Antonio Busciolano, il leone ferito del 1799

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Appartenente ad una famiglia di artisti del secolo XIX, Antonio Busciolano era  nato a Potenza il 15 gennaio del 1823 da Nicola Felice e Anna Brienza.

Fin da ragazzino aveva dimostrato talento artistico, modellando con il fratello Michele dei santi in creta.

Nel 1835 si trasferì a Napoli dove divenne ben presto l’allievo prediletto di Tito Angelini nel Reale Istituto delle Belle Arti.

Collaborò  ad alcune  realizzazioni del maestro, affermandosi poi con opere personali, tra cui la statua dell'Immacolata e dei santi Pietro e Paolo sull'altare maggiore della chiesa del Gesù Nuovo, e quella di Pier delle Vigne nel cortile dell'Università Federico II.

Partecipando attivamente con fervore patriottico  agli eventi politici del 1848, del 1860 e del 1866, con un nutrito gruppo di scultori, collaborò alla realizzazione del monumento commemorativo dei moti antiborbonici, la Colonna dei Martiri, eretta tra il 1866 ed il ’68 su disegno di Enrico Alvino.

La colonna centrale rappresenta la pace ed i quattro leoni  i moti risorgimentali. Ogni belva ha un suo preciso significato; il leone morente nell’intento di chiedere aiuto, ricorda i martiri della rivoluzione napoletana del 1799, quello ferito dalla spada,  i patrioti del 1820. Il leone che ha sotto la zampa lo statuto del 1848,  i “moti del 48”.

L’ultimo, quello pronto ad attaccare la preda, ricorda i caduti  del periodo garibaldino nel 1860.

Antonio Busciolano lavorò alla realizzazione del leone morente del 1799, seguendo in qualche modo l’affetto che il maestro Tito Angelini gli aveva trasmesso per i martiri di quella sfortunata ma gloriosa repubblica.

Ma anche con lui Napoli è stata avara di memoria.

Quando morì il 10 agosto del 1871, venne sepolto in fossa comune nel cimitero di Poggioreale, senza un nome, senza ricordo.

Eppure oggi, in uno di quei viali consumati dal tempo e dall’incuria, tra monumenti fatiscenti ed alberi abbattuti, il suo volto sorridente e radioso è riemerso dall’oblio. Il suo busto marmoreo, opera del fratello Michele, campeggia su un fazzoletto d’erba nascosto tra i rovi. Impossibile non notarlo, impossibile restare impassibili ad un richiamo così sorprendentemente vivo. Impossibile per chi da  tempo ha donato il cuore alla memoria dei dimenticati.

 

 

 

 

 

 

 

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