo io vi darò opuscoli rari e notizie venute  a noi per tradizione costante, e di tutte farete voi giudizio. - Com’ebbi a leggere il frontespizio, fui lieto di vedermi fra le mani il Pantheon, un’opera che si stimava non che smarrita, perduta, la celebre Apoteosi dei Grandi che dilessero la patria.

E lunghe, pazienti, costanti fatiche aveva durate il mio amico per porsi in sulle tracce dell’opera originale. Si era bucinato per parecchi decenni che il Pantheon fosse stato sottratto, per un largo compenso, dagli archivi della polizia borboniana; e vi era chi ricordava di aver udito a narrare di una perquisizione fatta in casa dell’Autore dell’opera, la quale era sfuggita alla diligente visita, perché avvolta presso un letto in una grande cuffia di donna.

Accettai l’incarico, serbai per me la illustrazione. Mentre si lavorava, essendosi già per un giornale cittadino annunziata la scoperta dell’opera, una illustre famiglia napoletana mandò a bella posta in Faicchio il suo segretario per l’acquisto del manoscritto. Poco dopo il prof. Vittorio Spinazzola dal Museo di San Martino scriveva al signor Attanasio in data 13 ottobre: - Il nome di chi fu l’Autore del Pantheon è stato sinora ignoto. E’ un’opera opportunissima la pubblicazione di quella inedita Apoteosi dei Martiri, e questo museo non mancherà di acquistarla per la sua biblioteca. –

Andò anche un signore in Faicchio dicendosi mandato da uno straniero, di cui non poteva rivelare il nome; gli chiese la pronta consegna del manoscritto senza alcuna condizione per la pubblicazione; ad ottener questo egli aveva avuta commissione di pagar qualunque prezzo gli fosse domandato. Forse si voleva l’autografo per le Feste francesi per Il Trionfo della Repubblica.

Noi non mancheremo al nostro dovere; se l’opera sarà ceduta , cureremo che non sia sottratta al mondo civile che la desidera; se di ragion pubblica la faremo noi, le daremo veste conveniente al pregio che ha. Ma intanto l’anno 1899 sta per finire, ed io credetti di rompere ogni indugio e di dare almeno l’illustrazione ed una sufficiente esposizione del contenuto dell’autografo.

Il d’Ayala nel suo libro alla vita di Riario, dice che serba a penna il Pantheon del ’99; del poco valore di quella copia del nostro autografo ragionerò appresso. E’ bene ora notare che per lungo tempo il mistero avvolse il nome dell’autore, che il d’Ayala chiama ora Apoteosi degli Eraclidi, ora Pantheon, ora raccolta contemporanea, e giudica scrittura molto rara, inedita, fatta misteriosamente nel ‘99.

L’Autore è poi designato qua e là con le vaghe parole:generoso e devoto cittadino, generoso conterraneo, illustre cittadino dottissimo nel greco e nel latino, forse Jerocades.

Per conoscere l’autore del Pantheon io non ho bisogno di cominciare dallo studio dell’opera. Per le notizie raccolte e vagliate io sono in grado di affermare che l’Autore ne fu Domenico Antonio Palmieri da Faicchio.Nella valle tra Montacero e Monterbano è Faicchio in provincia di Benevento.

Gli abitanti di quella valle sono d’ingegno pronto e vivace; hanno spirito epigrammatico; alcune facezie sono tramandate per generazioni. In così fatto paese nacque Domenicantonio Palmieri il 4 agosto 1745.

Studiò come tutti i suoi compaesani nel Seminario di Cerreto, dove era meraviglioso il progresso che tutti i discepoli facevano nel latino e nel greco. Venuto a Napoli studiò coi Gesuiti, fu poi discepoli di Antonio Genovesi e, laureatosi in legge, andò subito governatore in Gioia, e poi in Avella, in Bovino e da ultimo in Andria nella quale città fu ammirato dai nobili e dal vescovo.

