Le tradizioni di Natale tra Napoli e Manduria

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Avvicinandosi sempre più il Natale, intendo ripercorrere alcuni aspetti che accomunano le tradizioni salentine, legate alla festività, con quelle di Napoli.

Tale comunanza di usi, che mi accingo ora a descrivere, è un chiaro segno dell’influenza esercitata dalla città (che, nel passato, era la capitale del regno meridionale) sulle periferie, rispetto alle quali fungeva da importante punto di riferimento.

Le usanze natalizie del popolo partenopeo sono dettagliatamente descritte nell’opera, rimasta di storica importanza nel suo genere, dal titolo  “Gli usi e costumi di Napoli”, curata dallo scrittore ed editore napoletano Francesco De Bourcard nel 1853, e scritta con contributi dello stesso e di altri famosi autori (1, 9). Esse, in molti aspetti, coincidono con le tradizioni nostrane.

Ciò vale, innanzitutto, per l’individuazione del momento iniziale del periodo natalizio.

Nelle pagine dell’opera citata (e, più precisamente, al volume I, nella sezione dedicata alla descrizione del “Natale in Napoli”, scritta da Francesco Mastriani) ne viene indicata la data che, come per la comunità di Manduria (anticamente in provincia di Lecce, oggi di Taranto), veniva a coincidere con la festività dell’Immacolata Concezione (8 Dicembre),  preceduta dalla tradizionale novena (10).

Infatti, il periodo di Natale iniziava a Napoli proprio verso la fine di Novembre, momento di avvio della novena, ed era annunciato dall’arrivo degli zampognari.

Scrive l’autore: “…tra lo spirar di autunno e l’inoltrarsi del gelido vecchierello, cominciano a farsi udire per le vie di Napoli gli zampognari, i quali sogliono trovarsi in questa capitale alquanti giorni innanzi la novena della Beatissima Vergine Immacolata, che si festeggia il dì otto dicembre.

Dalle remote province del reame muovon questi rustici […]. Viaggiando con tutt’i disagi della stagione, eglino arrivano in questa Capitale, e dànnosi alacremente a procacciarsi novene, vale a dire, a cercare divoti che li chiamino a suonare davanti alle immagini di Maria o del Bambino Gesù. La prima novena è per la festività del dì otto dicembre, giorno in cui dalla Chiesa si celebra l‘Immacolato Concepimento di Nostra Donna […]

La mercede che lor si dà per una novena varia a seconda della maggiore o minore agiatezza delle persone, appo alle quali ei si conducono a suonare, per modo che dalla piastra (12 carlini), scende il prezzo fino ad un carlino.

La novena dell’Immacolata incomincia il dì 29 novembre e cessa il 7 dicembre, quella di Gesù Bambino ha principio il 16 dicembre e termina al 24, vigilia del Santo Natale. […] …spesso gli stessi zampognari che han fatto la novena in una famiglia negli anni scorsi si presentano per l’anno che corre, e trovano sempre quell’affettuosa accoglienza che ad antichi amici suol farsi.”(2). 

A Manduria, invece, per sancire il fatto che l’ingresso ufficiale nel periodo di Natale coincideva con la festa dell’otto Dicembre vi era il detto “Ti la ‘Mmaculata la prima ‘mpittulata” (Dell’Immacolata la prima pettolata) per significare che la preparazione delle tradizionali frittelle natalizie (“pèttole”)aveva inizio proprio quel giorno. 

La celebrazione delle novene di preparazione alle due festività era accompagnata a Napoli dall’allestimento del presepe, che avveniva in tutte le famiglie, senza distinzione di classe sociale:

“Non vi ha famiglia napoletana, patrizia o plebea, che non abbia l’avita consuetudine di fare il presepe, vale a dire, con fantocci di stucco o di creta, rappresentare la scena del Betlemme, e il Nascimento del Divo Bambino .”(3).

