Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

L’istruzione primaria in Terra di Lavoro durante il Decennio francese

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Durante il Decennio francese nel Regno di Napoli furono adottate delle riforme finalizzate a rendere l’istruzione scolastica pubblica e laica, sottraendo alla Chiesa un privilegio di cui aveva goduto in esclusiva per secoli.

Alla contestazione di esso contribuirono non solo i grandi filosofi e pensatori francesi, ma anche, e non secondariamente, la grande triade del pensiero illuminista napoletano, ossia Pietro Giannone, Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri, già prima della rivoluzione francese.

Il decreto del 15 agosto del 1806, con il quale si sollecitava e obbligava i Comuni a istituire scuole pubbliche gratuite, anticipava di 50 anni la legge Casati del Regno piemontese.

Nella legge del 1806 si decretava che “tutte le città, terre, ville, ed ogni altro luogo abitato del regno erano obbligati a mantenere il maestro per insegnare i primi rudimenti e la dottrina cristiana ai fanciulli ed erano tenuti a stabilire una maestra per far apprendere, insieme con le necessarie arti donnesche, il leggere, scrivere e la numerica alle fanciulle”.

 

L’educazione primaria femminile è stata considerata dagli studiosi il fiore all’occhiello del nuovo governo francese nel regno di Napoli, nonostante le difficoltà incontrate per la sua attuazione ad iniziare dal reperimento delle maestre, per lo più nobildonne che malvolentieri accettavano di svolgere l’incarico.

Prima di emanare il decreto, il governo francese avvertì la necessità di promuovere un censimento per conoscere lo stato dell’istruzione pubblica in tutto il regno.

In relazione alla provincia di Terra di Lavoro, il 21 maggio 1806 il ministro dell’Interno inviava a Lello Parisi, allora solo commissario, ma che sarà il primo Intendente di Terra di Lavoro, la richiesta di un resoconto dettagliato da parte di tutti i sindaci della provincia tramite un questionario. In esso era formulata la richiesta di informazioni in relazione all’esistenza di scuole per l’istruzione dei fanciulli, da chi erano pagati i maestri e come veniva attribuito loro la funzione, quante fossero le comunità religiose esistenti che si occupavano della pubblica educazione, quanti e quali fossero i collegi, i convitti o altri luoghi di educazione, quali fossero i luoghi dove si educavano le fanciulle e come e dove trovare donne capaci di insegnare.

Sulla questione l’Archivio di Stato di Caserta offre una documentazione che, seppur frammentaria, permette la ricostruzione di realtà varie e diverse. La situazione più difficile si registrava nei piccoli centri dove era forte la riluttanza dei genitori ad inviare i figli, e ancor meno le figlie, a scuola, in quanto ciò li avrebbe privati dell’apporto che i ragazzi davano al lavoro nei campi, alla pastorizia e le ragazze alla casa, con un pregiudizio verso l’istruzione pubblica per le fanciulle in realtà sociali assuefatte al ruolo esclusivamente casalingo delle donne.

Tuttavia, in un piccolissimo centro quale Prata Sannita, il sindaco Giuseppe Comparelli non aveva avuto difficoltà a dichiarare  che  nel 1806 non vi erano nel suo Comune scuole pubbliche, ma un punto di riferimento era costituito dal Seminario di Piedimonte Matese per i ragazzi, come anche nel Monastero di San Francesco dei Minori Osservanti c’erano due sacerdoti che si dedicavano all’educazione dei fanciulli, mentre due “donne scriventi” privatamente provvedevano ad “ammaestrare” le fanciulle”.

Tale realtà sarebbe cambiata molto parzialmente nel 1811, allorché le lezioni, tenute dal parroco, furono frequentate da un esiguo numero di scolari, che comunque avrebbero in breve tempo interrotto la frequenza per dedicarsi al lavoro dei campi e alla pastorizia. In relazione alle fanciulle, non fu possibile trovare una maestra che sapesse leggere e scrivere e conoscere di aritmetica, e le figlie dei possidenti provvedevano privatamente.

Diversa la realtà di Conca Campania, dove era presente una sola scuola pubblica per l’istruzione dei fanciulli, a cui venivano corrisposti 24 ducati anni, mentre, per la maestra per l’educazione delle fanciulle, si dichiarava che non vi fosse denaro disponibile.

Riguardo ai centri maggiori, ad Acerra esisteva una sola scuola, che seppur laica, era ubicata nel convento dei padri domenicani, ad Aversa solo private, a Caiazzo  alcune scuole pubbliche per fanciulli, erano state istituite per volontà del nobile Raffaele Mirto, il quale aveva lasciato in eredità ben novemila ducati per tale scopo. In relazione a Caserta, composta da ben ventitré villaggi, si hanno notizie relative ed una sola “scuola pia”, mentre a Capua tutto ruotava attorno al seminario, curato da un rettore, da un vice rettore, da un procuratore e da un maestro di casa.

Nonostante ostacoli e difficoltà diverse, nel 1808 in tutta la provincia di Terra di Lavoro si riuscirono ad “aprire” ben 176 scuole primarie non gestite più dagli ordini religiosi.
Gioacchino Murat, il 15 settembre 1810 emanò un decreto “per lo stabilimento delle scuole primarie in tutti i Comuni del Regno”, con il quale si specificava che nei cosiddetti comuni di “terza classe”, ossia con una popolazione inferiore ai 3000 abitanti, sarebbero stati i parroci a provvedere, mentre in tutti gli altri comuni gli insegnanti sarebbero stati nominati dal Ministero dell’Interno.

Le riforme di Murat diedero un chiaro segnale di svolta rispetto all’arretratezza borbonica. I graduali ed ulteriori provvedimenti nel campo dell’istruzione portarono nel 1811 alla creazione di un Direttore generale per il controllo delle attività didattiche, e per Terra di Lavoro fu Francesco Perrini a svolgerlo. Da allora si poté procedere anche all’apertura dei collegi e dei licei provinciali, tra cui il collegio di Maddaloni e quello femminile Real Casa di Aversa.

 

 

 

Bibliografia:
AAVV- Caserta ai tempi di Napoleone- Il decennio francese in terra di lavoro- Electa Napoli- 2006

 

 

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