Napoli nel Quattrocento

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Le vicende della seconda metà del Duecento e dei primi decenni del Trecento scissero la dinastia angioina in vari rami sparsi sui troni principeschi molto distanti tra loro: dalla Francia a Napoli, da Taranto all’Ungheria e a Durazzo.

Il matrimonio che il vecchio Roberto d’Angiò aveva voluto tra sua figlia Giovanna e Andrea, fratello di Luigi I d’Ungheria, sperando di scongiurare in questo modo una guerra di successione, invece di condurre alla sospirata pacificazione, si rivelò causa di ulteriori guai. Guai che non finirono neppure quando, nel 1382, Carlo di Durazzo, dopo aver fatto uccidere Giovanna nel suo letto, entrò in Napoli ed assunse la corona del regno.

Infatti, partito Carlo nel 1386 per cingere la corona del regno d’Ungheria, al piccolo Ladislao, che il padre aveva messo sotto la reggenza della mamma Margherita, gli avversari contrapposero un altro pretendente della dinastia angioina di Francia.

Ciò fu causa di altre sventure per il disgraziato Regno, che solo nel 1400, con la vittoria di Ladislao, potette ritrovare un attimo di relativa pace.

Ma la sua morte precoce, seguita dall’avvento al trono della sorella Giovanna II (1414- 1435) fece precipitare di nuovo l’Italia meridionale nel caos delle lotte intestine e dell’anarchia feudale.

 

L’ultraquarantenne Giovanna, <<uscita da una giovinezza di piaceri e di mollezze, amante dell’amore e degli amori>> [1]  di non grande intelligenza ma di spirito benigno e pietoso, si trovò ad affrontare problemi tutt’altro che facili.

Circuita prima da un potente giovane amante, poi messo a morte, ridotta prigioniera e quasi schiava del secondo marito, Giacomo della Marca, amata dal popolo che con uno stratagemma la liberò dalla semi-prigionia in cui la teneva il consorte, facendola fuggire dal giardino posto nel luogo dove è attualmente la chiesa di S. Maria della Scala, nel quale si trovava a pranzo; dominata infine da Ser Gianni Caracciolo, Giovanna non ebbe pace né per sé né per il Regno.

Solo nel secondo decennio del suo dominio sembrò che Napoli potesse finalmente godere un po’ di serenità.

Ripresero così i commerci, rifiorirono le industrie, cominciò a crescere la popolazione; poi le condizioni dello sfortunato Regno ritornarono ad essere drammatiche.

Priva di discendenti, Giovanna adottò come suo erede Alfonso d’Aragona, già re della Sardegna, della Sicilia e dei territori aviti della penisola iberica, ma successivamente cambiò idea, preferendo all’aragonese Renato d’Angiò, fratello minore di Luigi III, ultimo discendente del ramo francese degli Angioini.

Alla morte della regina, avvenuta nel 1435, restavano pertanto aperte la questione dell’eredità napoletana e, soprattutto, la spinosa e pericolosa condizione di indebolimento della corona di fronte al potere del baronaggio. Cosa, quest’ultima, che in futuro sarebbe stata fonte di disastri ancora più gravi.

Renato che, prigioniero del duca di Borgogna, si era fatto precedere dalla moglie Isabella di Lorena, potette venire a Napoli solo nel 1438. Nel frattempo Alfonso, animato dall’assenza di Renato e della sua gente, decise di assalire la città.

Tra la fine di settembre e l’ottobre del 1438, Napoli fu cinta d’assedio; il Magnanimo, come poi fu chiamato Alfonso, pose il campo nella parte orientale della città, nella zona detta delle <<paludi>>, da dove prese a tormentarla con le sue bombarde.

Bersaglio degli attacchi più violenti fu sul mastodontico convento del Carmine, dal quale i genovesi di Renato rispondevano con tiri accaniti per impedire ad Alfonso di aprirsi un varco per irrompere nella città.

Quelle terribili giornate si conclusero con la tragica morte del fratello di Alfonso, l’infante Pietro, ucciso da una palla partita dal campo nemico, che divise in due la testa dell’infelice principe.

La morte del fratello prostrò talmente Alfonso da farlo decidere di desistere all’impresa.

Tuttavia il tentativo riuscì il 12 giugno 1442, quando il magnanimo potette penetrare in Napoli assediata attraverso un canale sotterraneo, additatogli da due muratori, che usciva ad una bocca di pozzo posto nella bottega di un certo <<Mastro Citiello cosetore>>, che assieme alla moglie <<Ciccarella>> ed ai figli fu ricompensato dal re con una pensione di trentasei ducati. [2]

La giornata trionfale di Alfonso fu il 22 febbraio 1443, quando entrò nella capitale attraverso le abbattute mura del Carmine.

Il re, che incedeva sotto un baldacchino sorretto da trenta nobili napoletani, seguito dai baroni del Regno con alla testa il figlio Ferrante, ne attraversò le strade principali e ne visitò i seggi.

