Salvator Rosa, pittore trasgressivo “amante delle belle arti”

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Salvator Rosa 'Autoritratto'Nella Napoli vicereale, dominata dagli spagnoli, la cui popolazione aveva raggiunto le seimila anime, nacque il 21 giugno 1615 Salvator Rosa in una casa alla “Renella”, un sobborgo della parte alta della città, oggi conosciuto come “Arenella”.

Discendente da una famiglia di artisti e nato in un ambiente di pittori, figlio di Antonio De Rosa e di Giulia Grieco, Salvatore ebbe due sorelle ed un fratello e trascorse i primi anni dell’infanzia e dell’adolescenza  tra la gente del popolo ed in modeste condizione economiche dal momento che il  padre,  di  mestiere tabulario (architetto) non riusciva a sostenere tutte le spese della sua numerosa famiglia.

Proprio Salvatore che sarebbe poi divenuto un artista un po’ guascone, di spirito ribelle e schietto, tanto da rifiutare il “ de” davanti al cognome Rosa perché lo riteneva di provenienza degli odiati spagnoli, per volere del padre era destinato a farsi prete.

Evidentemente il genitore non aveva ancora intuito quanto   quel suo “ Salvatoriello”  fosse di indole trasgressiva, esuberante e soprattutto amante delle belle arti.

 

A diciassette anni, con la scomparsa del padre, Salvator Rosa iniziò a lavorare prima nella bottega degli zii e poi  in quella del cognato Francesco Fracanzani, rivelando un talento pittorico ed un estro alquanto stravagante, che avrebbe caratterizzato la sua vita di uomo colto e appassionato di letteratura, soprattutto di poesia e satire.

Se acclarato risulta l’aspetto pittorico preromantico, su cui la critica nazionale ed internazionale avrebbe maggiormente espresso,  dopo la sua morte, apprezzamenti così notevoli  da annoverarlo tra i “ grandi”, nel corso della sua vita l’artista napoletano, in privato e in pubblico, fece appello a tutto l’ardore della fantasia e dell’immaginazione, alla sua creatività istrionica per essere già tra i “grandi”. Pertanto, concluso l’apprendistato, fu Aniello Falcone, fondatore di  quella “Compagnia della morte” antispagnola, di cui avrebbe fatto parte anche Masaniello, a consigliare al giovane artista di recarsi a Roma nel 1635.

Il primo impatto con l’ambiente romano non fu facile, in quanto doveva confrontarsi con talenti del calibro di Guido Reni, del Domenichino, di Giovanni Lanfranchi, per cui Salvator Rosa cercò di farsi apprezzare anche per la recitazione di versi da lui stesso composti. Tuttavia in questo primo periodo i riconoscimenti tardarono ad arrivare ed allora  lo spirito impulsivo ed istrionico di Salvator Rosa emerse con insulti in forma poetica.

Una sera frustrato dalla reazione del pubblico, sbottò: "Aggio io speso lo tempo mio in leggere le fatiche mie alli somari e a jente che nulla intienne, avvezza solamente a sentir non antro che la canzone dello cieco".

Amareggiato rincasò per breve tempo a Napoli, ma il suo pensiero era sempre quello di ritornare a Roma per ricevere una meritevole gloria.

Protetto dell'influente cardinale Francesco Maria Brancaccio, conoscente dei Barberini e appassionato di arte e teatro, nel 1638  si stabilì definitivamente a Roma,. Il Brancaccio, nominato vescovo di Viterbo, gli commissionò di dipingere nella città laziale "L'incredulità di Tommaso" per l'altare della chiesa di San Tommaso: fu  il suo primo lavoro di carattere sacro. In questo ambiente grandioso, ma nel contempo  spietato, Rosa poté conoscere alcune opere di Caravaggio; a questi anni, inoltre, si fa risalire un mutamento del suo stile verso una visione più classica e monumentale, grazie all'influsso di Claude Lorrain, Nicolas Poussin e Pietro Testa.

L’artista napoletano pensò che fosse giunto il momento in cui anche le sue rappresentazioni teatrali  avrebbero costituito un ulteriore momento per diffondere la sua fama. La sua consacrazione di artista completo avvenne nel corso del Carnevale di Roma del 1639.

In piazza Navona l’ultimo giorno del Carnevale, tra gli spettacoli più attesi vi erano l’esibizione di due celebri  maschere  della commedia dell’arte, Formica e Pascariello.