Il nucleo principale della rappresentazione era costituito da “i personaggi che figurano nella grotta del Santo Natale” che sono “…la Vergine Madre, il Patriarca Giuseppe, sposo di Maria, il Divino Neonato, lo zampognaro ed il cennamellaro, il bue e l’asinello che co’ loro fiati riscaldano le tenere membra del Fanciullo Gesù..”.(4)

La consuetudine trova indubbio riscontro nella tradizione mandurina, nella quale ogni famiglia, ricca o povera, usava allestire il presepe domestico, e, normalmente, le statuine che lo componevano, soprattutto il nucleo principale che era costituito dalla Sacra Famiglia (in gergo dialettale  “la Nascita”),  venivano gelosamente trasferite da una generazione all’altra e rappresentavano il testimone di una preziosa eredità spirituale.

Invece, quando una coppia di novelli sposi si accingeva a preparare un suo presepe, il punto di partenza, in mancanza di figurine ereditate dalle famiglie di origine, era sempre costituito dall’acquisto della “Nascita” (S.Giuseppe, la Madonna, il Bambinello con il bue e l’asinello), alla quale di anno in anno, si aggiungevano nuovi personaggi,“li pupi”, a cominciare dai suonatori di zampogna e ciaramella, per poi passare agli Angeli, ai Magi, ed agli altri personaggi acquistati via via, scelti secondo il grado di importanza a loro assegnato nella rappresentazione scenica.

Ma, la maggiore importanza che, tra tutti i “pupi”, veniva riconosciuta alla “Nascita” era anche significata dal fatto che, al momento finale del disfacimento del presepe, le statuine raffiguranti la Sacra Famiglia di Nazareth venivano riposte per ultime nelle scatole, dopo che erano stati loro rivolti ancora un pensiero ed un’ultima preghiera.  

Nella città partenopea, la cura delle figurine, spesso in abiti contemporanei (del ‘7-‘800), era spesso affidata all’opera di valentissimi artigiani o di artisti che hanno segnato i fasti del presepe napoletano: “I personaggi, che debbono figurare sul presepe e che in Napoli vengono addimandati pastori, sono talvolta di finissimo lavoro, e di abili artisti. Gli è curioso il vedere le odierne fogge di villeresco vestimento napoletano addossate a’ personaggi di quel tempo tanto da noi remoto; e gli usi e costumi del nostro paese rappresentati sul presepe, si che vedi poco lungi dal tugurio ove nacque il Bambinello Gesù una taverna, di quelle che si osservano nelle nostre circostanti campagne, ove seduti a rustica mensa bevono e gavazzano parecchi contadini vestiti alla sorrentina, o alla procidana. Sull’erta di un monte vedi un altro pastore che se ne viene a recare in dono al Bambino una cesta piena di caciocavalli napoletani.”(5).

Anche nella tradizione mandurina e salentina in genere, sia pure con minore ricchezza (infatti, tranne la cartapesta e, talvolta, il legno usati perlopiù nelle chiese, i “pupi” realizzati dalla botteghe locali erano in creta), venivano riprodotte scene di vita quotidiana, con personaggi in ruoli e costumi moderni.

Tipici casi erano quelli del frate francescano e, perfino, della suora, personaggi che, storicamente, non potevano esser mai vissuti al tempo di Gesù, i quali, tuttavia, facevano capolino nelle scene del presepe nostrano.

Dalle novene e dalla composizione del presepe, si arriva poi alla Vigilia di Natale.

A Napoli il clima era, insieme, di attesa  e di gioiosa trepidazione.

“Fin da’ primi giorni di questo mese, talvolta anche prima, tutte le faccende si rimettono a dopo Natale; le obbligazioni non si adempiono; il denaro si stagna per qualche tempo per riporsi in questo giorno in un’attivissima circolazione. Tutti sperano qualche cosa a Natale, tutti sono in aspettativa; gl’impiegati e i commessi attendono le gratificazioni… gli uscieri, i domestici, le fantesche, e tutta l’infinita generazione de’ portinai, ciabattini, artieri, e facchini danno l’assalto de’ <<cento di questi giorni>>  a dritta e a manca.

Bel giorno è questo pel basso ceto! I carlinelli piovon loro da tutte le parti, si ché francamente li vedi abbandonarsi a quella gioia che è tutta naturale in essi..

Il Natale, pertanto, era un periodo più felice per il popolo minuto, che vedeva alleviate le difficili condizioni in cui viveva da elargizioni, gratifiche e regalìe varie, oltre che da una maggiore abbondanza di merci e generi alimentari nei mercati.

