Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

I Comunisti Cristiani nella Resistenza romana

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Adriano OssiciniIl Partito Comunista Cristiano fu fondato a Roma nell’estate del 1942. Nel programma redatto da Adriano Ossicini, Franco Rodano e Paolo Pecoraro vennero erano esposte le finalità che il movimento si proponeva in quanto comunista e cristiano erano considerati termini antitetici.

Dopo aver interpretato il fascismo come ultima forma politica del capitalismo borghese e sottolineato l’incapacità per  “inettitudine psicologica” della piccola e media borghesia di liberarsi da  un’educazione e mentalità borghese, nel programma si affermava che  il proletariato e i contadini poveri, le classi fondamentali della produzione moderna, erano le vere forze rivoluzionarie direttamente interessate alla distruzione della società borghese e capaci, per la loro stessa realtà di classe di fondare il nuovo ordinamento sociale basato sulla gestione sociale dei mezzi di produzione per l’abolizione delle classi e l’instaurazione di una società senza sfruttatori e sfruttati.

Il manifesto proseguiva sostenendo che il Partito Comunista Cristiano era  il partito del proletariato e dei contadini poveri. Esso rappresentava l’avanguardia organizzata e cosciente di queste classi; pertanto, mentre ne esprimeva le più profonde esigenze e i più concreti bisogni, si proponeva di guidare gli  operai e i contadini al conseguimento dei loro storici obiettivi.

 

L’ideologia socialdemocratica era vista come una forza che aveva tradito la classe operaia e i contadini, armando i nemici del proletariato. Il primo obiettivo della lotta politica degli operai e dei contadini doveva essere “la distruzione dello Stato borghese e la dittatura del proletariato”.

La seconda parte del documento affrontava  temi più spinosi inerenti i rapporti con la Chiesa e la religione, negando l’antitesi fra comunismo e cristianesimo e lo stesso cattolicesimo in quanto la religione cattolica non rappresentava uno strumento della reazione, ma avrebbe potuto essere fonte delle più estreme ed energiche iniziative rivoluzionarie.

La religione doveva dunque essere al di sopra delle classi, ma nel contempo doveva identificarsi sul terreno sociale con le classi oppresse, dal momento che il suo insegnamento si fondava sulla carità e la giustizia.

Inoltre, se si prendeva in considerazione la libertà di religione e di culto nell’ambito di un accordo tra Stato rivoluzionario e Chiesa per la soluzione “dei gravi problemi dei beni ecclesiastici a gestione capitalistica e feudale”, parimenti si riconosceva la difesa della famiglia e l’indissolubilità del matrimonio celebrato con rito religioso.

In relazione alla lotta partigiana, il contributo dei comunisti cattolici si mostrò progressivamente più visibile e concreto allorché il Partito Comunista Cristiano diventò Movimento dei Comunisti Cristiani, e partecipò attivamente alla battaglia di S. Paolo del 9 settembre 1943, in cui cadde un esponente autorevole del gruppo, il professore Raffaele Persichetti. Le giornate dall’ 8 al 10 settembre videro gli attivisti del Movimento Comunisti Cristiani in prima linea, ad iniziare da uno dei fondatori, Adriano Ossicini.

Dopo la successiva occupazione di Roma da parte dei tedeschi, il Movimento possedeva un’organizzazione ben strutturata e centralizzata, per cui Adriano Ossicini, Eugenio Califano e Paolo Moruzzi ottennero la direzione militare del gruppo con la suddivisione di Roma in otto zone, a loro volta suddivise in settori, squadre e cellule con ciascun settore che disponeva di un autonomo deposito di armi ed un rifugio.

La sede operativa del Movimento ebbe sede in Trastevere presso i dormitori del Circolo S. Pietro, nel vicolo Santa Maria in Cappella. Tuttavia i comunisti cristiani furono  presenti anche nelle università, nelle scuole, nelle fabbriche e nelle parrocchie.

Il movimento produsse anche un proprio organo di stampa, la “Voce Operaia”, finalizzato a diffondere la resistenza e le attività clandestine delle bande. La Banda Ossicini fu quella più nota, non solo per la sua consistenza di ben 744 componenti, ma anche perché si espose in brevi comizi presso i quartieri popolari di Roma e si attivò per impedire la deportazione degli ebrei romani.

Nel famoso attentato di Via Rasella del 23 marzo 1944, per il quale morirono 32 militari tedeschi, tra gli esecutori vi fu una nota esponente dei Comunisti Cristiani, Laura Garroni, che preparò l’ordigno insieme a suo marito Giulio Cortini, Rosario Bentivegna, Laura Galloni e Clara Capponi.

Nel conseguente eccidio delle fosse Ardeatine, tra i  trucidati dalla reazione tedesca alcuni appartenevano al Movimento Comunista Cristiano, di cui il più noto era Romualdo Chiesa, capo del Movimento nei quartieri Aurelio, Trionfale e Borgo Cavalleggeri. Altri trovarono la morte in varie azioni di Resistenza o di rappresaglie. Ricordiamo Edoardo Angelini, il tipografo di “Voce Operaia”, fucilato il 2 febbraio 1944 a Forte Bravetta.

La natura ideologica di Comunisti Cristiani non poteva non suscitare una discussione sul programma dei Movimento, essendo i due termini non coniugabili per molti, ossia il materialismo storico marxista con una rivendicazione di una giustizia sociale di carattere cristiano cattolico. In particolare si attendeva la presa di posizione del Vaticano che, durante il periodo dell’occupazione nazifascista a Roma, non aveva espresso alcun giudizio nei confronti del Movimento; anzi in alcuni casi il Vaticano si era attivato per la liberazione di alcuni esponenti di esso.

Adriano Ossicini ha ricordato l’appoggio consistente e rilevante che il Vaticano, la Santa Sede e le organizzazioni cattoliche diedero al movimento. Il deposito centrale dell’organizzazione militante fu  presso la sede di Santa Maria in Cappella del Circolo San Pietro. Inoltre furono offerti rifugi ed appoggi in molte parrocchie, conventi ed organizzazioni religiose.

Nel prosieguo la voce di aperto dissenso del Vaticano si fece sentire e il 23 febbraio 1944 quando Pio XII rivolse un chiaro discorso ad  alcune nuove e pericolose dottrine e tendenze che stavano trovando terreno fertile tra non pochi giovani che si professavano cattolici, invitando palesemente gli appartenenti al Movimento Comunisti Cattolici ad abbandonare la strada intrapresa ed a seguire nella sua pienezza ed integrità la verità cristiana.

Il Vaticano attese la fine della guerra per dichiarare che il periodo di tolleranza poteva ritenersi finito, ma il Movimento dei Comunisti Cristiani continuò ad esistere fino al dicembre 1945 allorché “La Voce Operaia” diede dello scioglimento in seguito alla decisione del Congresso tenutosi presso il Liceo Visconti il 7 dicembre 1945.

 

 

Bibliografia:
Riccardo Vommaro, La Resistenza dei Cattolici a Roma (1943-1944), Roma, 2009

 

 

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