Un “ Formica” in versione napoletana riuscì ad attrarre l’attenzione e l’ilarità di tutti i presenti, con trame in cui l’attore passava dall’essere guitto a saltimbanco, da ciarlatano a grande poeta. Tutti si chiedevano chi potesse essere quell’istrione che era riuscito in maniera così bizzarra ma sinergica, a tessere  i vari momenti dello spettacolo. Era lui, Salvator Rosa, e da quel giorno il nome del giovane pittore risonò in tutta Roma. 

Allora l’artista pensò di impiantare un vero e proprio teatro fuori Porta del Popolo, ma fu un’esperienza di breve durata. Durante  uno degli spettacoli venne canzonato Gian Lorenzo Bernini, il più grande degli artisti di quegli anni. Fu una bravata intollerabile tanto da costare all’artista irriverente una fuga verso Firenze. Ma prima di mettersi in viaggio, non mancò di scagliarsi, armato di poesia, contro la corruzione e l’ignoranza, che impedivano l’apprezzamento di uno spirito artistico: “Piovono ai porci qui le margherite/ Ed in tutti i tempi gli uomini migliori/ Col pane ci hanno una continua lite”.

Ciononostante, quella che poteva rivelarsi una pericolosa vicenda per Salvator Rosa fu  il preludio per una rilevante carriera di artista, non solo in senso pittorico. A Firenze avevano sentito parlare di lui e la corte dei Medici lo accolse con entusiasmo.

Entrò, quindi, in quella vera "Accademia" che aveva sempre sognato, costituita da pittori, letterati e musicisti, tra cui il pittore e poeta Lorenzo Lippi, Giovan Battista Ricciardi, commediografo e poeta, il futuro cardinale Paolo Minacci ed il cantore Francesco Baldovini.

Il decennio fiorentino si rivelò molto proficuo e fruttuoso in senso pittorico con la realizzazione di opere importanti, tra cui  “Fortuna”, “Selva dei Filosofi” , “Cratete che si disfa del suo denaro disperdendolo in mare”, “Battaglia con il turco” e il “Tizio”,  ed anche dipinti a tematica stregonesca-magica, le cosiddette “Magherie” o “Streghe e IncantesimiS. Rosa, Streghe e incantesimi, (Londra, National Gallery)L’attenzione considerevole per le raffigurazioni diabolico-stregonesche di origine nordica si raccordava,  in realtà, al periodo giovanile napoletano. In questo ambiente Salvator Rosa trovò la grande opportunità di approfondire le conoscenze di filosofia e delle amate lettere per poter, come egli scriveva, “pinger per gloria e poetar per gioco”. Fu allora che scrisse  le prime tre delle sette satire  dedicate alla Poesia, Musica e Pittura.

Nel 1650 decise di tornare definitamente a Roma, stanco di dover dipingere per le corti, rifiutando gli inviti  di Cristina di Svezia, dell’imperatore d’Austria e del re di Francia. Il suo spirito ribelle incominciò ad odiare le opere su commissione.

In questo secondo periodo romano, dipinse il “Democrito in meditazione”, presentato al Pantheon nel 1651,  “Diogene che getta via la scodella” e la “ Battaglia Corsini nell’anno successivo, inoltre due capolavori di soggetto mitologico-morale come “Humana Fragilitas” e “Lo spirito di Samuele evocato davanti a Saul dalla strega di Endsor”. Quest’ultimo fu acquistato da Luigi XIV e attualmente è esposto la Museo del Louvre.  

Salvator Rosa accettò solo l’aiuto del  banchiere Carlo de Rossi, che gli comprò tanti quadri, senza mercato.  Tra i prelati della città c’era chi lo amava e chi l’odiava, sia in relazione alle sue opere pittoriche che per le sue liriche.

Di Salvator Rosa si è detto e scritto tanto, anche di fantastico, considerato  il coraggio e l’abilità nel maneggiare la spada. Alcuni critici ritengono che il suo biografo Bernardo  De Dominici abbia contribuito a quella immagine di un artista, grande avventuriero,  pronto  a sfoderare la spada, che conquistò tanto i romantici dell’Ottocento. Anche il cinema neorealista del dopoguerra, con Alessandro Blasetti, ha voluto omaggiare in tal senso una figura che si prestava ad affascinare la sensibilità romantica.

Prima di morire, Salvator Rosa volle sposare la sua compagna di vita, Lucrezia, che gli aveva dato un figlio Augusto. Si spense  a Roma il 15 marzo 1673 e fu sepolto in Santa Maria degli Angeli, dove ancora oggi si trova nel monumento  costruitogli  dal figlio.

 

 

 

 

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