Indubbiamente, di questo modo di percepire il periodo di festa vi è traccia anche nel detto mandurino e salentino:“Finu a Natali né friddu e né fami, ti Natali a ‘nanti, lu friddu ti retu e la fami ti ‘ nanzi”(Fino a Natale né freddo e né fame, da Natale in poi, il freddo da dietro e la fame davanti),  con il quale si voleva significare, appunto, che il tempo di Natale era più benevolo con i poveri.

La cena della vigilia, rigorosamente di magro, si componeva a Napoli di  varie portate: “I cibi di rito della cena della vigilia sono i vermicelli, il cavolfiore, i pesci di ogni specie, e massime il capitone e l’anguilla, gli struffoli (pasta dolce con miele e tagliuzzata), i mostaccioli, i susamielli, ogni sorta di seccumi, le ostriche, ed altri camangiari di magro, che s’imbandiscono a seconda del gusto e dell’agiatezza delle famiglie.”(6).

Quindi, una cena ricca ed articolata di otto-nove portate, alcune delle quali come il cavolfiore, il pesce, gli “struffoli” col miele (variante napoletana dei nostri “purcidduzzi”) sono assimilabili ad alcuni piatti della cena delle nove cose o nove portate (“li noi cosi”), tipica della cittadina salentina.

Infine, allo scoccare della mezzanotte della vigilia, ecco l’evento tanto atteso della nascita del Redentore.

Anche qui la tradizione partenopea si avvicina a quella locale: “Pochi giorni prima della vigilia di Natale, il Bambino Gesù vien tolto dal presepe, per esservi riposto, con solenne processione di tutta la famiglia, alla mezzanotte del 24, ora in cui nacque il Divin Redentore.

Commovente spettacolo offre allora la famiglia: uomini, donne, e ragazzi provvisti di ceri, fanno il giro della casa, scendon talvolta nel cortile, visitano gli altri quartieri del palazzo, e si riducono al presepe, dove genuflessi e cantando l’inno Ambrosiano, da qualcuno della famiglia (spesso un ragazzo) vien collocato sulla paglia il celeste Pargoletto.”(7).

L’usanza locale era del tutto simile a quella appena descritta: dopo una processione all’interno della casa, il Bambinello (che, però, non era mai stato collocato prima nel presepe) veniva, per la prima volta, delicatamente adagiato nella mangiatoia dal più piccino della casa.

Tipicamente partenopea, invece, l’usanza di festeggiare il Natale con lo scoppio di fuochi di artificio, esplosi a tutti gli angoli della città “allo scoccar delle 24 ore e quando Napoli si siede alle centomila sue mense”.

Giochi pirotecnici, più o meno complessi, che erano venduti per le strade da una figura dal nome popolare alquanto insolito: il “tronaro” o “tronista”,  da non confondersi con il moderno partecipante ad una ben nota, moderna trasmissione televisiva, il cui compito, invece, è quello di sedere su un trono per scegliere il partner o la partner tra un gruppo di corteggiatori o di corteggiatrici.

Il personaggio napoletano appena citato era tutt’altra cosa.

Così viene descritto dall’autore:  “Quasi ad ogni canton di strada vedesi un arsenale di tronaro vale a dire, un venditore di fuochi di artificio. Tutt’i trovati de’ moderni artiglieri non reggono al paragone delle botte inventate per festeggiare il Natale: ce n’è di ogni rumore e di ogni colore. Fulmini innocenti, tutti di pace e non di guerra, il folgore e il tuono primeggiano tra i colpi.” (8).

A tal proposito, con tutte le riserve del caso riguardo alla supposta “innocenza”, o non pericolosità, di questi “fulmini di pace e non di guerra”,  occorrerà concludere che l’usanza napoletana, nel passato, non trovava riscontro nella  tradizione natalizia di Manduria e, in  genere, del Salento.

Forse, solo per Capodanno era concesso qualche timido segno di festa, con la sporadica esplosione di qualche salva di fucili da caccia, in qualche strada.

Per Natale invece, a farla da padrone erano i falò (fanòi) accesi per il Bambino Celeste a tutti gli angoli delle vie, intorno ai quali si radunava l’intero vicinato.