A cominciare del 1799 si ritirò a vita privata. Al ritorno di Re Ferdinando fu colto da terrore; temeva forte di essere accusato presso il re perché aveva troppo aperto il suo animo inchinevole alle novità repubblicane. Prese un singolare partito, si finse scimunito,e si ritirò nel bellissimo convento degli Alcantarini restandovi alcuni mesi, durante i quali dettò il Pantheon,a cui non appose il suo nome e che tenne sempre gelosamente nascosto.

Nei febbrili momenti del concepimento dell’opera continuavano nel Regno i supplizi; e quando nello scrittore si faceva più viva la paura , il suo male si faceva più grave, ed egli si fingeva pazzo addirittura. Morì il 16 giugno del 1818.

Il Pantheon ha un bellissimo frontespizio  in greco e in latino, che voi ammirerete riprodotto in fototipia. Nella seconda pagina sono alcune parole di Orfeo . Segue il bellissimo Prodromus, nei cui periodi latini, dove son pure brani opportunissimi di Orazio, di Giovenale, di Catullo, di Omero e di Ovidio, subito si pare, non che l’erudizione dell’autore, tutto l’altero carattere repubblicano.

L’A. flagella a sangue i Regi e i Calabresi e i Siculi venuti con loro. Flagellandoli e dileggiandoli, si vale della sua peregrina erudizione e di giuochi di parole, i quali ricordano il fare epigrammatico, che l’A: aveva da fanciullo. Ha disdegno per tutto ciò che sente di plebe, e vuole ascoltatori degli di sé.

Quelle grandi anime di patrioti, che volevano governi popolari, era esse per le prime atterrite nel vedersi intorno differente popolo da quello che avevan sognato.

Non potendo adunque l’A. dare a sé ed agli amici politici altro conforto, prende l’idea dalla Mole ercolanese, e innalza alle più illustri vittime un Pantheon. Alla fine del Prodromo egli si infutura col pensiero e immagina l’Accademia ercolanense, i cui membri erano allora dispersi, che, risorta con più felici auspici, compia e perfezioni quello scritto, che egli componeva nel segreto del suo dolore.

E’ vero, o illustri colleghi, se l’opera di cui vi do notizia fosse stata nota alcun tempo fa, il più bel monumento ai martiri del 1799 sarebbe stato quello condotto sul  Diagramma, cioè sul modello che è esposto in alcune pagine, e del quale ecco le linee generali:

( I ) PANTHEON: sulla porta una greca iscrizione dettata da Euripide, e fra gli emblemi il nostro cavallo con una scritta, che sembra pur mo fatta, ed è di Tibullo; alla parete, che di dentro alla porta è imminente , son parole di Esiodo.

( II ) APOTHEOSIS: una mole quadrata a tre ordini , ed ecco statue allegoriche e l’albero sacro; e qui Virgilio, Orfeo, Orazio, Seneca, quasi fattisi contemporanei, dicono co’ loro versi cose, che niuno epigrafista moderno saprebbe così altamente significare.

( III ) CENOTAPHIA: (Vanno sino alla 58.ma pagina). Prima di cominciare il giro in cui son disposti, ecco un marmo, su cui per tutte le vittime Virgilio ha dettato versi, come a presentarli per gruppi al visitatore.

Ogni eroe ha poi il suo cenotafio; ogni sarcofago ha inciso il nome, ed ha una Statua, la più appropriata al carattere del Martire; il conciso elogio di ciascuno è dato o in greco o in latino; gli autori latini che sono concorsi a questo pietoso ufficio, sono 14; gli autori greci son 10.

E qui è davvero la più grande prova del sapere del Faicchiano. Bisogna averli letti, riletti, sentiti tutti codesti classici per farne quel largo uso che egli ne fa. Trovare in un poema, in una storia, in un’ode, in un’elegia, in una scena tragica o comica, in un coro, in un idillio, in una satira, in un frammento poco noto l’iscrizione più concisa e più significativa per ciascuno, è cosa che desta un vero stupore.

