Quando a Napoli c'era la pena capitale

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La storia della città attraverso i suoi condannati alla pena capitale, talvolta eroici martiri altre semplicemente vittime innocenti di un sistema sanguinario.

Nome per nome in un viaggio tra le pagine di uno degli archivi più straordinari ed emozionanti della città, quello dell’Arciconfraternita dei Bianchi della Giustizia, ovvero la Compagnia napoletana che per secoli si è occupata di assistere i condannati a morte, ma anche di prendersi cura dei familiari e di far rispettate le ultime volontà del giustiziato.

I Bianchi, inoltre, si legarono indissolubilmente all’Ospedale degli Incurabili, fondato nel 1519 da Maria Longo, contribuendo fattivamente alla sua crescita e al suo sviluppo, e prodigandosi nella raccolta delle elemosine e nelle opere di carità verso i poveri.

Nel cortile della cittadella sanitaria del resto, si erge ancora la bellissima Cappella della Confraternita, intitolata a Santa Maria Succurrere Miseris e famosa per essere stata descritta da Salvatore Di Giacomo in una delle sue novelle, un piccolo scrigno che conserva ancora straordinarie opere d’arte, tra cui la celebre scultura detta “La Scandalosa”.

Tra i quattromila giustiziati in quattro secoli di storia napoletana si leggono nomi di artigiani, di commercianti, di nobili, di soldati (con il sanguinario sistema della cosiddetta “decima”) e di donne che venivano condannati a volte anche per reati cosiddetti “imprecisati”.

Se nei primi secoli l’estrazione dei condannati era abbastanza variegata, tra la fine del Settecento e l’Ottocento tra i giustiziati si registreranno soprattutto intellettuali e membri dell’esercito; tra le vittime illustri ci saranno poi numerosi i patrioti napoletani, tra cui il lucano Mario Pagano e il medico e scienziato napoletano Domenico Cirillo, professore agli “Incurabili” e intellettuale massone come la gran parte degli eroi del 1799.

 

L’incontro di venerdì, 11 novembre 2016 – organizzato dal Museo delle Arti Sanitarie e della Storia della Medicina insieme con l’Associazione “Astrea Sentimenti di Giustizia” in collaborazione con l’Asl Napoli Centro e la Curia Arcivescovile di Napoli – ruoterà intorno alla presentazione del volume di Antonella Orefice “I Giustiziati di Napoli dal 1556 al 1862, nella documentazione dei Bianchi della Giustizia” (prefazione di Antonio Illibato), opera che restituisce alla storia italiana i nomi dei condannati assieme alle vicende di uomini e donne che altrimenti sarebbero rimasti nell’oblio.

Il libro ha ripercorso le vicende degli “incappucciati” dalle origini del loro sodalizio fino al 1862, anno in cui le esecuzioni capitali, con il passaggio dai Borbone ai Savoia, persero con il rituale della spettacolarizzazione, e anche quello della solenne assistenza religiosa che per oltre tre secoli era stata missione dei Bianchi.

L’ultimo giustiziato a essere confortato dai confratelli fu il messinese Salvatore Gravagno, soldato del 2° Granatieri, fucilato il 20 dicembre 1862 sotto le mura del Fortino di Vigliena.

 

 

OSPITI E INTERVENTI

Introduce: Elia Abbondante, direttore generale. Asl Napoli 1 Centro.

Presenta: Gennaro Rispoli, primario chirurgo storico della medicina e direttore del Museo delle Arti Sanitarie.

Saluti: Adolfo Russo, vicario episcopale per la Cultura; Nino Daniele, assessore comunale alla Cultura.

Interventi: Gennaro Carillo, storico del Pensiero politico; Gennaro Luongo, direttore dell’Archivio storico diocesano; Rosa Piro, ricercatrice Università “L’Orientale”; Antonella Orefice, storiografa e autrice del volume. Prezioso sarà il commento dei magistrati invitati: Raffaele Marino, Vincenzo Piscitelli, Carlo Spagna ed Henry John Woodcock.

A questi ultimi il compito di legare quelle condanne alle varie fasi storiche e anche quello di spiegare il  ricorso alla tortura, alla confessione, alla ritrattazione ed il ruolo della pena capitale; nonché i legami tra quelle storie e la cultura giuridica e democratica di oggi.

La manifestazione (a ingresso libero) sarà vivacizzata da alcune performance, tra cui una suggestiva processione in costume (che farà rivivere la suggestione del corteo degli incappucciati), che sarà realizzata dai volontari delle associazioni . “Chiave d’Argento”, “I tre leoni”, “Il Fiore dei Liberi”, con l’accompagnamento musicale dei tamburi a cornice suonati da Diana Facchini e Antonio Della Ragione (Isfom).

 

Antonella Orefice

“La mia ricerca  rappresenta il tentativo di offrire al lettore non un mero elenco di condannati al patibolo, bensì i pensieri di ognuno di loro, l’orma che hanno lasciato, le atmosfere in cui hanno vissuto. In fondo tale è stata la finalità dell’opera dei Bianchi della Giustizia: ricordare attraverso la loro penosa e secolare missione, la sofferenza di chi ha pagato con la vita un delitto commesso o lo sconfinato amore per la libertà”.

 

Gennaro Rispoli

“Come sempre cerchiamo di fare nel Museo delle Arti Sanitarie anche stavolta abbiamo voluto offrire uno spaccato poco conosciuto della storia della città e un tassello fondamentale delle secolari vicende degli Incurabili. L’Ospedale del Reame infatti deve molto alla Compagnia e alla loro opera, al punto da poterla considerare una vera e propria matrice costituente degli Incurabili: i Bianchi furono prima tra i finanziatori e poi parte integrante degli Incurabili in virtù dei legami che li univano in particolare a Maria Longo (che inizialmente donò loro una casa), a Ettore Vernazza e al canonico regolare lateranense Callisto da Piacenza”.

 

 

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