Più precisamente, l’accensione dei fuochi, a Manduria, aveva inizio il giorno della festa di S.Eligio (1 Dicembre), quando si accendeva un grande falò dinanzi all’antica chiesetta, oggi purtroppo scomparsa, e proseguiva la vigilia di Natale e il giorno successivo al Natale (26 Dicembre), data in cui l’operazione veniva ripetuta nella piazzetta antistante la chiesa di S.Stefano, in onore al santo.

Nei giorni precedenti l’evento, per le strade vi era un viavài di ragazzi che, con carriole o carrettini trainati manualmente, raccoglievano, di casa in casa, la legna offerta dai devoti, occorrente per formare la gigantesca catasta.

Ma tale consuetudine dei falò di Natale, sebbene antica e bella, purtroppo é quasi scomparsa, avendo dovuto cedere il passo alla modernità ed alle esigenze del traffico urbano, cresciuto in modo esponenziale anche nei centri minori.

 

 

 

 

 Note

(1-2-3-4-5-6-7-8) Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti, Volume 1. Francesco de Bourcard. Stab. tip. di G. Nobile, 1853, pagg. 241-248 .

 

(9). Francesco De Bourcard. Editore italiano di origine napoletana, noto soprattutto per aver coordinato l'edizione di Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti, una delle opere fondamentali della descrizione della città di Napoli e dei suoi abitanti.

Proveniente da una famiglia svizzera originaria di Basilea, era nipote del Maresciallo Emanuele Burckhardt (il cognome fu poi francesizzato in De Bourcard), capitano generale del Regno di Napoli, distintosi nella Guerra dei sette anni e nella conquista di Roma (1798-1799). Appassionato studioso della vita quotidiana della città, De Bourcard si dedicò per circa vent'anni, dal 1847 al 1866, alla stesura dell'opera che lo rese famoso (la comparsa del primo volume avvenne nel 1853), nell'ambito della quale sono ritratte le usanze del tempo, i personaggi tipici del popolo, ed un'ampia carrellata di feste popolari e religiose. Ai testi si accompagnano cento litografie che illustrano in forma grafica i soggetti descritti nei capitoli. La particolarità dell'opera sta soprattutto nella grande levatura dei partecipanti, sia scrittori che artisti. Tra i primi spiccano Giuseppe Regaldi, Carlo Tito Dalbono,Francesco Mastriani, Emmanuele Rocco, Emmanuele Bidera, Enrico Cossovich; tra i secondi Teodoro Duclère, Giacomo Ghezzi, Tommaso Altamura, Nicola Palizzied il suo grande fratello Filippo Palizzi, il quale disegnò circa la metà delle tavole (quarantasette su cento). Fonte: Wikipedia.

 

(10) Francesco Mastriani,  (Napoli, 23 novembre 1819 – 7 gennaio 1891) scrittore, autore di romanzi d'appendice di grande successo. Fu inoltre drammaturgo e giornalista.

Manifestò grande attenzione nei confronti delle classi subalterne partenopee. Diede un grande contributo alla nascita del meridionalismo e del verismo. Come giornalista collaborò a giornali locali con una produzione molto varia di articoli di costume, di attualità, di critica teatrale, di bozzetti.

Tra le sue opere giovanili più note: Sotto altro cielo, La cieca di Sorrento pubblicate durante l’ultimo periodo borbonico, che gli valsero riconoscimenti e incarichi ufficiali, come scrittore legittimista, rimasto fuori dalle idee risorgimentali e pronto, nei suoi scritti, a condannare l’eredità dell’illuminismo e della Rivoluzione francese, in una prospettiva conservatrice di invito alla rassegnazione e al rispetto dell’ordine e dei valori costituiti.

L’attività dello scrittore assunse carattere diverso dopo il 1860, quando, non avendo partecipato alla causa unitaria, fu allontanato dagli incarichi precedenti e dal mondo del giornalismo.

Fu questo il periodo più vivace e originale per la varietà delle sperimentazioni letterarie che suscitarono, con la cosiddetta «trilogia socialista», l’interesse della critica. Le tre opere maggiori di questo periodo furono I vermiStudi storici su le classi pericolose in Napoli , I figli del lusso e Le ombre: lavoro e miseria. Fonte: Enciclopedia Treccani e Wikipedia.

 

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