Scorretta ed incompiuta stimo la copia a penna che servì al D’Ayala per i frequenti passaggi da lui trascritti nel Pantheon. Questo mio duro giudizio è per contrario un argomento di stima per il D’Ayala, perché non mi dà certo l’animo di accusar lui degli errori, degli equivoci e delle dimenticanze, che sono nelle trascrizioni, Per gli errori alcuni son lievi, altri gravi per la mancanza di intere parole, per gli equivoci, non ci ha solo una parola per un’altra, ma una statua di un sarcofago assegnata ad un altro. In conclusione la copia del D’Ayala era incompiuta.

Illustri colleghi,

Avrete già notato che io, esponendo , non ho riferito alcun passaggio dell’autografo; l’ho fatto a studio; dovendo attendere ad una promessa data; anzi non ho potuto far nemmeno quello  sarebbe tornato gradito al cuor mio, riferire cioè alcuni periodi della traduzione.

Intanto il mio amico, il signor Attanasio Palmieri, il quale non perdona a fatiche per aver alte notizie sul nostro Autore e suo parente, è andato quest’ultima settimana per la sua provincia frugando ancora in monasteri e in case private; ed io fino a ieri ho letto e meditato su cose, che non ancora vi espongo, perché non mi paiono ben sicure.

Voi sapete che l’amore ad un argomento cresce col conoscerlo meglio, ed io procurerò di conoscere ancora di più l’Autore del Pantheon perché il suo autografo ne abbia maggior luce.

Questa Accademia, che sorse nel secolo XV per lo studio delle lettere greche e latine, vorrà, mi auguro, accogliere nei suoi Atti la prima notizia della scoperta di un autografo, che ha tutto il profumo delle antiche bellezze." [5]

Alberto Agresti (1844-1915) docente privato di lettere, nel 1893 e nel 1901 fu segretario aggiunto dell’Accademia Pontaniana e nel 1895 ottenne la carica di tesoriere.

Diverse sue  memorie di fine Ottocento, pubblicate negli Atti dell’Accademia, si riferiscono a studi danteschi proseguiti ancora nel 1901 e nel 1905.

Nonostante la dissertazione appassionata con cui nella tornata del 1899 annunciava ai soci dell’Accademia Pontaniana la scoperta del Pantheon, mettendo in discussione il manoscritto posseduto dal D’Ayala e rimandando ad una prossima memoria ancor più dettagliata, di Alberto Agresti non esistono pubblicazioni successive a quella del 1899 relative all’argomento.

Ciò lascia facilmente supporre che, nonostante l’entusiasmo iniziale ed i  buoni propositi di approfondire lo studio, l’Agresti non ebbe più ricevuto quelle notizie tanto attese dal suo amico, l’instancabile ricercatore, Attanasio Palmieri.

Oggi di quel suo tanto decantato Pantheon  possediamo solo la fototipia del frontespizio, da lui prodotta nella memoria del 1899, mentre presso l’archivio della Società Napoletana di Storia Patria, e’ presente il manoscritto integrale appartenuto a Mariano D’Ayala.

Allo scopo di chiarire per quanto sia possibile dei dubbi ed offrire uno studio rigoroso e dettagliato, entrambi i manoscritti sono stati sottoposti ad una perizia grafologica eseguita dal dott. Alberto Mario D'Alessandro, perito del Tribunale di Napoli, che ha attestato le seguenti considerazioni.

"La conclusione potrebbe apparire ovvia, invece è stato impegnativo individuare segni grafici specifici così diversi da quelli che comunemente si incontrano sulla strada di un grafologo forense nel corso della sua attività professionale, ed infine sono giunto alla conclusione che le due scritture appartengono senza alcun dubbio da parte mia, a due mani esecutrici diverse.

E per amore di Verità devo anche esprimere una mia impressione che deriva dalla valutazione che nel corso degli esami ho fatto e che Antonella Orefice non mi aveva invitato o sollecitato ad esprimere; questa esternazione è per così dire in parte anche frutto dell’attività che svolgo e nella quale, in materia penale, durante la formula del giuramento sono solito ripetere : “… e riferisca qualunque altro elemento utile”!

