Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Il cattolicesimo liberale risorgimentale e Alessandro Manzoni

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Quando si pensa al Risorgimento italiano, che è evento storico complessissimo e articolato, come ad un processo estraneo alla religiosità o peggio anti-religioso, si fa un’offesa profonda alla ‘realtà effettuale’ di esso e si resta vittime di deformazioni e di superficialità, che si scontano ancora oggi nell’immaginario collettivo e nel dibattito civile e politico.

Il Risorgimento italiano, liberale, democratico, repubblicano, è stato laico, non ateo, consapevole del lievito di rinnovamento storico, civile, sociale, politico, culturale, delle autentiche esperienze religiose (da quella cattolica a quella ebrea, a quella valdese, a quella evangelica, i cui tanti esponenti aderirono al Risorgimento), quindi fondato sul rispetto profondo della libertà religiosa, ma sulla distinzione tra chiesa e stato, quindi sulla conseguente e doverosa riduzione del peso politico, economico, sociale, educativo delle religioni, che devono essere soprattutto, anzitutto, esclusivamente libere scelte di libere coscienze, esperienze di forza, conforto, speranza interiori di fronte al mistero della vita e dell’universo, della morte, del male e del dolore, e anche lievito di vita civile e di impegno sociale, e basta, senza invadere le sfere che sono di stretta, esclusiva competenza di una società e di uno stato liberaldemocratici. La fine del potere temporale della chiesa cattolica, della figura del papa-re, era vista dai cattolici liberali risorgimentale come storico, provvidenziale evento, che poteva liberare la stessa chiesa da preoccupazioni mondane, per concentrarsi sulla sua più vera, essenziale funzione spirituale. In quella direzione andava, seppur confusamente, anche il movimento neo-guelfo di Gioberti (non lucidamente consapevole della centralità  e delle inevitabili conseguenze della istanza liberaldemocratica), che additava almeno una conciliazione del papato col principio di nazionalità italiana (con una soluzione federativa degli Stati della penisola di allora con la presidenza del papa).

 

Le chiese non devono avere nulla a che fare con l’impegno politico (altrimenti si confondono coi partiti), con l’economia (altrimenti si confondono con imprese e aziende), con la scuola (che deve essere pubblica, per garantire a tutti coscienza comune di memoria nazionale condivisa, di diritti e di doveri, spazio della più libera, moderna, ampia, critica conoscenza e ricerca), pur nella libertà di scuole private, senza oneri per lo stato.

Specialmente il cristianesimo, che si richiama ad un Fondatore che ha esaltato i valori della povertà, del distacco dai beni del mondo, dell’umiltà, dell’amore del prossimo, avrebbe dovuto avere (e dovrebbe sempre avere) più consapevolezza storica di una radicale lontananza dal potere politico, dal potere economico, dalla proprietà, dai privilegi, dall’arroganza, bastando, in clima di libertà, la forza possente di persuasione del messaggio di amore, di fraternità, di perdono, di speranza che la connota e che testimonia.

E invece il cattolicesimo è stata la confessione religiosa (a confronto di altre come ebrei, valdesi, evangelici, le minoranze eroiche che sono riuscite a sopravvivere in un’Italia confessionale cattolica, dogmatica e monolitica), che più si è confusa storicamente col potere politico, specialmente con quello feudale, monarchico assoluto, illiberale e antidemocratico, acquisendo ed esercitando un potere politico, economico, sociale tale da divenire stato nello stato, con sue leggi e suoi tribunali, detentrice di gran parte delle ricchezze e delle rendite, monopolizzatrice dogmatica di cultura, di scuola e di formazione, lasciando la quasi totalità della popolazione nell’ignoranza e nella povertà (spesso segretamente promosse e rese stabili, perché più funzionali e giustificatrici volpine del suo potere temporale).

Contro questa chiesa cattolica temporalistica, politica, economica, ostile poi nella massima parte delle sue gerarchie e nei ceti da esse egemonizzati al liberalismo, alla democrazia, alla repubblica, all’unità italiana, il Risorgimento ha combattuto una battaglia decisa ed energica, non contro la religiosità cattolica.

Esempi di una riforma tesa a conciliare cattolicesimo e mondo moderno, Italia liberale e unita e cattolicesimo,  da compiersi all’interno della stessa chiesa, per renderla poi anche più coerente con il senso profondo e vero del grande e commovente messaggio evangelico,  furono tantissimi suoi esponenti sensibili e preveggenti, con un percorso diverso e più realistico degli storici e drammatici tentativi di portare anche in Italia il rinnovamento religioso, che si ebbe dal Cinquecento in poi in quasi tutti gli stati europei del centro-nord e del Nuovo Mondo anglo-sassone e olandese, repressi violentemente dal cattolicesimo in Italia e nell’Europa cattolica con Inquisizione, le torture, i roghi, l’Indice dei libri proibiti.

Erano cattolici tanti esponenti dell’Illuminismo italiano, soprattutto lombardo (Verri, Beccaria) e Napoletano (Genovesi, Filangieri), vi furono adesioni diffuse e persuase di ecclesiastici, di non pochi vescovi alle Repubbliche liberaldemocratiche di fine Settecento (anche con un poco noto contributo di sangue e di martirio, es. il vescovo Michele Natale) e al successivo periodo francese napoleonico fino al 1815. Furono cattolici tanti esponenti del Risorgimento liberale della prima metà dell’Ottocento, laici ed ecclesiastici, come Capponi, Lambruschini, Rosmini, uno dei più profondi filosofi italiani dell’Ottocento (amico intimo di Manzoni), soprattutto lo stesso grande Alessandro Manzoni.