I particolari di quella sfarzosa cerimonia, oltre a leggersi nelle colorite descrizioni del Panormita, ancora oggi si possono ammirare nelle sculture dell’arco trionfale di Castelnuovo.

Riunito il parlamento, che votò il donativo di un ducato per fuoco e riconobbe la legittima successione di Ferrante; aggiunta successivamente l’investitura papale [3] si stabilì a Napoli, nel diritto e nel fatto, la monarchia aragonese.

La conquista del trono da parte di Alfonso il Magnanimo aprì un ciclo di profonde riforme. Nei sedici anni del suo regno, anche se non riuscì a guadagnarsi completamente l’animo dei napoletani, il re seppe abilmente governare la città partenopea e i possedimenti del suo <<impero>>.

Napoli, infatti, nella visione generale che il Magnanimo aveva della sua politica come politica <<mediterranea>> rappresentava ai suoi occhi <<il punto di gravità di un asse sospeso tra Barcellona e Costantinopoli>>. [4]

Durante i lunghi anni di pace, assicurati da Alfonso e dal figlio Ferrante, la crescita demografica, , l’incrementato allevamento del bestiame e il riordino della Dogana di Foggia al fine di restaurare le finanze dello Stato, il recupero di terre incolte ed abbandonate, la vivace attività mercantile per l’esercizio della quale il re costituì una propria flotta commerciale, i miglioramenti ottenuti in alcune colture pregiate, come la canna da zucchero e la seta, diedero a Napoli un notevole prestigio <<quale grande città e quale Capitale>>.[5]

Ma Alfonso, che pure fu politico abile e lungimirante, va ricordato per il grande impulso dato al moto del Rinascimento.

Il movimento intellettuale che sembrava quasi sparito negli ultimi anni del Trecento e nei primi decenni del Quattrocento, ebbe una ripresa al tempo del Magnanimo e più ancora del figlio Ferrante, quando – come scrisse Croce - <<veramente si formò una cultura ed una letteratura napoletana, latina ed italiana, la quale si diffuse nel patriziato cittadino e tra i baroni e anche nelle più recondite e lontane province, per mezzo di ministri, segretari, di cortigiani regi e feudali, di precettori, di giovani che frequentavano l’università>>. [6]

Il soggiorno di Lorenzo Valla a Napoli nei primi anni del regno di Alfonso non fu privo di benefici per i letterati napoletani, senza dire delle opere di autori greci, tradotte da Giorgio di Trebisonda e dedicate al re. Questi, a somiglianza di altri principi del suo tempo, volle circondarsi di una sua corte <<culturale>>.

La riapertura dello Studio napoletano, restato chiuso per lungo tempo, fu un altro merito di Alfonso, che vedeva in esso un valido strumenti per la diffusione della cultura. Fu, inoltre, largo di soccorsi ai teologi poveri per farli adottare; a sue spese inviò giovani a Roma e a Parigi perché vi apprendessero la grammatica, la teologia ed altre scienze.

Volle anche avere una sua biblioteca in Castelnuovo. I bei codici miniati, testimoni del gusto artistico del tempo, diedero lavoro ai copisti della corte napoletana, anche per l’interesse per la cultura continuato a mostrare dal figlio Ferrante.

Gli ultimi anni del suo regno furono funestati da disgrazie e calamità naturali, tra cui il terremoto che colpì duramente Napoli nella notte del sabato 4 dicembre 1456.

La gente, in preda allo spavento, si riversò fuori S. Giovanni a Carbonara e in piazza Mercato, accampandosi in tende. I danni furono enormi: a patire furono soprattutto il duomo,e le chiese di S. Giovanni Maggiore e di S. Pietro Martire. Crollò anche la torre del Tesoro Vecchio, in cui erno custodite le ampolle del sangue di S. Gennaro. <<Miraculose – scrisse un cronista di primo Cinquecento – foro trovati dui travi sopra le carrafelle dove non paterono lesione alcuna>>. [7]

Nel 1415 Alfonso avava sposato Maria di Castiglia: matrimonio suggerito dal calcolo di conciliare i due rami, quello castigliano e quello catalano-aragonese, della dinastia dei Trastamara.

Da una relazione extra-coniugale ebbe il figlio Ferrante, che egli considerò sempre come Ferrante d'Aragonalegittimo e volle allevare con cure principesche. [8]

Il 15 giugno 1458, poiché correva voce che a Napoli si fossero verificati del casi di peste, il re si trasferì in Castel dell’Ovo.

Il 26 fece testamento, confermando le sue decisioni di lasciare erede del regno di Napoli il figlio Ferrante ed al fratello Giovanni gli altri stati consociati sotto la sovranità della corona d’Aragona. Morì il giorno dopo. Aveva espresso la sua volontà di essere sepolto temporaneamente nella chiesa di S. Pietro Martire, in attesa di essere portato in Catalogna e inumato nella chiesa di S. Maria di Poblet dei monaci cistercensi.