Ebbene l’altro elemento utile che espongo è rappresentato dalla mia personale convinzione, ripeto, fondata esclusivamente sulle osservazioni e sui rilievi condotti, che lo scritto Agresti è un tentativo di imitazione dello scritto D’Ayala .

Spero con questo mio lavoro, al di là dell’ultima parte delle conclusioni, per la quale non sono stato sollecitato, e che quindi è una mia esclusiva responsabilità, possa aver contribuito, alla ricerca della Verità, di quella Verità che troppo spesso si trascura nelle ricerche, e ancor più nelle aule di Tribunale per responsabilità che sono il più delle volte collettive e per questo molto più difficilmente individuabili , ma non per questo meno dannose per tutta la società."

 

 

 

Abstract da: Mariano D’Ayala e il Pantheon dei Martiri del 1799, a cura di A. Orefice, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Press, Napoli 2012.

 

Note

1 Mariano D’Ayala, Vite degli italiani benemeriti della libertà e della Patria, Napoli, 1999.

2 Antonio Jerocades (Parghelia, 1 settembre 1738 – Tropea, 18 novembre 1805) è stato un abate, patriota e poeta italiano. Destinato dai genitori alla carriera ecclesiastica, studiò nel seminario di Tropea  e si distinse per la sua precoce abilità nel comporre versi . Nel 1765 si trasferì a Napoli. Dietro raccomandazione di Antonio Genovesi, col quale era entrato in corrispondenza, venne assunto al "Collegio Tuziano" di Sora come maestro d'ideologia. Qui Jerocades compose anche delle opere teatrali, in cui emergevano le sue idee democratiche, indotte dalla frequentazioni degli ambienti massonici napoletani. Ottenne prima la cattedra di filologia (1791)e poi quella di economia e commercio (1793) all'Università di Napoli. In questo periodo fondò, insieme a Carlo Lauberg, la Società Patriottica Napoletana, coagulo dei principali esponenti del giacobinismo e del giurisdizionalismo partenopeo, cosa che determinò la sua incarcerazione a Castel dell'Ovo e il processo, nel 1795, per apostasia, ma riebbe presto la libertà, avendo deciso di ritrattare. Anche per il conflitto interiore causato da una siffatta scelta, nel 1799 sostenne attivamente le idee rivoluzionarie, che però, in seguito alla breve esperienza della Repubblica partenopea, gli costarono nuovamente il carcere, e quindi l'esilio a Marsiglia. Ritornato a Napoli nel 1801, grazie all'amnistia prevista dalla pace di Firenze, Jerocades compose l'elogio di suo padre e di suo fratello, motivo che indusse a farlo rinchiudere nel convento dei Liguorini di Tropea, ove morì.

3 A. Agresti, Di un’opera inedita che celebra i martiri del 1799, in Atti dell’Accademia Pontaniana, V.XXIX, Memoria 9, 1899, pp.1-12

4 Domenico Antonio Palmieri nacque a Faicchio (Benevento)  il 4 agosto 1745. Compì i suoi studi nel seminario di Cerreto Sannita e nel collegio Gesuitico di Napoli. Conseguita la laurea in diritto civile e canonico, esercitò l’ufficio di governatore in Gioia del Colle, Avella, Bovino ed Andria. La spietata reazione che tenne dietro alla fine della Repubblica Napoletana del 1799, lo depresse profondamente e, ritenendosi compromesso, chiese asilo ai frati Alcantarini che lo accolsero nel loro convento eretto alle falde del monte Erbano. Scrisse un trattato, il Focione, a dimostrazione degli immensi mali della guerra e dei benefici della pace, e molte poesie quasi tutte perdute. Secondo Alberto Agresti l’opera maggiore del Palmieri  fu il Pantheon, scritto durante il ritiro presso i monaci Alcantarini. Morì a Faicchio il 16 giugno 1818.

5 A. Agresti, Di un’opera inedita che celebra i martiri del 1799, cit., pp.1-12

 

 

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