Furono cattolici sacerdoti martiri risorgimentali, come don Enrico Tazzoli (Canneto, Mantova, 1812-Mantova 1852), insegnante di filosofia e storia nel seminario di Mantova e impegnato in molteplici attività filantropiche (asili d’infanzia, educazione dei contadini). Per le sue posizioni liberaldemocratiche fu impiccato dagli austriaci a Belfiore.

Tanti ecclesiastici furono vicini a Garibaldi e parteciparono alla stessa spedizione dei Mille. Cavour nel rivendicare solennemente la distinzione tra Chiesa e Stato e nel combattere le struttura temporalistica cattolica non discusse mai il riconoscimento anche formale del cattolicesimo come religione della maggioranza della popolazione, alla quale garantire rigorosamente  il libero esercizio del suo culto.

Alessandro Manzoni (Milano, 1785-1873), nel cui sangue circolava lo spirito di modernità e di rinnovamento civile economico, sociale, religioso dell’Illuminismo lombardo (figlio di una Beccaria e di un Verri), influenzato dall’esperienza della poesia civile di Parini, ebbe passione democratica giovanile (una sua poesia fu ’Il trionfo della libertà’), visse nella Parigi rivoluzionata a partire dal 1805, sposò una ginevrina cristiano-calvinista, Enrichetta Blondel, che gli fece riconquistare la preziosa dimensione religiosa nei suoi aspetti interiori più profondi e seri e ritrovare le stesse sorgenti nel cattolicesimo, dal quale si era allontanato ed al quale ritornò, fino a ricelebrare con rito cattolico il suo matrimonio. E dell’esperienza cristiana cantò la profondità e la commozione negli ’Inni Sacri’,  dopo essere tornato a Milano nel 1810, così rinnovando, anche con le successive tragedie storiche (dal ‘Conte di Carmagnola’ all’Adelchi’) e soprattutto col suo memorabile romanzo storico sulla Lombardia del Seicento sotto la dominazione spagnola ’Fermo e Lucia’ prima, poi divenuto ‘I Promessi Sposi’(1827, rivisto e rinnovato con successive edizioni), con più profonda umanità e serietà, l’esercizio letterario nell’Italia ancora prigioniera di mitologie e di retorica, costantemente esposta (fino ad oggi) all’evasione e alla superficialità, facendo protagonisti gli uomini in carne ed ossa, umili e alti, il popolo italiano nella sua storica dolorosa e ansimante vicenda quotidiana di sopravvivenza, di miseria, di oppressione sociale, di viltà, di criminalità, ma anche di saldi, tenaci sentimenti di umanità, di elevatezza, di solidarietà, di profonda spiritualità.

La fede cattolica, la morale cattolica nel loro profondo, nella loro autenticità, non sono in contrasto con le idee liberali, anzi queste traggono una delle origini profonde da esse e di esse si nutrono: questa fu la stella polare del mondo spirituale, politico e civile di Manzoni. E questa convinzione sta nel fondo dei famosi carmi ‘Marzo 1821’(legato quest’ultimo alla speranza di una liberazione della Lombardia dall’oppressione austriaca) e Il Cinque Maggio’, nella emozione della morte di Napoleone, che significava tutto il mondo rivoluzionato dal 1789 in poi.

Di rado fino alla sua morte si allontanò dalla sua casa nella carissima, natìa Milano e dalla villa di Brusuglio. Fu legatissimo all’esperienza del Piemonte liberale e parlamentare e al torinese Massimo D’Azeglio, primo ministro, che aveva sposato la figlia Giulia, morta prematuramente, anello di quella vicenda sua familiare così luttuosa e che accentuò il suo senso del tragico nelle vicende umane e più gli fece cogliere e riprendere il valore salvifico per l’umana condizione, per il coraggio di vivere e di continuare a vivere,  della fede religiosa, della speranza religiosa, nell’abbandono, di conforto e di consolazione, al mistero della Divina Provvidenza.

Suo è il verso ’Liberi non sarem, se non siam uni’, a testimoniare la sua fede nell’unità politica, che lo spinse a dare il consenso al processo di unificazione di Vittorio Emanuele II e di Cavour, ad accettare la carica di senatore nel 1861, partecipando ai lavori di quella Camera memorabile, che proclamò solennemente il Regno d’Italia, Roma capitale d’Italia, la separazione tra chiesa e stato. Ma il suo merito più grande dal punto di vista del profondo Risorgimento è l’unificazione linguistica (come Verdi lo fece dal punto di vista musicale e che scrisse, tra l’altro, per la morte di Manzoni, il suo memorabile ‘Requiem’) che egli compì con l’opera sua più grande e memorabile, che diede all’Italia unita, dopo secoli, lo strumento fondamentale della comunicazione tra le sue parti, chiuse linguisticamente nei loro ristretti dialetti o che usavano una lingua italiana ancora troppo letteraria, ristretta e lontana da una comune lingua nazionale.

Non a caso quel libro memorabile, ‘I Promessi Sposi’, divenne la pietra granitica della Nuova Italia liberale e democratica e nessuno ancora lo ha spiantato dalla scuola e dalla formazione fondamentale di ogni italiano anche nella nostra cara, miracolosa storicamente, età repubblicana liberaldemocratica, che a lui tanto deve e che ritrova e deve continuamente rinnovare nella sua religione civile come uno dei  Padri della Patria italiana.

 

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