Invece, nel 1494, assieme alla salma del figlio Ferrante, ebbe sepoltura nel tempo di S. Domenico Maggiore.

Solo nel 1671 il vicerè Pietro Antonio d’Aragona riuscì ad ottenere dai domenicani napoletani di dare ai resti mortali del suo illustra antenato una collocazione rispondente al suo desiderio espresso nel testamento.

Il lungo regno di Ferrante (1458-1494), anche se non riuscì a dare completamente pace e tranquillità al regno, procurò ad esso una compattezza sconosciuta al tempo di suo padre.

I difficili rapporti con Roma, specialmente con papa Innocenzo VIII, che aveva posto gli occhi sul Regno per farne un feudo per la sua casata; la congiura dei baroni e la sanguinosa rappresaglia che ne seguì; e l’aggressione di Maometto II, culminata nel famoso assedio di Otranto (1480), impegnarono parecchie energie del figlio del Magnanimo.

Ma questo non gli impedì di rivolgere assidue cure alla capitale del suo Stato.

Il 15 giugno, alal presenza del re, furono inaugurati i lavori di ampliamento della città; tre anni dopo, allargata la cinta e migliorata la pavimentazione cittadina, Ferrante cominciò ad occuparsi perfino della pulizia delle strade, istituendo un vero e proprio servizio di nettezza urbana i cui funzionari, dal nome del primo appaltatore, che nel 1487 fu l’amalfitano Cola Pagliaminuta, furono designati con il nome di <<pagliaminuti>>.

Frattanto Napoli si abbelliva di nuove opere artistiche. L’impulso dato da Alfonso, che nel 1443 aveva intrapreso i lavori per la nuova reggia di Castelnuovo, trovò continuazione nel figlio, che nel 1484 commise allo scultore ed architetto Giuliano da Maiano l’opera di ricostruzione e di decorazione della bella Porta Capuana. [9]

Qualche famiglia baronale cominciò a trasferirsi nella capitale, facendovi costruire splendide residenze. Ancora oggi è dato ammirare la bella facciata bugnata del palazzo dei Sanseverino, successivamente trasformato nella splendida chiesa del Gesù Nuovo.

Fu questo l’inizio del nuovo costume che si affermerà nel secolo seguente, quando i baroni, pur conservando il loro castello feudale, presero a volere anche il palazzo in città.

Il Quattrocento napoletano non si distinse solo per virtù guerriere, operosità artistica e amore del bello. In quel secolo, nella città partenopea, non mancarono uomini ricchi di carità cristiana e santi amati dai regnanti e dal popolo.

Fra gli arcivescovi che ressero l’archidiocesi di Napoli fu meritevole l’opera di Alessandro Carafa che intervenne sulla fabbrica del duomo che presentava lesioni al catino ed all’arco absidale. Ma l’opera per la quale il suo ricordo è rimasto vivo tra i napoletani, fu la traslazione delle ossa di S. Gennaro da Montevergine a Napoli. Fu, infatti, grazie al suo interessamento se la città partenopea, nel gennaio del 1497, potette di nuovo accogliere nelle sue mura i resti mortali del suo santo patrono. [10]

 

 

 

Abstract da: A. Illibato, S. Anna alle Paludi. La Chiesa – La Parrocchia, Napoli, 2002, pp. 9-20

Note bibliografiche

1] Ho preso in prestito l’espressione da G. Doria, Storia di una capitale. Napoli dalle origini al 1860, Napoli, 1935, p.123.

2] Sul pozzo di Santa Sofia scrisse B. Croce, Storie e leggende napoletane, Bari, 1967, pp.326-333.

3]Il riconoscimento lo ebbe da Eugenio IV in seguito al trattato di Terracina del 14 giugno del 1433.  L’investitura papale si ebbe nel quadro dei favori concessi da Eugenio ai principi in cambio della loro obbedienza al papa. Essenziali notizie e bibliografia in merito offre H. Jedin, Storia del Concilio di Trento,  I, Brescia 1973, pp.28-29.

4] G. Galasso, Il Mezzogiorno nella Storia d’Italia, Firenze, 1977, p.122.

5] G. Galasso, ibid. p.128.

6] B. Croce, Storia del regno di Napoli, Bari, 1966, pp. 76-77.

7] Notar Giacomo, Cronica di Napoli, a cura di P. Garzilli, Bologna, 1980 (ediz. anastatica di Napoli 1845), p.97.

8 ] Su un’altra avventura extra-coniugale di Alfonso con la nobildonna napoletana Lucrezia d’Alagno, scrisse B. Croce in Storie e leggende napoletane,  cit. pp.88-117.

9] Cfr. G. Porcaro, Le Porte di Napoli, Napoli, 1970, pp.27-53.

10] F. Strazzullo, La politica di ferrante I nei riflessi della traslazione delle ossa di S.Gennaro,  in <<Atti dell’Accademia Pontaniana>>, n.s., XV (1966) pp.73-89.

 

 

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